Sintesi di “I GIOVANI E LA FEDE” (di Armando Matteo)

Cercasi famiglie evangelizzatrici
Il luogo ove ogni bambino può efficacemente imparare la presenza benevola di Dio, e cioè il fatto che Dio abbia a che fare con la felicità, con la custodia e la promozione dell’umano, non sono prima di tutto la Chiesa o la lezione di catechismo, quanto piuttosto gli occhi della madre e quelli del padre.
Il problema è che oggi di adulti credenti e di famiglie cristiane ne sono rimaste poche in giro. I giovani di cui i sociologi evidenziano l’estraneità alla fede sono in verità figli di genitori che non hanno dato più spazio alla cura della propria fede cristiana, hanno continuato a chiedere per i loro figli i sacramenti della fede ma senza fede nei sacramenti, hanno portato i figli in Chiesa ma non hanno portato la Chiesa ai loro figli, hanno favorito l’ora di religione ma hanno ridotto la religione a una questione di ora. Hanno chiesto ai loro piccoli di pregare e di andare a Messa, ma di loro neppure l’ombra, in Chiesa. E soprattutto i piccoli non hanno colto i loro genitori nel gesto della preghiera o nella lettura del vangelo. Non emerge alcuna traccia di una preghiera fatta in famiglia.
Gli adulti hanno imposto una divergenza netta tra le istruzioni per vivere e quelle per credere, una divergenza che, pur non negando direttamente Dio, ha avallato l’idea che la frequentazione della vita in parrocchia e dell’oratorio e pure la scuola di religione fosse un semplice passo obbligato per l’ingresso nella società degli adulti. In sostanza non hanno più dato spazio alla cura della fede dei propri figli.
Si è dunque molto ridotto il catecumenato familiare, cioè quella silenziosa ma efficace opera di testimonianza della famiglia, che la nostra azione pastorale normalmente presuppone, quale prima iniziazione alla fede.
L’idolo della giovinezza
Perché il Dio degli adulti è divenuto un Dio estraneo ai giovani e alla religione cattolica?
Perché quella degli adulti (in particolare nati tra il 1946 e il 1964) è una generazione che ama più la giovinezza che i giovani. Oggi al centro dell’immaginario collettivo vige il desiderio di restare giovane. E non si intende qui la giovinezza dello spirito. No: si intende proprio la giovinezza nella fisicità delle sue caratteristiche. Solo se riesci a mostrare la giovinezza nel modo di vestire, nella traccia del tuo corpo, nel modo di considerare l’esistenza come possibilità sempre aperta, solo allora hai diritto alla felicità.
Per dirla in breve: è una generazione che ha fatto della giovinezza il suo bene supremo. Non è del resto l’idea principale della pubblicità che il nemico numero uno sia la vecchiaia? Nulla si vende che prima non abbia, almeno come promessa, affermato di essere contro l’invecchiamento, anti-age.
D’altronde, da noi, quasi nessuno “ammette” la vecchiaia (che, secondo il sentire comune, si è spostata dopo gli 80 anni).
Maledire la vecchiaia significa disconoscere la verità della finitezza dell’essere umano. E che dire della morte? Oggi nessuno muore. La gente scompare, viene a mancare, si spegne, compie un tansito, si ricongiunge, ma nessuno muore… Ma che umano è uno che sa dare del tu alla morte?
La giovinezza è pertanto la grande macchina di felicità degli adulti odierni, l’unica fonte di umanizzazione. E’ il bene. Per questo i maestri d’oggi sono i figli, i giovani, ed è saltato in aria ogni possibile dialogo educativo. Qui si interrompe l’alleanza tra Chiesa e adulti, tra Chiesa e mondo della famiglia, tra Chiesa e sentimento diffuso dell’umano, ed è per questo che la proposta della fede cattolica va ad impattare, nell’universo giovanile, su un sequestro della questione della felicità e del compatimento dell’umano da parte dell’idolo della giovinezza, che come abbiamo visto censura l’esperienza del limite, il lavoro della crescita e l’insuperabilità della malattia, e che conduce sino all’esorcizzazione linguistica della vecchiaia e della morte. Si tratta cioè di tutti quei snodi vitali, su cui si costruisce il possibile incontro tra le generazioni e la trasmissione di un sapere dell’umano, toccato e fecondato dalla parola del Vangelo.
Ricordiamo anche Galimberti per il quale il nichilismo dei giovani è la conseguenza di un mancato appello e riconoscimento nei loro confronti da parte di adulti che non vogliono farsi da parte perché si ritengono appunto ancora abbastanza giovani per farsi da parte…
Restituire l’adultità (nella relazione)
Il compito di ogni generazione è quello di restituire ciò che ha ricevuto dalla precedente. Restituzione di che cosa? Innanzitutto dell’adultità.
La prima risorsa che viene messa in campo dai giovani è il valore dell’amicizia, un valore che supera di gran lunga anche il desiderio di carriera e dei soldi. Emerge così un dinamismo di comunicazione tra pari che non si assoggetta alla legge unica del mercato, dove si scambiano cose, ma piuttosto ci si pone nell’atteggiamento di uno scambio di ciò che si è, di ciò che si prova, di ciò che più bolle nel cuore – prima e più di ciò che si possiede. Soprattutto internet offre molteplici possibilità al riguardo: da face book alla costruzione di un sito o di un blog, dalla chat all’invio costante di messaggi. In particolare è molto diffusa la pratica della condivisione di informazioni utili, senza alcuno scopo economico.
L’essere nativi digitali è occasione anche di “essere rete” con un mondo ricco di amici rispetto al mondo degli adulti, tutto pieno di concorrenti!
Particolarmente significativo è poi l’amore per la musica. Espressione di libertà, la musica aiuta a recuperare il lavoro della festa, dimenticato dalla nostra società.
La festa è tutt’altra cosa rispetto alla realtà del divertimento, inventato dagli adulti. Quest’ultimo resta alla fine sempre individuale, la festa è di indole comunitaria. Il divertimento è dispersione di energie, la festa è liberazione di energie. Il divertimento spreca, la festa costruisce. Costruisce il noi. Non casualmente, preso alla lettera, divertimento significa solo prendere un’altra direzione, mentre festa significa accogliersi.
Pure notevole è la maggiore sensibilità dei giovani per la natura.
Il linguaggio tipico dei giovani è una lingua di sintesi, di risparmio, di rapidità (xchè, tvb, le faccine…): “C’è, alla base, una necessità di sintesi, di abbreviazione, di riduzione al minimo che rivela un bisogno di ritrovare l’essenzialità delle cose e nelle cose, nel modo cioè di parlare, agire, rapportarsi con la realtà”. Quasi a dire: “quello che devi dire, dillo” senza troppi giri di parole; non perdiamo tempo, perdendoci dietro le parole!
Quasi incredibile, per una società come la nostra che ha sdoganato ogni forma di egoismo, è la presa che il volontariato ha ancora sul cuore di tanti giovani. In un tempo in cui tutti paghiamo i costi delle avidità finanziarie di pochi senza scrupoli, in un Paese in cui la lotta contro la criminalità organizzata che tiene soggiogati interi territori non decolla e in cui lo sperpero di denaro pubblico è di casa e in cui infine l’evasione fiscale è la prima causa di stallo del sistema economico complessivo, costretto a tassare fin oltre il giusto i cittadini onesti, reca non poca speranza quel senso per la giustizia che anima il nostro universo giovanile.
Non possiamo infine non accennare alla dimensione dell’immaginario diffuso dei giovani, che trova alimento nella fruizione della letteratura e del cinema contemporanei, nei quali, soprattutto in una prospettiva di rapporti intergenerazionali, un elemento costante della produzione recente è spesso l’assenza degli adulti: Bianca, la bella pallida protagonista di Twilight, vive praticamente senza genitori; quelli di Harry Potter sono morti da tempo e gli altri adulti cercano solo morti da tempo e gli altri adulti cercano solo di sfuggire alla morte. Gli adulti di Silvia Avallone, in Acciaio, sono mezze figure, tutto soldi, passioni ormai spente, sogni senza energia, e segni di un’umanità in libera caduta espressiva. E cosa dire della madre di Camelia, la protagonista del romanzo Settanta acrilico trenta lana di Viola Di Grado, che passa le sue giornate a fotografare ossessivamente buchi di ogni tipo, mentre si lascia vomitare la vita addosso? E cosa dire della componente adulta di romanzi come Io e te di Nicola Ammaniti, Bianca come il latte rossa come il sangue di Alessandro D’Avenia e Le giostre sono per gli scemi di Barbara di Gregorio?
Non c’è spazio in questa produzione letteraria e cinematografica per famiglie alla Mulino Bianco e Pasta Barilla.
Sale così la denuncia di ciò che più di ogni altra cosa segna l’inquietudine dei giovani: a loro servirebbe una meta. Adulti autorevoli, in grado anche di resistere, di sbloccare e incanalare le loro passioni e la loro energia finchè ciascuno di loro colga il proprio insostituibile posto nel concerto del mondo- Adulti testimoni di una vita dura, ma bella, faticosa, ma ricca di opportunità, fragile, ma segnata da un brivido di eternità.
Di fronte a genitori che hanno dato loro tanto in termini di beni e di cure, il rimprovero di aver mancato l’assunzione del loro ruolo adulto è senza possibilità d’appello.
Accetta di dover morire e comprendi che vi sono cose assai peggiori nel mondo dei vivi che morire”. E’, questa, una delle ultime battute del dialogo tra Albus Silente e Harry Potter. Tra le cose peggiori che morire vi è difatti quella lotta contro la vita per paura della vecchiaia, per paura della malattia e soprattutto per paura della morte che li ha accecati. Una lotta contro la morte che alla fine blocca la vita.

Se esiste, allora, come riteneva Walter Benjamin, “un misterioso appuntamento tra le generazioni”, tale appuntamento oggi si consuma esattamente qui, intorno alla questione di che cosa significa “essere adulto”, di cosa significa “crescere”, “amare”, “morire”, “generare”, “fare festa”, “ammalarsi”, “tenere alla giustizia”, “guadagnare”, “essere al mondo”. Le risposte che oggi circolano – le risposte degli adulti – non soddisfano più i nostri ragazzi e i nostri giovani ed è proprio in tale sospensione delle risposte che il cristianesimo può, deve innestare il suo annuncio al Vangelo.

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