Rassegna stampa alternativa: adozioni gay, ancora sull'orfanotrofio irlandese "degli orrori", sulla natalità in Italia, sulle madri surrogate...


Un ennesimo fatto di cronaca giudiziaria: a Firenze viene riconosciuta l'adozione "inglese" di una coppia gay di cittadini italiani residenti in Inghilterra. Avvenire così lo racconta:
Con una sentenza che sorprende, il Tribunale dei minori di Firenze ha riconosciuto l'adozione di bambini, avvenuta all'estero, da parte di una coppia di gay. Non era mai successo in Italia e molti già interpretano la sentenza come un segnale di apertura alla possibilità di adottare da parte di coppie omosessuali.
Il caso in questione riguarda due fratellini adottati da due uomini, cittadini italiani ma residenti nel Regno Unito. I giudici di Firenze hanno disposto la trascrizione anche in Italia dei provvedimenti emessi dalla Corte britannica: ai bambini vengono così riconosciuti lo status di figli e la cittadinanza italiana.
Vedi anche il commento apparso su Famiglia Cristiana e su La Nuova Bussola Quotidiana:
Finora non era mai stata concessa l’adozione di un minore che non è figlio naturale o adottato di nessuno dei due membri della coppia gay. Finora. Infatti ieri ci ha pensato il Tribunale dei minori di Firenze a provvedere. Tutte le possibilità di diventare genitore per le coppie etero ormai sono state concesse anche alle coppie gay.
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Un ragazzino di 13 anni muore a Soverato per una tragedia assurda. Lo psicoterapeuta Pellai spiega su Famiglia Cristiana "Perché i nostri ragazzi giocano con la morte": 
Perché i nostri ragazzi giocano con la morte, la sfidano con tanta ingenuità, non realizzano che il rischio cui si espongono a volte è fuori dalle loro capacità di controllo? Ci sono tanti fattori che secondo me contribuiscono a questo fenomeno. Il primo è che nessuno fa un lavoro educativo intorno al tema della morte. Ai bambini, ai preadolescenti noi nascondiamo la realtà della morte pensando che essa rappresenti un pensiero troppo pericoloso per loro, qualcosa da cui dobbiamo proteggerli. I nostri figli appartengono alla prima generazione di bambini e bambine, ragazzi e ragazze i cui genitori più volte hanno deciso di non portarli al funerale di un parente, di non condurli in visita ai defunti nei cimiteri. I nostri figli sono anche quelli che giocano tutti i giorni a videogiochi dove si producono morti per fare punti, per vincere una partita. E’ chiaro che della morte reale, quella che interrompe le vite vere, quella che sta nel principio di realtà, quella che fa piangere e soffrire perché allontana per sempre gli affetti, non sanno nulla.
Il rapporto che i nostri giovanni hanno con l'idea della morte, è così poco reale e così tanto immaginata e vissuta virtualmente, perchè "dentro un videogioco muoiono tutti, ma in realtà non muore nessuno". Occorre invece parlare con i nostri figli di questi temi, senza paura, per affermare quanto la vita sia preziosa.
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La Nuova Bussola Quotidiana torna anche sul caso irlandese: "non un "Olocausto", ma una tragedia di povertà":
Pare che i media abbiano parlato di una sorta di “Olocausto irlandese”: la scoperta di una fossa comune con i corpi di 800 bambini nel terreno di un orfanatrofio cattolico a Tuam, nel nordovest dell’Irlanda. Ma non c'è alcuna strage, bensì la quotidiana tragedia della povertà di allora. Ce ne parla David Quinn, dell'Irish Independent.
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Lo stesso giornale on-line commenta i dati statistici sul calo di natalità in Italia e la crescita del numero di anziani: "Nascite in Italia, un altro record negativo":
Nel 2016 sono nati in Italia 474mila bambini, 12mila in meno dell'anno precedente. Con l'aumento della speranza di vita e quindi degli ultra65enni, assistiamo a un rapido invecchiamento della popolazione. C'è bisogno urgente di invertire la tendenza, ma i governi che si succedono vanno in tutt'altra direzione. E ora è già pronta la scorciatoia per riequilibrare (almeno un po') la struttura della popolazione.
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Don Andrea Lonardo segnala una riflessione di Giampaolo Nicolais
docente alla Sapienza di Psicologia dell'età dello sviluppo, sulla questione della maternità surrogata (che, si badi bene, riguarda anche le coppie formate da un uomo e da una donna): il prof. ricorda fra l'altro che, se fosse vero quello che dicono gli studi non scientifici che sostengono che non vi è alcuna differenza nel crescere con una madre o meno e se tale madre è o meno la madre biologica, allora bisognerebbe cancellare tutti gli studi di psicologia e di psicoanalisi compiuti da Freud ad oggi e revocare le lauree ed i titoli con i quali si esercita la professione.
L'articolo è tratta dal blog https://giampaolonicolais.wordpress.com,  pubblicato  l’1/3/2017:
La Gestazione per Altri (GPA), o maternità surrogata, è una barbarie. Ci fa regredire ad una condizione di arretratezza dove la violenza regola la vita e l’interazione tra esseri umani. Il fatto stesso che poche e flebili voci si levino contro la GPA, è prova schiacciante del nostro imbarbarimento.
Come docente di psicologia dello sviluppo, mi appare profondamente barbarico l’orientamento di una scienza che fa suo il principio mercantile quale prevalente (unico?) compasso etico nel quale tutti tendiamo a muoverci, agendo irriflessivamente e regressivamente.
Come si muove, infatti, la psicologia di fronte alla GPA?
Da un lato, ribadendo che le madri surrogate non sembrano sviluppare particolari disturbi psichici dopo avere consegnato il bambino alla coppia ordinante. Come in questo studio, che mostra risultati di follow-up a 10 anni relativi alla salute mentale delle madri surrogate le quali presentano livelli di autostima, depressione  e soddisfazione coniugale in linea con quelli della popolazione normale.
Dall’altro, accreditando normali traiettorie di sviluppo nei bambini nati da GPA. Come in questo studio longitudinale sullo sviluppo e sulla qualità del rapporto con la propria madre di bambini dalla nascita ai 7 anni di vita, confrontando tra loro tre diversi campioni: bambini nati da concepimento naturale, da maternità surrogata e da donazione di ovuli. Le valutazioni dei bambini e del loro rapporto con la madre ad 1, 2 e 3 anni indicano positive traiettorie di sviluppo in tutti e tre i gruppi, con livelli di calore e qualità dell’interazione percepita superiori nei casi di bambini nati da madri surrogate.
Poco importa che molti di questi studi abbiano importanti limiti metodologici, come ribadito in questo recente lavoro che li descrive nel dettaglio, sottolineando peraltro la mancanza di studi sullo sviluppo di bambini nati da madri surrogate e che crescono con padri gay. Né importa che lo studio longitudinale sui tre gruppi di bambini abbia mostrato come, nel follow-up a 7 anni,  i dati non confermino il trend osservato precedentemente.
In particolare, il dato più sorprendente riguarda la qualità dell’interazione madre-bambino, che in questo follow-up è stata videoregistrata e valutata da osservatori indipendenti (laddove, nelle valutazioni precedenti, il dato era riferito alla sola autovalutazione delle madri, e perciò meno oggettivo). Sorprendentemente, il livello di reciprocità nell’interazione madre-bambino – in altre parole la misura di elementi nucleari di una ottimale relazione di accudimento quali la responsività, la reciprocità e la cooperazione diadiche – è risultato essere significativamente maggiore nelle diadi con bambini nati da concepimento naturale tanto rispetto a quelli nati da madri surrogate quanto a quelli nati da donazione di ovuli.
Commentando questo dato inatteso, gli stessi autori ipotizzano che “…la mancanza di differenze tra le famiglie formate da surrogazione in cui le madri non hanno partorito il loro bambino e le famiglie formate da donazione di ovuli in cui le madri hanno partorito il loro bambino, induce a ritenere che la mancanza del legame genetico, e non di quello gestazionale, potrebbe essere associata con quelle interazioni madre-bambino meno positive (…) l’assenza di una relazione genetica eserciterebbe un impatto maggiore sull’interazione meno positiva madre-bambino rispetto a fattori associati con la mancanza di un legame gestazionale” (traduzione mia). Pur non avendo ancora chiarito i motivi per i quali ciò accadrebbe, la scienza pare quindi confermare attraverso l’osservazione controllata e indipendente della qualità del rapporto tra una madre e il suo bambino ciò che ciascuno di noi sa istintivamente: la natura privilegiata e superiore del legame tra il bambino e la propria madre genetica rispetto a legami madre-bambino di natura diversa.
Ma questi e altri dati sembrano essere accolti al più come incidenti di percorso. L’importante è dimostrare che, nella GPA, i “criteri di produzione” non comportano lo sfruttamento dei lavoratori (le madri surrogate), e che il “prodotto” è buono e non si guasta con l’uso (il bambino).
In questo modo, è ancora possibile fare finta che l’elefante nella stanza non esista. Omettere sistematicamente qualcosa di enorme che la psicologia dello sviluppo ha dimostrato da quasi 50 anni. E cioè che esiste un legame straordinariamente complesso e tenace tra la madre gestante e il suo bambino che si forma durante i 9 mesi della gravidanza. E che questo legame è funzionale allo sviluppo del bambino: non è qualcosa di accidentale, ma ha un ruolo decisivo per la crescita.
Aprendo un qualsiasi manuale di psicologia dello sviluppo edito a partire dagli anni ’70, chiunque può apprendere facilmente che, a pochi giorni dal parto, il neonato riconosce e preferisce selettivamente la voce della madre rispetto a quella di altre madri; riconosce e preferisce l’odore del suo latte rispetto a quello di altre madri; attraverso la sua capacità di percezione transmodale, riconosce e preferisce il “timbro” comportamentale della propria madre, un codice unico che il bambino solo conosce e che lo sintonizza con “quella” persona che lo allatta, gli parla, lo abbraccia, lo calma – “quel” ritmo e non altri, per quanto amorevoli e attenti possano essere.
La teoria dell’attaccamento, d’altro canto, ci ha spiegato come ciascuno di noi nasca preprogrammato biologicamente a ricercare fin da subito una figura “adulta e saggia” in modo tale da ottenerne protezione e conforto nello stress, nella paura e nella difficoltà. Diverse persone – i caregivers, nel lessico della psicologia dello sviluppo – forniranno nel tempo questa base sicura. Ma in questa pluralità esiste una gerarchia, e la madre biologica ne costituisce il vertice. Proprio a motivo di quei 9 mesi, della preparazione alla vita che rappresentano attraverso l’acquisizione del codice di corrispondenza unico e irripetibile, e perciò non riproducibile nella relazione con altri caregivers.
Questi fenomeni riguardano ogni bambino ed ogni madre, nessuna esclusa.
La psicologia dello sviluppo sa tutto questo. Ma tace. Perché il ruolo decisivo del legame biologico tra madre e bambino deve lasciare spazio e primato al ruolo delle “funzioni genitoriali” – tutti possiamo amare, ergo tutti possiamo essere genitori, ergo nessuno è più decisivo di nessun altro nella crescita di un bambino. I nostri tempi vogliono che nature sia sostituito da nurture. Così dev’essere, nel sonno del politicamente corretto e dell’affermazione del diritto di un adulto a vivere senza limiti, fossero anche quelli della propria biologia.
Per ciò che mi riguarda, è tempo di agireStay tuned.
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Carlo Candia commenta i vari fatti "etici" delle ultime settimane su Avvenire:
Nelle scorse settimane, nel giro di pochi giorni, sono riemersi snodi drammatici del rapporto tra etica e diritti umani, su temi apparentemente diversi, che però hanno evidenziato un fenomeno ricorrente, che possiamo definire di elusione del diritto, di violazione di diritti personali, pur solennemente proclamati a livello internazionale e nazionale. L’obiezione di coscienza, la monogenitorialità che implica la maternità surrogata (e il commercio di gameti umani), la diffusione delle teorie del 'gender' nella scuola, la questione dell’eutanasia, e quella dell’offesa più oltraggiosa al sentimento religioso. Si può fare un bilancio, trovare ciò che unifichi questi momenti aspri, queste cadute del vivere insieme rispetto ai valori che ci siamo dati, e vogliamo promuovere? È un interrogativo che può aiutarci ad affrontare le situazioni più serie. Un primo filo conduttore c’è, ed è che la cosiddetta proliferazione di diritti, veri o presunti, di alcuni soggetti, finisce col mettere in secondo piano, o negare del tutto, i diritti di altri soggetti, quasi sempre deboli, privi di difesa. E ciò anche quando le leggi sono chiare, rafforzate da pronunce di istituzioni sovranazionali.
Il caso della doppia genitorialità, negata dalla Corte di Appello di Trento, è emblematico. Rivendicato il diritto dei genitori omosex ad avere un figlio, comunque sia, il loro desiderio schiaccia e annulla i diritti degli altri. È ignorato il diritto dei figli a essere allevati da papà e mamma, mentre sono privati con una violenza senza eguali della madre (o del padre), o del rapporto con il genere femminile che completa l’identità fisica e psichica del bambino. Per i figli di queste coppie non vale, sin dalla nascita, il principio d’eguaglianza rispetto agli altri bambini del mondo, perché si nega un diritto umano basilare garantito dalle Carte internazionali del Novecento, riconosciuto dal primo apparire dell’uomo e della donna su questa terra. Tra l’altro, nessuno può supplire alla volontà di chi è appena nato, e i minori potranno lamentarsi di ciò che viene loro tolto solo quando saranno adulti, ma allora la grande ingiustizia sarà compiuta e consumata. La stessa sentenza di Trento ignora del tutto, cancellandoli dall’orizzonte della riflessione, i diritti delle madri surrogate, necessarie per soddisfare il desiderio di coppie omosex: queste persone scompaiono, come madri nascoste senza figli, nel Paese d’origine, dopo aver subito le nuove forme di servilismo procreativo, anche in questo caso in opposizione totale ai princìpi delle Carte internazionali. Contro il nascondimento della madre grida quel principio basilare, compreso da ogni essere umano nella sua profondità, per il quale «salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre» (Dichiarazione sui diritti del fanciullo, 1959, VI princ.), e gridano le leggi e le Convenzioni che tutelano la maternità come condizione pregiudiziale per la crescita dei bambini. (...)

Questo schema di denegata solidarietà si presenta anche per l’obiezione di coscienza all’aborto, vista con crescente sospetto, osteggiata in tante forme, fino alla violazione di una legge che protegge l’obiezione, con l’incredibile motivazione (nel caso della Regione Lazio) che l’eccezione riguarda un concorso per soli due posti, come se la legge potesse essere violata ogni tanto, proprio da parte di chi deve solo rispettarla. La finalità è più ambiziosa, tende a elevare l’aborto a livello di un vero diritto, sempre in opposizione a quanto dice la legge. E si presenta, ancora, nei tentativi di diffusione delle teorie di 'gender' nella scuola, soprattutto nelle prime classi. In questo caso, l’obiettivo della diffusione sono i minori che non possono difendersi, e insieme di annientare il diritto dei genitori di educare i figli secondo la proprie convinzioni, previsto nella Convenzione europea del 1950. Si praticano allora tecniche di elusione, con normative di secondo grado che legittimano la presenza nella scuola di soggetti, associazioni, testi, che promuovono concezioni e pratiche contrarie alle convinzioni della famiglia, e dotate di capacità di condizionamento verso chi ancora non è in grado di percepire lo sviluppo fisico e psichico della sessualità.
Si può proseguire l’analisi in situazioni ancora diverse e, ciascuna a modo suo, drammatiche. Nel caso dell’invocazione dell’eutanasia, non pochi hanno abbandonato residue prudenze e vorrebbero farla diventare una normale pratica sanitaria di Stato, come avviene in Svizzera, Olanda e Belgio, e come s’è cercato fare anche in Francia, dove una struttura ospedaliera pubblica di Marsiglia ha ricorso al Consiglio di Stato, perfino contro la volontà dei genitori, per sopprimere una bambina gravemente lesa. Proprio ieri il massimo organo giurisdizionale francese s’è pronunciato a favore della scelta dei familiari. In altro ambito ancora, nel giudizio per vilipendio verso chi aveva esposto le oscenità più dure con riferimento alla figura di Gesù e alla memoria del Golgota, a Bologna, il pubblico ministero ha chiesto l’assoluzione degli autori perché il loro intento non era di offendere, ma di esprimere contenuti «umoristico-satirici delle istanze culturali e sociali promosse dall’associazione»: senza neanche accorgersi dell’enormità che s’è sostenuta, cioè che una associazione possa avere come istanza culturale quella offendere il sentimento religioso con qualunque mezzo, anche il più esecrabile. Siamo di fronte a una violazione piena della libertà religiosa, che comprende la tutela del sentimento dei credenti (tutti i credenti), e che legittima, mediante l’intento ludico-sarcastico, l’offesa al più intimo sentire della persona.
Riflettiamo su quanto sta accadendo, anche in modo tumultuoso, sotto i nostri occhi. Quasi sempre le leggi ci sono, e difendono la donna contro lo sfruttamento, la doppia genitorialità, il diritto dei genitori a educare i figli, il sentimento religioso, l’obiezione di coscienza. Eppure, spesso è come se non ci fossero, vengono aggirate, disapplicate con motivazioni furbesche, violate espressamente. C’è da chiedersi cosa si possa fare in un panorama nel quale cresce una concezione individualistica senza precedenti, e che pure il legislatore rifiuta e scoraggia con una saggia normativa. Si tratta di una deriva cui occorre opporsi, non solo in termini culturali e sociali, ma anche dandosi l’obiettivo di fare delle nostre leggi strumenti di vera tutela dei valori fondamentali, frenando quel fenomeno di dimenticanza, o elusione, del diritto, che si va diffondendo nelle pieghe dell’ordinamento e nella distrazione delle istituzioni e di parte dell’opinione pubblica. Vale la pena impegnarsi per uno scopo che coinvolge tutti noi.
 
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Tornando a La Nuova Bussola Quotidiana, affrontiamo un altro caso "etico", quello sul fine vita:  
La picccola Marwa vivrà perché lo ha stabilito lo Stato francese, ma nel frattempo Charlie, un neonato inglese, attende una sentenza per non morire di fame e sete. Già l'anno scorso l'Alta Corte di Londra aveva permesso che un altro bimbo venisse ucciso privato di cibo ed acqua oltre che delle terapie. A dimostrare che legiferare sulla vita significa scegliere di consegnare i cittadini al potere statale, pronto a stabilire chi abbia il diritto di esistere e chi no.

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