Fragile e spavaldo. Ritratto degli adolescenti di oggi

Le categorie scelte da Gustavo Pietropolli Charmet in Fragile e spavaldo. Ritratto degli adolescenti di oggi (2008, Laterza, 8.50 euro) per caratterizzare l'adolescente odierno sono quella della fragilità e quella della spavalderia. Lasco a lui la parola: 
«La fragilità è sempre stata una caratteristica invariante dell'adolescente: l'adolescenza anzi dovrebbe servire proprio a temprare il carattere rendendolo forte e non più fragile e contraddittorio. La fragilità degli adolescenti di oggi ha però qualche caratteristica di novità rispetto alle generazioni precedenti. Perché è una fragilità che si fonda sull'impressione di avere una missione speciale da compiere, e che colloca l'adolescente fuori dal suo tempo rendendolo spesso disinteressato alle vicende che dovrebbero invece riguardarlo da vicino» (VII). E ancora: «Sono spavaldi interiormente, non solo e non tanto nella relazione con l'autorità, che in linea di massima rispettano, anche se non pensano li riguardi. La loro è una supponenza non troppo tracotante, un'indifferenza senza disprezzo esagerato, il culto della propria persona in spregio alla deferenza attesa dagli adulti trasformati in spettatori» (VIII).

Quale è ora la caratteristica di novità a cui accennava prima l'autore? Si tratta di capire che il punto di rottura con i modelli passati è lo sdoganamento di Narciso. Altra citazione: 
«Gli adolescenti di oggi hanno sdoganato il Narcisismo. Non ritengono sia un peccato coltivare i propri interessi... Il sé è più importante del culto e della devozione nei confronti dell'altro da sé… Il successo è appunto l'obiettivo a breve termine degli adolescenti attuali» (4-5).
All'origine di tutto questo c'è la comparsa del cucciolo d'oro: il nuovo statuto immaginario dell'infanzia. Questo comporta la scomparsa del modello di Edipo ed il conseguente tramonto del senso di colpa, che pur aveva un positivo effetto deterrente e contente delle spinte adolescenziali. Emerge invece un individuo alla costante ricerca del sé. Ma ogni cambiamento è ricco e sfidante, non è mai innocente. Pietropolli Charmet individua la sfida degli adolescenti di oggi nel dover far i conti, non più con il senso della colpa, ma con quello della vergogna: non riuscire a essere quel grande messia che i genitori gli hanno fatto credere di essere.
Da qui alcune considerazioni interessanti per capire il mondo dei ragazzi di oggi: essi sono più creativi del passato, più introspettivi, diremmo timidi, ma anche più solitari (io ho una missione), incapaci di far fronte alla noia e poi posti sempre dinanzi al possibile fallimento dinanzi all'altro non familiare: 
«La vergogna è un sentimento sociale ed è inevitabile che gli adolescenti debbano affrontarlo. Sono infatti dei debuttanti nelle relazioni sociali: escono dalla famiglia, dopo la lunga fase della dipendenza infantile, e si inseriscono nella società dei coetanei. Quindi il problema che devono affrontare è quello dello sguardo dell'altro, della buona o cattiva figura che faranno in occasione del loro debutto. C'è chi può affrontarlo e si vanta di farlo, c'è chi soccomberà al sentimento di vergogna e finirà per ritirarsi o rifugiarsi in classe nel tentativo di non farsi intercettare dallo sguardo critico dei coetanei» (95).

Anche questo autore ricorda l'importante ruolo degli adulti, i quali a suo avviso oggi non fanno altro che invidiare i loro ragazzi e anziché aiutarli e fare il tifo per loro, perché superino le loro paure; gli adulti si mettono in diretta competizione con i loro ragazzi.
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L'età incerta. I nuovi adolescenti (2000)


L' età incerta. I nuovi adolescentiUn saggio di Silvia Vegetti Finzi e da Anna Maria Battisti che reca il titolo L'età incerta. I nuovi adolescenti (Oscar Mondadori, 11 euro).

Iniziamo dal titolo: L'età incerta. Cito: «Incerta perché i ragazzi procedono attraverso progressioni e regressioni, prove ed errori, dando spesso l'impressione di non muoversi affatto mentre, in realtà, stanno elaborando una personale strategia di crescita. Incerta perché gli adulti, in un'epoca senza ideologie, insofferente di ogni autoritarismo, con ruoli genitoriali deboli e spesso conflittuali, non sono più in grado di imporre un modello forte al quale attenersi. Incerta nei confini, perché, mentre la pubertà è visibile e databile attraverso i mutamenti del corpo, l'adolescenza sta diventando interminabile. Incerta inoltre per quanto riguarda un modello teorico per interpretarla, perché manca nella psicologia una compiuta sistematizzazione dell'adolescenza e perfino Freud ha lasciato questo periodo evolutivo aperto alle ipotesi e alla ricerca» (IX).
Ed ora il sottotitolo: I nuovi adolescenti. Cito ancora il testo: «Il sottotitolo I nuovi adolescentiintende sottolineare i cambiamenti che si possono  cogliere nel confronto con l'esperienza dei genitori. Mentre gli attuali cinquantenni hanno vissuto anni di grande impegno politico e sociali, i loro figli si trovano in un'epoca di stagnazione, priva di ideali forti e di ideologie condivise. Nulla li attrae fuori dalla famiglia se non la loro intrinseca voglia di libertà e di autonomia. Una spinta che molte volte non trova antagonisti perché gli adulti hanno rinunciato all'autorità, oltre che all'autoritarismo, e preferiscono presentarsi come simpatici amici piuttosto che come punti di riferimento forti e incisivi. Ed è proprio la mancanza di sollecitazioni estranee a far emergere più che mai le dinamiche psichiche, quelle contingenti e quelle perenni, che coinvolgono i figli nell'amore e nella rivalità con i propri genitori, alimentando il complesso edipico che la psicoanalisi considera l'architrave della mente. Un architrave che rischia di scardinarsi sotto i colpi della disgregazione e della riaggregazione delle  famiglie, di fronte alle inconsuete modalità di diventare padre e madre, ecc.» (X).

Fatte queste premesse e considerato che l'adolescenza si può suddividere - per le due studiose - in tre fasi di un grande cammino (la prepubertà [10-13], la pubertà e la prima adolescenza [13-15], la piena adolescenza [15-18], le due studiose affermano che la piena adolescenza è l'epoca della grande sfida, ovvero il tempo della "seconda nascita", tra desiderio e paura di crescita, tempo in cui ci si sceglie. Ma per fare questo è necessario il riferimento agli adulti. Già solo etimologicamente, "adolescente" indica tempo per diventare adulto, guardando appunto agli adulti. 
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Preferiscono i genitori agli amici. La sorpresa degli adolescenti

di Elvira Serra, Corriere della Sera, 9.3.14
La famiglia è cambiata ma resta il luogo delle certezze
Mi fido di te. Incredibilmente. Sei adolescenti su dieci si fidano dei genitori più che degli amici reali, di un fratello o di una sorella, degli insegnanti, dell’allenatore di calcio, del parroco o, addirittura, dell’amico virtuale conosciuto su Facebook. Quei pomeriggi interminabili, agli occhi di mamma e papà, trascorsi davanti al pc, o sul letto con lo smartphone in mano, sono sì modalità consolidate della socializzazione contemporanea, ma i nostri figli non hanno mai pensato che fosse il web il luogo ideale per essere ascoltati, perché per loro nella famiglia ci sono maggiori opportunità di dialogo e di ascolto, e un ragazzino su tre vorrebbe anzi trascorrere più tempo con i genitori. Sembravano ipotesi dell’irrealtà, sono i dati della indagine Doxa che sarà presentata domani mattina in Parlamento durante l’annuale relazione del Garante per l’infanzia e l’adolescenza Vincenzo Spadafora

Seicento interviste ad altrettanti ragazzini tra i 14 e i 17 anni ci restituiscono una fotografia di giovanissimi diversa da quella distorta dalla lente d’ingrandimento dei fatti di cronaca. «Le studentesse dei Parioli ci lasciano intuire una generazione di sbandati, ma la realtà è ben diversa», spiega Spadafora, che rivendica il fatto di rappresentare l’unica istituzione pubblica italiana che si occupa di bambini e di adolescenti in forma esclusiva. Un impegno complicato dal fatto che non esiste una «cabina di regia»: «Nel governo ho almeno sette interlocutori in ministeri diversi. E non aiuta la questione delle deleghe. Il primo ministro si è tenuto quella alla famiglia e alle adozioni internazionali. Tutto bene se non fosse che ha già tanto da fare senza aggiungere questi temi». L’urgenza, invece, c’è. Quanto meno perché sono più di due milioni i bambini e gli adolescenti che vivono in famiglie povere e seicentomila di loro non hanno neppure la garanzia di due pasti fissi al giorno. La famiglia, dunque, diventa il punto di partenza per arrivare ai più giovani, a questi ragazzini sempre più solitari: il 62% non è mai stato in oratorio, il 67% non ha mai fatto volontariato (ma rovesciando il dato vuol dire che uno su tre lo fa), l’89% non ha mai fatto attività politica e il 76% non è mai stato in centri di aggregazione. A loro non piace fare cose trasgressive, sono competitivi e credono che fuori dall’Italia ci siano maggiori opportunità: e infatti si sentono pronti a espatriare quando arriverà il momento. E se non sorprende che il 73% non possa rinunciare al telefonino, restano quei dati, sulla fiducia e sulla importanza della famiglia (perché mi capisce, ha risposto il 45%) a lasciarci con un pensiero in testa. «Non dobbiamo stupirci di fronte a questi risultati, che non sono in contraddizione con il conflitto generazionale che fa parte della crescita e della natura umana», interviene lo psicoterapeuta Fulvio Scaparro. «La fiducia nei confronti del padre e della madre non contrasta con il bisogno di battagliare con loro: preferiamo di certo uno che ci dice di no a uno che ci dice di sì con noncuranza. Quando i ragazzi rispondono che i genitori sono una rottura di scatole, io lo considero il massimo dei complimenti. Come genitori, semmai, dovremo interrogarci sulla loro richiesta di trascorrere più tempo insieme: spesso trascuriamo il fatto che siamo tra le poche persone che non dovrebbero essere mai virtuali». Il 2% che si fida degli amici virtuali fa ben sperare la psicologa dell’età evolutiva Tilde Giani Gallino: «È positivo questo essere critici con chi si conosce appena». Chiude Scaparro: «Nessuno può considerare veri i suoi quattromila amici virtuali. Mi sembra che i ragazzi utilizzino la Rete per non stare da soli. Siamo noi adulti, forse, che le diamo una forza che non ha».

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