Il vero volto di Dio (e le false immagini)

Non è quel che credi. Liberarsi dalle false immagini di Dio (Bologna, Edb, 2019, pagine 168, euro 13) è un recente libro scritto da Francesco Cosentino, docente di Teologia fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana e officiale della Congregazione per il clero.

L'Osservatore Romano ha offerto la prefazione, scritta dal fondatore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi, e un brano del volume. Settimana news ha invece pubblicato un interessante commento di Andrea Lebra che elenca le "immagini" di Dio in cui non crede e quelle in cui crede.
A che punto è l’annuncio del vangelo come buona notizia nella nostra società italiana? Con che linguaggio possiamo rendere le nostre parole su Dio comprensibili, prima ancora che accettabili e convincenti? E se dopo secoli di cristianità — in cui esigenze evangeliche, precetti ecclesiali, morale privata, etica pubblica, diritto civile, istituzioni statali viaggiavano in sostanziale armonia — sono bastati pochi decenni di secolarizzazione perché molti battezzati vedessero prevalere attorno e dentro di sé immagini di Dio negative e malsane, com’è possibile ritrovare la freschezza del vangelo e ridare splendore al volto di Cristo, il Figlio di Dio, l’uomo Gesù che ha saputo narrarci il Padre con parole che nessuno aveva mai udito prima?
A queste domande, così brucianti ed esigenti, cercano di rispondere con pacata risolutezza le pagine che seguono. L’autore non si attarda a distribuire colpe e responsabilità a quanti lo hanno preceduto nell’arduo e affascinante compito di trasmettere la fede. Anzi, grato per il suo personale itinerario di credente — un cammino in un certo senso da «privilegiato», che gli ha risparmiato le secche di una fede immiserita a religione di campanile — don Cosentino supera di slancio la tentazione di rammaricarsi per un’epoca che, pur con tutti i suoi evidenti limiti, ha comunque consentito alla fiaccola della fede di giungere fino ai nostri giorni.
L’analisi dell’impasse che la corsa del Vangelo nel mondo contemporaneo conosce è lucida e tagliente, ma non è né impietosa né arrogante, anzi è colma di attenzione, di cura, di sollecitudine pastorale, di misericordia verso le persone, siano esse ormai lontane dalla compagine ecclesiale, magari preda di un’acidità verso un passato di pesi e asfissia, oppure stancamente assestate in una condizione senza molte prospettive di speranza vitale.
L’autore non evita le questioni più scottanti, né le problematiche a volte incancrenite nel vissuto ecclesiale quotidiano, né tace sull’affievolirsi di una luce che fatica a illuminare e scaldare il cuore dei fratelli e delle sorelle in umanità. Ma non vi è mai una sola riga di scoramento, di accettazione passiva delle contraddizioni al Vangelo: basta tornare ogni volta con risoluta determinazione alla domanda maestra: «Le nostre immagini di Dio corrispondono a quella che ci ha donato Gesù?». Se il criterio decisivo è questo, allora tutto può riprendere vita e senso, allora la cenere può essere scostata e la brace riprendere ad ardere, allora lo «sta scritto» torna a essere «Parola di vita», che ridesta alla vita.
È significativo che il paradosso del titolo provocatore — Dio «non è quel che credi» — finisce per valere anche per l’ateo e il non credente: «Dio non è quello cui tu non credi!». Sì, perché le immagini distorte di Dio che noi cristiani coltiviamo in noi stessi non corrispondono al Dio di Gesù Cristo narrato e testimoniato nei Vangeli. Non dovremmo allora stupirci se questo volto sfigurato, deturpato, estraneo ai tratti evangelici di Gesù di Nazaret suscita rigetto o, al meglio, indifferenza nei nostri contemporanei. Si tratta quindi, come suggerisce nelle righe finali l’autore, di «tornare a leggere, meditare e pregare il Vangelo». Solo così sarà possibile l’incontro personale con Gesù e l’affascinante riscoperta dell’autentica immagine di Dio, quell’immagine che ogni essere umano custodisce indelebile nel più profondo del proprio essere.
di Enzo Bianchi

La predica di Neale

Giuliano Vangi, ambone (Padova, 1997, particolare)
Una signora del pubblico, che sta ascoltando la predica di Neale Donald Walsch, a un certo punto si alza e chiede: «Se Dio volesse farci arrivare un messaggio, intendo il suo messaggio più importante per tutti noi, e lei dovesse sintetizzarlo in un paragrafo, che cosa scriverebbe?». Dopo una breve pausa, Neale risponde: «Lo ridurrei a quattro parole: voi mi avete frainteso».
La scena è narrata nel film Conversazioni con Dio, che riprende un vendutissimo bestseller americano in cui si racconta la storia vera di Neale Donald Walsch, il quale, dopo aver perso il lavoro ed essere finito nel baratro, vive una forte esperienza di Dio e diventa un famosissimo messaggero spirituale.
Non ci interessa discutere su Neale, sul suo successo e sul messaggio spirituale che diffonde. Ciò che desidero invece comunicare in questo libro è la convinzione che alla base dell’odierna crisi spirituale vi sia un grande ostacolo per la fede cristiana: abbiamo frainteso Dio. Il fraintendimento di Dio è ciò che spesso impedisce di entrare in una relazione viva con lui e con la Chiesa.
Si incontrano persone che, nella loro infanzia, hanno interiorizzato un’immagine di Dio oppressiva e soffocante. Esse hanno conosciuto Dio come un contabile puntiglioso o un giudice severo. Alcune di queste persone, nella vita, hanno sviluppato un atteggiamento religioso alimentato dalla paura di essere punite o non accettate; anche se molte volte hanno ascoltato che «Dio è amore e misericordia», hanno conservato intimamente la sensazione di non essere a posto davanti a un giudice così spietato. La loro religiosità fa leva sul sacrificio e sul peccato, mentre sono schiacciate dal senso di colpa, dal timore del giudizio e da una crescente ansia di prestazione religiosa.
Esteriormente si presentano spesso ligie e perfette, ma, in realtà, vivono un profondo disagio interiore e non riescono ad accogliere serenamente i propri limiti e le proprie fragilità. Guidate dal loro rigido super-io, restano schiacciate sotto il peso delle sue richieste. Purtroppo questo loro stato, talvolta, è dannosamente alimentato dai toni accusatori e moralisti di certe omelie, di alcune catechesi e di tutto un mondo devozionale, che suscita rimorsi, eccessi di scrupolo e sensi di colpa.
Vi sono però altre persone, tra quelle che hanno interiorizzato una cattiva immagine di Dio, che da adulte si sono definitivamente liberate di lui. Inconsciamente, qualcosa di quel simbolo sopravvive e li condiziona ancora, ma, dal punto di vista delle loro esplicite convinzioni, esse hanno ritenuto fosse un bene liberarsi di un Dio che ha avvelenato i piaceri della vita e di un mondo religioso che ha tagliato le ali alla gioia e alla libertà. Poiché in Dio non hanno trovato il Pastore buono e accogliente, tantomeno il Padre con le braccia spalancate, hanno rivolto contro di lui la propria rabbia. O, semplicemente, lo hanno definitivamente abbandonato e con lui non vogliono più avere niente a che fare.
In un suo libro recente, che ho letto davvero con grande frutto, Enzo Bianchi afferma: «A volte Dio diventa una presenza ossessiva, e va riconosciuto che di ciò sono particolarmente responsabili quanti si appellano a lui e magari si dicono investiti dell’autorità e della missione di parlare di lui: quante immagini perverse, quanti vitelli d’oro (cfr. Es 32) hanno fabbricato e fabbricano con l’intenzione di “fare il bene”, di “educare”, di radicare la religione... Fabbricano e distribuiscono immagini di un Dio che ama finché uno fa il bene, ma che non ama più chi fa il male; immagini di un Dio “spione” (“Dio ti vede!”), che vìola la nostra stessa intimità; si spingono fino a tracciare veri e propri sgorbi di un Dio che castiga ed è pronto a farcela pagare se non lo compiacciamo in tutto... Dovremmo ricordare che quando uno ha un’immagine perversa di Dio, un’immagine del Padre nei cieli peggiore di quella del padre umano che, pur insufficiente, ha conosciuto, allora diventa ateo, cioè preferisce fare a meno di Dio. Perché un Padre-padrone, un Padre che chiede prestazioni non è sopportabile» (E. Bianchi, Raccontare l’amore).
Io sono grato all’ambiente religioso in cui sono cresciuto. Nella mia famiglia c’è stato uno spirito di fede e, successivamente, un cammino spirituale più profondo, che non hanno mai avuto il retrogusto del bigottismo. Nella comunità parrocchiale che frequentavo da bambino ho sviluppato una fede gioiosa e lì sono nate alcune delle mie più belle amicizie.
Infine, prima di maturare la scelta del sacerdozio, ho ricevuto la grazia di essere accompagnato e sostenuto da un parroco amabile, una persona pienamente umana, spirituale, delicata, riconciliata con Dio e con gli altri; con la sua vicinanza e l’approccio della sua predicazione mi ha presentato Dio in modo affascinante e mi ha trasmesso un’immagine felice della fede e del sacerdozio.
Nella mia infanzia non sono stato ferito o turbato dall’esperienza religiosa. Tuttavia, ho incontrato e mi capita ancora di ascoltare persone che hanno vissuto un’esperienza diversa.
Generalmente succede che, nel dialogo, è la pazienza a portare frutto: se non si giudica tutto e subito, e si riesce a mettere tra parentesi una certa inevitabile asperità nel confronto, lentamente queste persone si sciolgono e riescono ad aprirsi; riescono a intuire, cioè, che le loro convinzioni e sicurezze si radicano in una certa immagine di Dio o esperienza di Chiesa, ma che, al contempo, le cose forse non stanno esattamente come pensano.
Bisogna ammetterlo: una certa educazione religiosa del passato, che ha visto espressioni di eccellenza e molti punti forti, ha avuto anche dei lati oscuri.
Questo libro nasce dal desiderio di aiutare le persone a percorrere una via di guarigione dalle immagini di Dio negative e malsane, che spesso hanno ferito la loro vita; si tratta di un percorso di riconciliazione con Dio, nato dalla convinzione che tra quelli che oggi rifiutano Dio — e non sono pochi — molti stanno in realtà respingendo un’immagine sbagliata di lui. Dinanzi alla situazione di queste persone abbiamo il dovere di chiederci: come è possibile fare una buona esperienza di Dio? È possibile annunciare Dio come una buona notizia?
di Francesco Cosentino
CREDO NEL DIO DI GESU' (Andrea Lebra, Settimana news, 28.10.2019)
La parabola dei talenti (cf. Mt 25,14-30) ci fa capire quanto è importante avere un’idea vera di Dio. Non dobbiamo pensare che egli sia un padrone cattivo, duro e severo che vuole punirci. Se dentro di noi c’è questa immagine sbagliata di Dio, allora la nostra vita non potrà essere feconda, perché vivremo nella paura e questa non ci condurrà a nulla di costruttivo, anzi, la paura ci paralizza, ci autodistrugge. Siamo chiamati a riflettere per scoprire quale sia veramente la nostra idea di Dio. Già nell’Antico Testamento egli si è rivelato come «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34,6). E Gesù ci ha sempre mostrato che Dio non è un padrone severo e intollerante, ma un padre pieno di amore, di tenerezza, un padre pieno di bontà. Pertanto possiamo e dobbiamo avere un’immensa fiducia in lui (Papa Francesco, Angelus 19 novembre 2017).
Nel suo ultimo libro, Non è quel che credi. Liberarsi dalle false immagini di Dio (EDB 2019), Francesco Cosentino afferma che «riconciliarsi con Dio, distruggendo le immagini negative e oppressive di lui che nel tempo hanno ricoperto di cenere le braci della fede, è il cuore della grande avventura spirituale dei nostri giorni».
Pur nella consapevolezza che Dio è sempre più grande di qualsiasi rappresentazione umana e che davanti a lui è bene fare  come Mosè, cioè toglierci i sandali della presunzione e della voracità,  ogni credente dovrebbe – è la raccomandazione dell’autore –  porsi ogni giorno alcune decisive domande. In quale Dio credo? Qual è l’immagine di Dio che mi porto dentro? Quale Dio accompagna la mia giornata, raccoglie le mie paure, accarezza i miei sogni e nutre le mie speranze?
Alla luce del contenuto del bel saggio del docente di teologia fondamentale della Pontificia Università Gregoriana, mi sembra che a queste domande si possa rispondere sinteticamente nei termini che seguono.
Il Dio in cui non credo
Non credo nel Dio tappabuchi, sul quale proietto desideri e bisogni, al quale dovrei rivolgermi quando la vita quotidiana diventa insopportabile e dal quale dovrei aspettarmi ciò che io stesso devo osare e fare.
Non credo nel Dio che, dall’alto della sua trascendenza e onnipotenza, muove le cose a suo piacimento e mi induce a credere che sia inutile impegnarsi a cambiare il corso degli eventi.
Non credo nel Dio che vuol essere riconosciuto solo nei limiti delle mie possibilità e non anche al centro della mia vita, solo in relazione alla colpa e al peccato e non anche in relazione al bene che posso compiere.
Non credo nel  Dio giudice distante e spietato, che esige la perfezione della  mia prestazione e che mi punisce se devio dalla retta via.
Non credo nel Dio della paura che castiga e mi defrauda della possibilità di sentirmi qualche volta in regola e rappacificato con me stesso.
Non credo nel Dio poliziotto e capriccioso che ama perché uno fa il bene e non ama più chi fa il male.
Non credo nel Dio contabile e legalista, privo di sentimenti e senza cuore, contabile puntiglioso, che registra ogni mio sbaglio per un severo rendiconto finale.
Non credo nel Dio doganiere al quale nulla sfugge e rispetto al quale difficilmente passo la frontiera della buona accettazione di me stesso.
Non credo nel Dio spione, “grande fratello”, occhio che penetra e tutto vede, fino a violare la mia intimità.
Non credo nel Dio del sacrificio che antepone il sacrificio all’amore, che si diverte a mandarmi la croce e la sofferenza perché mi vuol bene.
Non credo nel Dio che stende un velo di sospetto e di veleno sui piaceri della vita.
Non credo nel Dio che toglie le ali alla gioia e alla libertà, facendo della mia vita un peso insopportabile da subire al posto di un dono liberante da offrire.
Non credo nel Dio dell’efficienza che dona a ciascuno secondo quanto gli spetta.
Non credo in un Dio padrone, che misura severamente sulla bilancia i miei demeriti e centellina il suo amore per me.
E non credo neppure nel Dio superpotenza invisibile che somiglia ad una entità vaga dell’aldilà, solenne seccatore che riassume la percezione degli adolescenti dinanzi alle raccomandazioni pressanti dei genitori, torturatore che mette in atto vendette e punizioni mandando catastrofi e terremoti, prestigiatore dagli strabilianti miracoli facili, dispensatore di fanatiche certezze.
E non credo neppure nel Dio puerile e bambinesco che mi rimbocca le coperte e mi fa salire su una carrozza quando piove.
Il  Dio in cui credo
Il Dio in cui credo accende la vita, mette in moto la speranza e sussurra le inquiete domande del cuore, opponendo il fluire entusiasta della vita vera alle fissazioni, alle rigidità e alle piccole certezze in cui continuamente rischio di trincerami.
Il Dio in cui credo è  domanda aperta che mi invita ad uscire, tenendomi in esodo permanente. Credere in lui è come vivere: basta restare in viaggio.
Credo nel Dio biblico che dà appuntamenti e non si fa trovare, tenendomi in cammino verso una meta sempre nuova. Mi invita ad un “faccia a faccia”, ma, allo stesso tempo,  posso guardare solo di spalle. Mentre mi parla, si nasconde e tace. Quando credo di averlo perduto, semina tracce lungo il cammino.
Il Dio in cui credo è un Padre che mi attende sulla soglia della vita; la carezza che mi ridona vigore quando, ferito ai bordi della strada, la stanchezza prende il sopravvento sul desiderio del viaggio; l’amico che mi sorprende nel deserto della banalità o nel grigiore della routine; il mare illimitato di vita rispetto al quale sento di essere solo una piccola isola e verso cui approderò, colmando finalmente la struggente nostalgia che accompagna i miei giorni.
Il Dio in cui credo è umano, umile, fragile e innamorato. Non è un freno per la mia gioia, ma un colpo d’ali e di vento per le vele della mia barca.
Credo in Dio che, “creandomi”, mi ha dotato di una dignità inviolabile, radicata nel cielo e, dicendo sì alla mia vita, mi offre la possibilità di vivere in pienezza la mia umanità.
Credo in Dio che opera e agisce nella mia vita, restando al mio fianco come il pastore che si prende cura del suo gregge, curandosi di me e facendomi procedere nella serenità e nella pace dei prati verdi, anche in mezzo all’oscurità delle tempeste della vita. Se mi perdo, egli viene a cercarmi perché il mio nome è tatuato nel palmo della sua mano e al centro del suo cuore.
Credo in Dio, un Padre dai tratti materni che infonde sicurezza e vicinanza, ma anche tenerezza e fiducia: nelle sue braccia posso starmene sereno, come un bimbo svezzato in braccio a sua madre.
Credo in Dio e nel roveto ardente della sua presenza anche nel tedio di un’esistenza rassegnata e mediocre che però può essere illuminata e purificata dalla luce e dal calore che da lui promanano.
Credo in Dio, roccia di salvezza che fa scorrere in me una sorgente inesauribile  di amore, di forza e di desiderio di bene.
Ma soprattutto credo nel Dio di Gesù Cristo
Credo nel Dio di Gesù che si prende cura perfino dei capelli del mio capo. Non solo mi viene a cercare quando sono smarrito, ma mi attende sulla soglia di casa scrutando l’orizzonte con nostalgia e con le braccia spalancate.
Credo nel Dio di Gesù, che è amore, bontà e misericordia. Non solo si china sulle mie ferite, ma si offre e si spende per me, fino a morire sulla croce.
Credo nel Dio di Gesù, che ha viscere di compassione per le ferite dell’essere umano e che lotta con tutte le sue forze perché nessuno si perda e tutti abbiano la vita in abbondanza.
Credo nel Dio di Gesù che non ha nessun tratto malvagio o demoniaco, in quanto inequivocabilmente interessato al bene degli umani e mai indifferente alla loro sorte.
Credo nel Dio di Gesù che inaugura il suo Regno, cioè il suo progetto d’amore, come promessa di grazia e di salvezza per tutti, speranza dei poveri e dei peccatori. Un Regno annunciato con un linguaggio poetico e insieme enigmatico, che svela e nasconde allo stesso tempo e, così, genera una spazio vuoto che mi costringe a pormi delle domande, a cercare il senso, a impegnarmi in prima persona per testimoniarlo e renderlo presenti qui ed ora.
Credo nel  Dio di Gesù che guida la storia con provvidenza, raccoglie nelle sue braccia la vita di ogni creatura, conosce  le mie necessità prima ancora della mia richiesta, mi regala forza e coraggio, risvegliando la speranza del domani anche a chi ha imboccato il tunnel dell’assurdità e dell’oscurità.
Il Dio che Gesù di Nazaret mi ha rivelato e nel quale io credo non abita freddi concetti razionali o verità concettuali esterne a me, ma fa dello scorrere anonimo e silenzioso del fiume dei miei giorni il luogo dell’incontro con la sua rivelazione.
Il Dio narratomi da Gesù posso trovarlo nel sorgere del giorno, nella gioia di una festa di nozze, nella fragranza del seme del campo, nell’allegria di una donna che ha ritrovato la moneta perduta, nelle gemme di primavera che spuntano sugli alberi, nel contadino che semina o nel vignaiolo che pianta, nella storia comune di un padre e di due fratelli, “la più bella avventura” mai raccontata.
Il Dio che Gesù ha tratto dall’oscurità e nel quale io credo è un Dio amante di una giustizia spiazzante, che si traduce nel dare la stessa quantità di monete all’operaio della prima come dell’ultima ora.
Credo nel Dio di Gesù che abita le profondità del mio essere, facendo di me un piccolo rivolo d’acqua nel mare infinito del suo amore di Padre dal cuore di Madre che non cerca servi, ma figli e figlie.
Io credo solo nel Dio di Gesù Cristo. Il Dio della tenerezza, che muore d’amore per me e per tutti.

Infine Aleteia ha offerto 5 riflessioni tratte dal libro di Cosentino:

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