Il "Giudizio universale" di Nuzzi e il rischio default per il Vaticano



Nuzzi ha ormai trovato la gallina dalle uova d'oro: fare inchieste dagli scenari "apocalittici"sul Vaticano attingendo a piene mani nel torbido. Per stimolare una pulizia?

Questa volta presenta l'economia Vaticana e, tra una malefatta e l'altra, annuncia un possibile crack per la Chiesa a breve giro. Intende, così dice, difendere il lavoro di Francesco che sarebbe però solo in questo suo sforzo di pulizia.

Il problema esiste ed è sicuramente serio, considerando anche la tempestività di interventi interni, come quello di Galantino, presidente dell'Apsa, che smentisce categoricamente il pericolo, ma parla della necessità di ridurre le spese per contenere il passivo. Il cardinal Turkson ride sulla possibilità di un crack, ma annuncia che presto uscirà un documento - fortemente voluto dal Papa - sulla gestione delle finanze nella Chiesa Cattolica. Ed è di pochi giorni fa la recente inchiesta di Emiliano Fittipaldi per L’Espresso, sull'Obolo di San Pietro i cui fondi extrabilancio, pari a 650 milioni di euro, sarebbero stati gestiti dalla Segreteria di Stato per investimenti in Paesi offshore e compravendite immobiliari a Londra con gravi indizi di «peculato, truffa, abuso d'ufficio, riciclaggio» gravanti sulle operazioni accennate e documentate dalla magistratura vaticana a carico di ecclesiastici e laici.



Cerchiamo di approfondire:

Avvenire: La scheda. Finanze vaticane tra conti, immobili e Ior: le verità ignote ai più

I numeri degli immobili

2.400 appartamenti a Roma 600 tra negozi e uffici
Molto si è detto e si è scritto sul patrimonio immobiliare della Santa Sede e in particolare di quelli di proprietà dell’Apsa. I numeri certificati parlano in realtà di 3.000 unità: in particolare si tratta di 2.400 appartamenti e di 600 tra negozi e uffici. Il 60 per cento di questi sono affittati a dipendenti vaticani a canone agevolato. Non ci sono immobili sfitti se non gli appartamenti di servizio e quelli sede di uffici di Curia. Per questo patrimonio immobiliare l’Apsa paga regolarmente l’Imu la Tasi e L’ires al comune di Roma e a quello di Castel Gandolfo. Nel 2018 una cifra pari a 9,2 milioni di euro.

Conti spesso in rosso

Una costante anche nei pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI
Il bilancio del Vaticano è in rosso? Si rischia il default? La notizia può far sobbalzare solo chi non ha memoria storica. In realtà il bilancio in rosso è quasi una costante Oltretevere. Nel 1979, primo anno di pontificato di Giovanni Paolo II, si chiuse con 19 miliardi di lire di deficit. Nel 1980 con 31 miliardi. E anche papa Wojtyla corse ai ripari varando alcune riforme. Esaminando poi i bilanci tra il 2001 e il 2015 si può constatare che il bilancio consolidato della Santa Sede si chiude 10 volte in passivo e solo sei volte in attivo. E negli anni della crisi, dal 2008 in poi va ancora peggio: sei volte in passivo e due in attivo.

Un bilancio fatto di offerte

Tra le entrate l’Obolo di San Pietro e i contributi delle diocesi
Il Vaticano non ha un sistema fiscale con imposte e tasse. E neanche un Pil (prodotto interno lordo), se si eccettuano i proventi del "terziario" costituito dalle entrate dei Musei Vaticani. I bilanci sono fatti soprattutto di offerte. Da un lato infatti i vescovi di tutto il mondo, come prescrive l’articolo 1271 del codice di diritto canonico, devono contribuire inviando una cifra annuale alla Santa Sede (24 milioni di euro nel 2015, ultimo dato noto). Dall’altro l’Obolo di San Pietro che viene raccolto presso i fedeli di tutto il mondo il 29 giugno (78 milioni di dollari Usa nel 2013, ultimo dato pubblicato).

L’Istituto Opere di Religione

L’operazione trasparenza di cui nessuno parla
Nelle inchieste sui presunti "scandali" finanziari d’Oltretevere, quasi sempre viene chiamato in causa anche lo Ior, immancabilmente definito la "banca del Vaticano". Niente di più errato. Lo Ior è un ente che fornisce servizi finanziari a una clientela molto limitata: enti della Curia Romana, congregazioni religiose, dipendenti e pensionati della Santa Sede. Oggi lo Ior, dopo un percorso di sempre maggiore trasparenza, è sottoposto a un preciso quadro di regole e vigilato dall’Autorità di informazione finanziaria (Aif). Pubblica anche su internet il bilancio, dal quale si evince che nel 2018 ha avuto un risultato di gestione di 17,5 milioni di euro.
Famiglia Cristiana:  IL CARDINALE TURKSON: "PRESTO UN DOCUMENTO SULLA GESTIONE DELLE FINANZE NELLA CHIESA CATTOLICA"
Questa storia che la Curia Romana è sull’orlo del crack finanziario, come scrive Gianluigi Nuzzi nel suo ultimo libro dedicato alle finanze della Santa Sede (quarto capitolo della saga di “Vaticano Spa”, titolo rubato a una vecchia inchiesta dell’Espresso) al cardinale ghanese Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, fa venire in mente un celebre aneddoto. Il porporato commenta le polemiche in occasione di un convegno dell'Università Cattolica su etica e finanza, a partire dal documento "Oeconomicae et pecuniarie quaestiones". L'aneddoto è questo. Quando Napoleone minacciò il cardinale Consalvi, segretario di Stato di Pio VII, di distruggere il Vaticano e la chiesa il porporato rispose serafico: “Non credo Maestà, non ci siamo riusciti noi preti in in 17 secoli, figuriamoci Vostra Altezza”.
Eppure le polemiche sui conti della Chiesa continuano ...
“Intorno alle finanze del Vaticano le polemiche sono quasi cicliche. Del resto se papa Francesco fa qualcosa di nuovo suscita sempre una reazione contraria da parte di ambienti ostili. Non conosco la situazione finanziaria dal punto di vista strettamente tecnico, ma so che il pontefice vuole più trasparenza possibile nella gestione delle risorse finanziarie, secondo criteri improntati all’etica cristiana”.
E quali sono questi criteri?
“Criteri improntati non a una logica del profitto, secondo quella visione individualistica che ha orientato i mercati negli ultimi anni ed è stato una delle cause della grande crisi finanziaria, oltre che in una diseguaglianza nella distribuzione dei redditi, ma alla solidarietà e allo sviluppo, secondo una prospettiva antropologica che mira alla persona. Non si potrà investire in armi ad esempio, ma privilegiare quei titoli appartenenti a realtà economiche che investono nella terra, nelle risorse idriche nel Terzo Mondo e via dicendo. Ecco perché stiamo mettendo a punto un documento molto importante, su sollecitazione di Francesco, che mira a identificare criteri comuni nella gestione delle risorse riguardante i vari organismi finanziari presenti all’interno della Chiesa”.
Si tratta di accorpare i dicasteri vaticani economici, come Apsa e IOR?
“Non è necessario, ma spesso e volentieri dal punto di vista finanziario un dicastero non sa quello che fa l’altro, i criteri sono diversi, le risorse vengono impiegate senza un coordinamento. In Vaticano esiste già l'Aif, l'Autorità di informazione finanziaria, che controlla i conti delle varie realtà, dall'Apsa allo IOR, ma qui serve un organismo centralizzato sulla gestione più che sulla trasparenza, che esiste già. Anche le diocesi si comportano in maniera diversa, alcune hanno dei criteri, come quelle americane e tedesche, altre ne hanno pochi, altre ancora non ne hanno per nulla. Ecco che il documento fisserà dei principi comuni per la gestione delle risorse. che riguarderanno oltre ai dicasteri vaticani. anche gli uffici finanziari delle varie diocesi”.
(L’intervista integrale verrà pubblicata sul prossimo numero di Famiglia Cristiana in edicola giovedì 31 ottobre)
Linkiesta:  Nuzzi non è San Giovanni, e la sua Apocalisse (contabile) probabilmente non si realizzerà
Neanche il tempo di uscire nelle librerie che una copia di Giudizio universale è già da ieri sulla scrivania del promotore di giustizia del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano. Copia che è stata consegnata dalla legale dello stesso autore, Gianluigi Nuzzi, per verificare eventuale notizia di reato. Il giornalista di Quarto Grado fece in realtà lo stesso anche nel 2017 con Peccato originale, da cui sono poi scaturite le inchieste di Oltretevere e della Procura di Roma sui presunti abusi ai danni dei chierichetti del Pre-seminario di San Pio X.
Un atteggiamento in realtà che sa di sfida e rivendicazione da parte di Nuzzi, il cui nome è legato da anni al filone inchiestistico vaticano, concretatosi in libri di successo come Vaticano S.p.aSua Santità e Via Crucis. Libro, quest’ultimo, per il quale il giornalista fu coinvolto nel cosidetto processo Vatileaks tra le mura leonine e dal quale uscì poi assolto.
Ora con Giudizio universale - La battaglia finale di Papa Francesco per salvare la Chiesa dal fallimento, edito per i tipi milanesi Chiarelettere e basato su circa 3mila documenti riservati, Nuzzi è tornato a popolare di incubi le menti di chi vive e opera al di là del Tevere. Perché il tema è uno di quelli tra i più esplosivi come solo possono esserlo i guai finanziari della Santa Sede connessi a spericolate quanto cattive gestioni sì da esporla a imminente rischio default.
 Su tutto le ombre di quelle che Nuzzi chiama – sulla scorta di un’interessante intervista concessagli dall’arcivescovo Francesco Saverio Salerno, già segretario della poi soppressa Prefettura per gli Affari economici, poco prima di morire il 21 gennaio 2017 – le “tre banche”, che sfuggono a ogni controllo. Si tratta dello Ior (Istituto Opere di Religione), dell’Apsa (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica) e la Sezione amministrativa della Segreteria di Stato.
A interessare maggiormente sono queste due ultime realtà. Circa l’Apsa Nuzzi ha scoperto come nel 2018, «per la prima volta», un preoccupante bilancio in rosso, conseguenza di «una gestione clientelare e senza regole, di contabilità fantasma e del testardo sabotaggio dell’azione del Papa». Un bilancio, che, tradotto in cifre, è così presentato dal giornalista: «Mai il risultato operativo era sceso del 27 per cento, mai quello finanziario aveva registrato un meno 67 per cento, né quello di gestione un meno 56 per cento, precipitato addirittura al meno 115 per cento prima degli interventi massicci per ripianare le perdite».
E poi in particolare la gestione del patrimonio immobilare della Santa Sede per un totale di 4.421 unità, di cui 2.400 appartamenti e 600 tra negozi e uffici di proprietà diretta dell’Apsa, per lo più a Roma e a Castel Gandolfo. Di queste 800 risultano sfitte, mentre delle 3.200 in locazione il 15% è a canone zero, metà a prezzi di favore. Ma le morosità arrivano a 2,7 milioni.
Al riguardo è oggi arrivata su Avvenire la replica dell’arcivescovo Nunzio Galantino, presidente dell’Apsa, che ha dichiarato: «In realtà la gestione ordinaria dell'Apsa nel 2018 ha chiuso con un utile di oltre 22 milioni di euro. Il dato negativo contabile è esclusivamente dovuto a un intervento straordinario volto a salvare l'operatività di un ospedale cattolico e i posti di lavori dei suoi dipendenti». Il riferimento è all’Idi di Roma, per il risanamento del cui dissesto l’Amministrazione ha erogato, come documentato da Nuzzi, un prestito di 50 milioni di euro, mai più rientrati.
Dopo aver negato che in Apsa esistano conti cifrati o contabilità parallele, Galantino è entrato nel merito della gestione dei beni immobili, dichiarando che «quelli non a reddito sono o gli appartamenti di servizio o gli uffici della Curia. Quanto al loro valore, di mercato è impossibile fare una stima. Prendiamo i palazzi di piazza Pio XII: quanto valgono in concreto? Se ci fai un albergo extra lusso è un discorso, se ci metti gli uffici della Curia romana, come è adesso, non valgono niente. Inoltre circa il 60 per cento degli appartamenti è affittato ai dipendenti che hanno necessità, ai quali viene riconosciuto un canone di affitto ridotto. Questa è una forma di housing sociale. Se lo fanno le grandi aziende private, sono realtà benemerite che si prendono cura del personale. Se lo fa il Vaticano, siamo degli incompetenti, o peggio, che non sappiamo amministrare il patrimonio».
Con toni, talora propri di quella che Adolfo Omodeo stigmatizzava come “querula retorica clericale”, Galantino ha liquidato talune argomentazioni di Nuzzi come «letture che sanno molto da Codice da Vinci», tenendo a ribadire che uno Stato come il Vaticano «che non ha tasse o debito pubblico ha solo due modi per vivere. Mettere a reddito le proprie risorse e basarsi sui contributi dei fedeli, anche quelli all'Obolo di San Pietro».
 E proprio il tema Obolo rimanda alla recente inchiesta di Emiliano Fittipaldi per L’Espresso, i cui fondi extrabilancio, pari a 650 milioni di euro, sarebbero stati gestiti dalla Segreteria di Stato per investimenti in Paesi offshore e compravendite immobiliari a Londra. A essere problematico non è certamente l’acquisto di stabili di lusso nella capitale britannica quanto i gravi indizi di «peculato, truffa, abuso d'ufficio, riciclaggio» gravanti sulle operazioni accennate e documentate dalla magistratura vaticana a carico di ecclesiastici e laici.
A occuparsi di questa contabilità riservata soprattutto quella che Salerno-Nuzzi chiamano la 3° banca, ossia la Sezione amministrativa, di cui è stato capo quel mons. Alberto Perlasca che, apprezzato dai segretari di Stato Angelo Sodano, Tarcisio Bertone e Pietro Parolin, è stato poi defenestrato da Bergoglio con la nomina, nel luglio scorso, a promotore di giustizia sostituto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.
Di essa così ne tratteggia genesi e fini Nuzzi nel capitolo I tesori nascosti della Segreteria di Stato, che è certamente tra i più interesanti e riusciti dell’intero volume: «L’ufficio amministrativo faceva parte della prima area, quindi è credibile che non rientrasse nel campo visivo del pontefice. La terza banca è nata agli inizi degli anni Settanta con Paolo VI, ai tempi di Michele Sindona, quando a un diplomatico di carriera come monsignor Gianfranco Piovano, vicino al futuro segretario di Stato Angelo Sodano, fu affidato il compito di creare un fondo strutturale in segreteria, lontano dagli scandali e dagli artigli dello Ior di Paul Marcinkus e dell’Apsa, per coprire le necessità del papa: un deposito pronto per ogni emergenza.
Si trattava appunto della terza banca, con conti allo Ior e, all’epoca, all’Apsa, attività finanziarie nei paradisi fiscali (Isole Vergini e Svizzera), e anche un misterioso e cospicuo conto segreto riconducibile alla Cei, nascosto ai vescovi. Proprio dai fondi di questo istituto si reperirono i 406 milioni di dollari per rimborsare negli anni Ottanta i piccoli azionisti del Banco Ambrosiano dopo il crac di Roberto Calvi. Leggenda vuole che per raccogliere i primi capitali Piovano abbia contattato alcuni imprenditori milanesi indicati da papa Montini. Da qui sarebbe nato tutto. Un collegamento diretto tra questo ufficio e la Cei lo stabilisce anche monsignor Salerno».
Elemento ignorato da Nuzzi, ma confermato da autorevole fonte vaticana a Linkiesta, della Sezione amministrativa faceva parte, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, mons. Cesare Burgazzi, poi improssivamente travolto da uno scandalo mediatico a sfondo sessuale nella totale indifferenza degli allora superiori della Segreteria di Stato. Come poi le carte processuali hanno dimostrato fino alla sentenza della Cassazione Burgazzi, divenuto poi capoufficio della Sezione Corrispondenze sotto Bergoglio, era totalmente estraneo alle accuse imputategli, che erano apparse a tanti come montate ad arte. Motivo? Perché il monsignore, considerato inizialmente un pupillo di Piovano, era venuto a conoscenza delle attività di quella che da lui stesso veniva chiamata “Ior parallelo”.
In conclusione, un libro-inchiesta scottante e, d’altra parte, fondamentale quello di Nuzzi anche se c’è forse da riconoscere con Galantino e il card. Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga, ieri intervistato da Paolo Rodari per La Repubblica, che il rischio crac paventato dal giornalista è in realtà inesistentes. Senza contare che quello del bilancio in rosso è quasi una costante Oltretevere già a partire dal primo anno di pontificato di Giovanni Paolo II che si chiuse con un deficit di 19 miliardi di lire. Parere, questo, condiviso anche da un economista come Giulio Sapelli.
Avvenire:  Intervista. Galantino smentisce: «Vaticano, nessun crac e niente conti cifrati»
Ci risiamo. Ormai sembra essere diventato uno sport abbastanza praticato il tiro al bersaglio sui soldi della Chiesa, e del Vaticano in particolare. Che il bersaglio venga centrato o meno, cioè – fuor di metafora – che le informazioni diffuse con libri di grande tiratura e altrettanti lanci pubblicitari conditi persino da articoli di grandi firme, siano vere o false (o tutt’e due, in un inestricabile mix) poco importa. L’essenziale è far passare nell’opinione pubblica l’idea di un Vaticano in preda a faide interne, in cui magari un gruppo di cattivi curiali si contrappone all’opera risanatrice di papa Francesco. E che proprio per queste faide lo stesso Vaticano sarebbe sull’orlo del default.
La tesi, ripetuta fino all’esasperazione come in una sorta di telenovela (l’ultima puntata è il volume ancora fresco di inchiostro di Gianluigi Nuzzi) non coglie di sorpresa monsignor Nunzio Galantino, presidente dell’Apsa, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, una delle realtà della Santa Sede più pesantemente tirate in ballo dalla pubblicazione. Il vescovo allarga le braccia con un gesto a metà tra lo sconsolato e il rassegnato. Come a significare: tutto questo è un déjà vu.
«Che cosa vuole che le dica? – attacca –. Qui non c’è alcun crac o default. C’è solo l’esigenza di una spending review. Ed è quanto stiamo facendo. Glielo posso dimostrare con i numeri. Il tono scandalistico che leggo nelle prime anticipazioni va bene per il lancio di un libro, molto meno per descrivere una realtà articolata e complessa come la Chiesa. Laddove articolata e complessa non è assolutamente sinonimo di segreta o subdola».
Eccellenza, l’Apsa viene descritta come un ente con i conti in rosso, frutto di una gestione clientelare e senza regole, con contabilità fantasma e illeciti. Insomma non esattamente ciò che si direbbe un esempio evangelico. Come risponde?Rispondo che non è vero. Mi permetta di fare una doverosa premessa, anche di carattere storico. Parlavo prima di una realtà articolata e complessa, come articolate e complesse sono tutte le situazioni chiamate a misurarsi con una mission come quella della Chiesa: l’annuncio e la testimonianza del Vangelo che ha per protagonisti uomini e donne che per la loro azione si servono di mezzi e strumenti umani. Tali sono gli strumenti che l’Apsa amministra. Lo fa con lo scopo di reperire quanto è necessario attraverso una retta e corretta amministrazione del patrimonio che le è stato affidato.
Da dove deriva questo patrimonio?È un patrimonio messo nelle mani della Chiesa dai tanti fedeli che hanno creduto e continuano a credere nella sua missione. A questo si è aggiunta nel 1929 la somma versata dall’Italia alla Santa Sede a chiusura della nota "questione romana", con la Convenzione finanziaria allegata ai Patti Lateranensi. Negli anni successivi poi Pio XI – per assicurare libertà di azione alla Chiesa, affinché non si trovasse di nuovo nella morsa di uno Stato che con le leggi del periodo risorgimentale aveva sostanzialmente incamerato una quantità enorme di beni ecclesiastici –, ha investito i soldi ricevuti in beni immobili e mobili. E, secondo il ben noto principio economico della diversificazione degli investimenti, ha operato non solo in Italia ma anche all’estero. La motivazione di fondo non è dunque quella della speculazione, ma è un modo per assicurare alla Chiesa la libertà nell’esercizio della sua missione e anche la prosecuzione di tutto questo nel tempo.
Il presidente della Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), replica alle “rivelazioni” su un ipotetico crac d’Oltretevere: «Ecco perché si tratta soltanto di una doverosa spending review»
Il presidente della Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), replica alle “rivelazioni” su un ipotetico crac d’Oltretevere: «Ecco perché si tratta soltanto di una doverosa spending review»
Bene, ma qual è la situazione attuale?La situazione attuale della amministrazione della Santa Sede non ha niente di differente rispetto a quanto capita in una qualsiasi famiglia o anche negli Stati dei diversi continenti. A un certo punto si guarda a quello che si spende, si vede quello che entra e si cerca di riequilibrare le spese. Con un termine oggi molto in voga si chiama spending review. E dunque l’attuale bilancio dell’amministrazione della Santa Sede – in rosso o in verde che sia – non è frutto di ruberie, furbizie e gestione malaccorta. È la presa d’atto che molte cose sono cambiate. Teniamo presente che il Vaticano non ha un regime fiscale frutto di imposizione di tasse o imposte, non ha un debito pubblico. Il suo Pil, se così vogliamo chiamarlo, si basa unicamente su quello che riesce a ricavare dal patrimonio che ha (compresi i Musei Vaticani) e dalle offerte dei fedeli e delle diocesi di tutto il mondo. Gli strumenti di controllo messi in atto da Benedetto XVI e potenziati da papa Francesco stanno permettendo di mettere ordine nella gestione di questo patrimonio per equilibrare le uscite e le entrate e dove è necessario operare correzioni di prassi nel rispetto delle competenze degli organi amministrativi della Santa Sede.
Lei accennava prima al bilancio dell’Apsa. Ci può dare qualche cifra?Il risultato negativo del bilancio non è, come è stato scritto, la conseguenza di «una gestione clientelare e senza regole, di contabilità fantasma e del testardo sabotaggio dell’azione del Papa». In realtà la gestione ordinaria dell’Apsa nel 2018 ha chiuso con un utile di oltre 22 milioni di euro. Il dato negativo contabile è esclusivamente dovuto a un intervento straordinario volto a salvare l’operatività di un ospedale cattolico e i posti di lavoro dei suoi dipendenti.
Quindi tutto chiaro? In Apsa non esistono conti cifrati o contabilità parallele?Glielo confermo e ribadisco. L’Apsa non ha conti segreti o cifrati. Si provi il contrario. In Apsa non ci sono neppure conti di persone fisiche e di altre persone giuridiche, se non i dicasteri della Santa Sede, gli enti collegati e il Governatorato. Uno Stato che non ha tasse o debito pubblico ha solo due modi per vivere: mettere a reddito le proprie risorse e basarsi sui contributi dei fedeli, anche quelli all’Obolo di San Pietro. Qui si vuole che la Chiesa non abbia niente e poi comunque provveda a dare la giusta paga ai suoi lavoratori e a rispondere a tante necessità, prima di tutto quelle dei poveri. È evidente che non può essere così. C’è la necessità di una spending review, per contenere i costi del personale e gli acquisti di materiali, e su questo si sta lavorando con grande cura e attenzione. Quindi nessun allarmismo sull’ipotetico default. Piuttosto parliamo di una realtà che si rende conto che bisogna contenere le spese. Come avviene in una buona famiglia o in uno Stato serio.



Ci può fornire i dati relativi agli immobili dell’Apsa, su cui molto si favoleggia?Si tratta di 2.400 appartamenti per lo più a Roma e a Castel Gandolfo. E di 600 tra negozi e uffici. Quelli non a reddito sono o gli appartamenti di servizio o gli uffici della Curia. Quanto al loro valore di mercato, è impossibile fare una stima. Prendiamo i palazzi di piazza Pio XII: quanto valgono in concreto? Se ci fai un albergo extralusso è un discorso, se ci metti gli uffici della Curia romana, come ora, non valgono niente. Inoltre circa il 60% degli appartamenti è affittato ai dipendenti che hanno necessità, ai quali viene riconosciuto un canone di affitto ridotto. Questa è una forma di housing sociale: se lo fanno le grandi aziende private, sono realtà benemerite che si prendono cura del personale; se lo fa il Vaticano, siamo degli incompetenti o peggio, che non sappiamo amministrare il patrimonio.
Molto spesso in questo tipo di pubblicazioni si tende a contrapporre la Curia (resistente) al Papa che vuole fare le riforme e viene osteggiato dai suoi stessi collaboratori. Qual è il suo parere al proposito?Contrapporre il Papa alla Curia è un cliché giornalistico usurato. Stiamo tutti continuando a lavorare per equilibrare entrate e uscite e dunque cerchiamo di fare proprio e soltanto quello che il Papa vuole. Altre letture sanno molto di Codice da Vinci, cioè di un approccio assolutamente romanzato alla realtà.
 I due bilanci da non confondere
Quando si parla di conti vaticani, di solito a prevalere è la confusione, frutto molto spesso di approssimativa conoscenza delle regole che sono alla base dei bilanci e degli enti d’Oltretevere e dei loro reciproci rapporti. È quanto emerge anche dalle prime anticipazioni del libro di Nuzzi, dove si affastellano considerazioni relative all’Apsa, allo Ior e ai bilanci in rosso del Vaticano senza tener conto delle differenze – di funzione e di amministrazione – dei vari segmenti di una realtà «articolata e complessa», come ricorda monsignor Galantino. Il bilancio del cosiddetto Vaticano si compone infatti di due distinti conti economici: quello consolidato della Santa Sede che raggruppa i bilanci delle singole realtà che lo costituiscono (i dicasteri della Curia Romana, le istituzioni collegate e le nunziature, in tutto una sessantina di enti della Santa Sede) e quello dello Stato della Città del Vaticano, o meglio del Governatorato che ne è l’organo esecutivo. Secondo i dati 2015 (gli ultimi pubblicati) il bilancio consolidato ha fatto segnare un disavanzo di 12,4 milioni di euro, mentre il Governatorato registrava un surplus di 59,9 milioni.

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