2 ottobre: 150 anni fa nasceva Gandhi


Oggi ricorre l'importante anniversario dei 150 anni dalla nascita di Gandhi, un uomo che ha cambiato la storia con la forza della non violenza e che ha ancora da dirci molto. Tra gli articoli che sono stati pubblicati nella stampa segnalo quello di Vatican news, di  Città Nuova e del Corriere (con la Gabanelli che presenta la figura di "Donne e uomini che hanno cambiato il Mondo, senza chiedere ad altri di pagare il conto").
“La non violenza – insegnava Gandhi – è la più grande forza a disposizione dell’umanità. E’ più potente della più potente arma di distruzione  ideata dall’ingegno dell’uomo”.
La parola ‘ahimsā’ che trasmette il significato di nonviolenza per Gandhi non è solo uno stato negativo di non nuocere ma soprattutto un atto positivo di amore. Perciò Gandhi ha definito ‘ahimsā’ come il più grande amore, la più grande carità. Ed è qui, attraverso questo amore, che per lui non conosce frontiere e si deve estendere ad ogni essere umano, compresi anche i malintenzionati, i malvagi e perfino al male personificato. Gandhi ha detto che non è nonviolenza se amiamo solo quelli che ci amano. E’ nonviolenza solo quando amiamo coloro che ci odiano. Perciò, ecco, la nonviolenza è un rimedio che guarisce la malattia della società. E’ un antidoto all’odio e al conflitto. Qui è dove noi cerchiamo di lavorare assieme agli appartenenti delle diverse tradizioni religiose, cercando tutti insieme con le persone di buona volontà di costruire un mondo migliore, anche in vista di un’etica universale da riproporre, perché dobbiamo e siamo chiamati come esseri umani a essere buoni, a fare del bene, ad evitare il male, a seminare la pace. 
Città Nuova:
Il 2 ottobre del 1869 a Porbandar, nello stato del Gujarat in quella che era allora un’India unita, nasceva Mohandas Karamchand Gandhi. Sarebbe diventato il Mahatma – come Rabindranath Tagore lo aveva soprannominato – la “grande anima”. Il 2 ottobre 2019 Gandhi avrebbe compiuto 150 anni. Si tratta di una di quelle persone che ha fatto la storia non solo del suo tempo e del suo popolo ma dell’umanità intera. Lui stesso era ben cosciente della dimensione del suo respiro universale. Aveva scritto, ancora nel 1929: «La mia missione non è meramente la fratellanza dell’umanità indiana. La mia missione non è soltanto la libertà dell’India anche se oggi, di sicuro, tale obiettivo assorbe praticamente ogni energia vitale e ogni attimo del mio tempo. Ma attraverso la realizzazione della libertà dell’India spero di sviluppare e portare avanti anche la missione della fratellanza dell’uomo».
Gandhi, sebbene legato ai processi che portarono all’indipendenza del sub-continente indiano, era, in effetti, aperto su tutta l’umanità e lo confermano quanti si sono ispirati, sia pure in modo diverso, a lui per realizzare rivoluzioni pacifiche in diversi contesti storici e geografici. Per fare alcuni nomi, ricordiamo Martin Luther King, Nelson Mandela ed il vescovo Tutu, Aung San Suu Kyi ma anche fenomeni di massa come quello che portò alla rivoluzione popolare pacifica nelle Filippine che costrinse il dittatore Marcos a lasciare il Paese.
Gandhi ha dato vita a processi che mirano a realizzare pace e giustizia, attraverso alcuni principi ed intuizioni che hanno svelato il suo genio politico e sociale ma anche la sua profonda dimensione spirituale. Ha, infatti, lavorato alla pace attraverso il principio della ahimsa, non-violenza ed ha proposto ideali sociali con il suo concetto di sathyagraha, restare radicati nella verità. Idee che si ispirano alla cultura millenaria delle religioni dell’India, quelle di sanatana dharma, in particolare induismo e giainismo. È riuscito, tuttavia, ad applicarle alla vita del suo tempo e, soprattutto, ha mostrato con il suo essere e la sua testimonianza personale che potevano essere vissute. In tal senso Gandhi resta un emblema di coerenza ed imitabilità. È sempre rimasto fedele, infatti, a quanto credeva e predicava e poteva affermare a tutto diritto: «La mia vita è il mio messaggio». La coerenza di cui era capace toglieva a queste parole qualsiasi venatura di pretenziosità.
Proprio questo lo ha reso, anche, un personaggio scomodo, difficile da decifrare e, spesso, assai controverso. Non di rado, infatti, le stesse fasce sociali per le quali si era battuto sono state protagoniste di scontri e polemiche con il Mahatma. L’esempio più eclatante è la polemica lunga ed irrisolta con Ambedkar, leader dei dalit – o come il chiamava Gandhi harijans, figli di Dio – i fuori casta. Sebbene impegnato alla loro promozione sociale, Gandhi era fortemente criticato da Ambedkar che sosteneva che, in effetti, la sua posizione e la sua politica non facevano altro che perpetuare il destino drammatico dei dalit. La sua posizione di apertura, come indù, verso tutte le comunità, con una attenzione particolare verso i musulmani – il secondo gruppo religioso dell’India – è stato un contenzioso che gli è costato la vita e che continua ancora oggi ad essere fortemente ostacolato da fondamentalisti indù, alle cui frange apparteneva il suo assassino – Nathuran Godse – e che attualmente controllano l’intero Paese.
A cento cinquant’anni dalla nascita e a 71 dalla morte in un mondo come quello attuale, globalizzato e dove la tecnologia provoca esasperazioni semplicemente impreviste alcuni decenni orsono, sembra assurdo ed anacronistico parlare di Gandhi e dei suoi ideali di semplicità, sobrietà, giustizia fra le classi sociali, armonia fra le religioni. L’immagine di un uomo che tesse all’arcolaio per combattere le superpotenze del suo tempo difficilmente si armonizza con quanto vive la nostra società super tecnologica e robotizzata. Eppure, varrebbe la pena recuperare gli ideali gandhiani e vedere se e come possono essere armonizzati ed applicati alla nostra società odierna. Uomini e donne come Gandhi non vivono invano: lasciano tracce preziose che le generazioni successive sono chiamate a mediare all’interno di un mondo in rapida evoluzione.
Ma il problema non è solo attuale. Da sempre Gandhi, come tutti i profeti, è stato ed ha continuato ad essere un segno di contraddizione sia nel suo Paese come nel mondo intero. Ne era ben cosciente lui stesso se aveva affermato: «Una volta che questi occhi saranno chiusi per sempre ed il mio corpo sarà consegnato alle fiamme, ci sarà tutto il tempo per pronunciare un verdetto sulla mia opera». La stessa coscienza l’avevano anche i suoi contemporanei. Albert Einstein, per esempio, da un lato, ammetteva di trovarsi di fronte al «più grande genio politico del nostro tempo che ha dimostrato di quali sacrifici è capace l’uomo quando abbia trovato la via giusta». Dall’altro, non esitava ad affermare che «le generazioni a venire stenteranno a credere che un individuo simile, in carne e ossa, abbia potuto calpestare questa terra».
Eppure, sono questi gli uomini e le donne che “fanno la differenza” nella nostra storia. Gandhi ha rappresentato una luce, come gli indiani stessi si sono resi conto nel momento della sua morte. Lo sintetizzò bene Jawaharlal Nehru, primo ministro dell’India indipendente che la sera del 30 gennaio 1948 annunciò: «Amici e compagni, la luce è partita dalle nostre vite e c’è oscurità dappertutto. Il nostro beneamato leader Bapu, come lo chiamavamo, il padre della nazione, non c’è più. Non correremo più da lui per un consiglio o per cercare consolazione e questo è un terribile colpo, non solo per me ma per milioni e milioni in questa nazione». Ad un secolo e mezzo dalla sua nascita, il nome di Gandhi continua ad oscillare fra questi estremi e ad interrogare tutti noi nel XXI secolo. Eppure, c’è nel suo pensiero e nel suo spirito una ispirazione che potrebbe offrire una gamma di contributi alla vita socio-politica e religiosa del mondo attuale.
Corriere:
 Nel 1955, nella città americana di Montgomery nell’Alabama, per chi aveva la pelle nera avere dei diritti civili significava non dover cedere il proprio posto a un bianco, se questi era rimasto in piedi. Nel 1980, in Polonia, per gli operai avere dei diritti civili significava non essere pagati come schiavi. Nel 1968, a Praga, chi chiedeva dei diritti civili non voleva più obbedire a una potenza straniera, l’Urss. Tutto questo aveva un solo nome: libertà. Ma né in Alabama, né in Polonia, né a Praga, quella libertà sarebbe stata mai conquistata, senza alcune persone disposte a sacrificare la vita, il lavoro, la famiglia. Gente sconosciuta che da sola riuscì a mettere in moto la storia: con il proprio esempio. E che non chiese agli altri di pagare il conto del cambiamento, come invece fecero i predicatori di rivoluzioni violente, relegati poi nella spazzatura della storia.
Esempi che ispirano le popolazioni di tutto il mondo
Nell’Alabama, cambiò la storia la sartina Rosa Parks, a Danzica l’elettricista Lech Walesa, a Praga lo studente Jan Palach. E tanti altri, in altri Paesi. Non piegarono la schiena, scelsero di non tollerare l’ingiustizia. «Scelsero»: cioè praticarono l’unico vero diritto che un essere umano abbia su questa terra, il libero arbitrio. Conobbero certo la paura, come tutti, ma non le permisero di umiliarli. Furono la smentita vivente del detto manzoniano: «Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare». Se furono condizionati dalle circostanze storiche in cui vissero, come tutti lo siamo, non ne furono però prigionieri. Non avevano eserciti né ricchezze dietro di loro. Non predicavano la salvezza del mondo. Ma la dignità dell’individuo, di ogni individuo. Alcuni di loro furono dimenticati per dieci, venti, trent’anni. Ma non scomparvero mai del tutto, sono diventati simboli più forti della macina del tempo. Il loro esempio scorre, come certi rivoli carsici che non perdono mai la loro energia nascosta. Basta saperli trovare, e ascoltare il loro scrosciare.
La giovane Sophie Scholl
Sophie Scholl aveva 22 anni quando fu decapitata il 22 febbraio 1943, dalla lama d’acciaio pesante 15 chili della ghigliottina della prigione di Monaco di Baviera. Scarabocchiò dietro il foglio della sentenza una parola: «Freiheit», «Libertà». Motivazione della condanna: aver seminato nelle strade migliaia di volantini anti-nazisti, aver vergato sui muri «Hitler assassino del popolo». E aver scritto: «Niente è più indegno di una nazione civilizzata, che lasciarsi governare senza alcuna opposizione da una cricca che fa leva sugli istinti più elementari… Il danno reale è fatto da quei milioni di cittadini onesti che vogliono solo essere lasciati in pace... Copiate e diffondete». Sophie era una studentessa di filosofia dal volto anonimo. Lei, il fratello Hans e altri avevano fondato un piccolo gruppo, «La rosa bianca», dal titolo di un racconto di Clemens Brentano, scrittore del Romanticismo tedesco autore di poesie e canzoni contro Napoleone. I loro volantini, 7 in tutto, usciti da un vecchio ciclostile rivelarono già nella prima fase della guerra: «Da quando la Polonia è stata conquistata, 300.000 ebrei sono stati massacrati in quel Paese, nella maniera più bestiale». Questo, secondo alcuni storici, fu la prima denuncia all’Olocausto in terra ed epoca nazista da fonti tedesche. Nessuno, fra coloro che trovarono quei volantini, poteva più giustificarsi affermando: «Non sapevo». E quei fogli dicevano anche altro: «Il tedesco non deve sentire semplicemente pietà: egli deve sentire la colpa. Ciascuno è colpevole, colpevole, colpevole! (sottolineato tre volte, ndr)».
Sophie e la fedelissima di Hitler
Sophie e i suoi compagni furono arrestati quando il bidello che li conosceva da tanti anni li denunciò alla Gestapo. Ma Traudl Junge, l’ultima segretaria personale di Hitler, la fedelissima che raccolse il suo testamento e scrisse «ero troppo giovane per capire», alla fine della vita annotò nei suoi diari: «Un giorno ho notato la targa alla memoria Sophie Scholl in Franz Joseph Strasse a Monaco, e quando mi sono resa conto che quella ragazza è stata giustiziata nel 1943, ne sono stata profondamente scioccata. Anche Sophie Scholl all’inizio era stata una ragazza del Bdm (Lega delle giovani tedesche, ndr), di un anno più giovane di me, e aveva capito benissimo di avere a che fare con un regime criminale. La mia scusa perdeva ogni consistenza».
Gandhi, il «fachiro» che sconfisse Churchill
Un uomo può sconfiggere un impero, e nello stesso tempo essere tormentato dalle paure. Gandhi temeva il buio, i serpenti, i fantasmi. Ed era anche pieno di contraddizioni. Churchill lo aveva definito «un fachiro seminudo, nauseante». Da adulto, con il voto del «brahmacharya», rinunciò al sesso, ma da ragazzo era stato divorato da una vera ossessione sessuale per la moglie quattordicenne Kasturbai. Un giorno che aveva il padre morente fra le braccia, quando questi si assopì, corse subito dalla moglie-bambina, la svegliò per fare l’amore. E nel frattempo, il padre morì: «La vergogna era la vergogna del mio desiderio carnale perfino nel momento tragico della morte di mio padre». Ma non sono i dettagli biografici a fare la storia. Molto più conta l’ammirazione da lontano di Churchill — proprio quel Churchill che di Gandhi si era fatto beffe — per il Mahatma che abbracciava anche gli «intoccabili». Alla fine, il «fachiro semi-nudo, nauseante» vinse nel 1947 l’impero britannico, che dominava su 412 milioni di persone, con le sue marce pacifiche e digiuni a oltranza. Sempre in prima fila, non mandò altri al suo posto. Gli estremisti indù lo chiamavano codardo e traditore. Ma le loro bombe non scalfirono l’impero di Londra. E furono loro nel 1948, ad uccidere Gandhi. Lui si era detto pronto a dare l’unica cosa che poteva dare: la sua vita. E così fece.
Il «no» della sartina dell’Alabama
Rosa Parks era una sartina di 42 anni, e il primo dicembre del 1955 aveva preso l’autobus per tornare a casa dal lavoro. La Corte dell’Alabama aveva appena stabilito che la segregazione razziale violava la Costituzione. Quel giorno l’autobus era affollato, e Rosa si era seduta come sempre nella prima fila riservata ai neri, ma l’autista James Blake le aveva ordinato di cedere il suo posto a un bianco, rimasto in piedi. E lei rispose: «No». Fu arrestata, licenziata. La comunità nera di Montogomery indisse il boicottaggio degli autobus, una cosa mai prima accaduta. Durò per mesi. Nel frattempo, la comunità elesse come capo un giovane di nome Martin Luther King. Nel 1956 la Suprema Corte confermò l’incostituzionalità della segregazione razziale sugli autobus. Rosa morì a 92 anni, prima donna americana della storia a ricevere onoranze funebri nel Campidoglio.
La potenza simbolica del monaco che si dà fuoco
Nel 1963, il Sud Vietnam buddista era governato da un aristocratico della minoranza cattolica, Ngô Đình Diem, finanziato dagli americani. La guerra civile era già iniziata. E i monaci buddhisti, che guidavano la cultura del Paese ma erano seguaci della non violenza, pregavano e stavano a guardare passivamente. Finché uno di loro, l’abate Thich Quang Duc, capo della principale pagoda di Saigon, non si immolò per protesta contro la repressione anti-buddhista, la corruzione e l’asservimento del Paese agli Usa. Aveva 66 anni, apparteneva alla corrente buddhista Mahayana che vieta il suicidio. Ma si sedette ugualmente su un cuscino nel centro di Saigon, lasciò che due confratelli gli versassero sul corpo un bidone di benzina, e poi accese da solo il fiammifero. Impiegò 10 minuti a morire, immobile, senza un lamento. L’immagine del suo saio arancione in fiamme fece il giro del mondo, e milioni di persone divennero consapevoli di una guerra e una repressione fino a quel momento pressoché ignorate. Era l’11 giugno 1963. La guerra del Vietnam sarebbe finita solo nel 1975, ma la sua fine simbolica era cominciata con il suicidio del bonzo. «Come un solo fiammifero può accendere una rivoluzione», titolò anni dopo il New York Times.
Praga: la spallata finale nel nome di Jan Palach
Sei anni dopo, da questa parte del mondo, qualcun altro scelse il fuoco per rivendicare la libertà del suo popolo. «Io sono la torcia numero uno», scrisse a 19 anni Jan Palach, nella lettera che lasciò agli amici. Fino ad allora era stato uno studente universitario timido, appartato. Il 19 gennaio 1969, in piazza san Venceslao nel centro di Praga, si versò addosso un bidone di benzina per protestare contro la censura filo-sovietica sulla stampa. Sembrò un sacrificio inutile, il suo, il regime ne occultò persino la tomba. Ma vent’anni dopo, il 17 novembre 1989, mezzo milione di persone riempì la piazza san Venceslao, là dove la torcia si era accesa. Gridavano «Svoboda», «libertà». E «Palach, Palach!». Non avevano dimenticato quel nome. Lo stesso che, nell’estate precedente, l’astronomo Lubos Kohoutek — poi andato in esilio — aveva attribuito a un asteroide che aveva appena scoperto: «Palach 1834». Poche settimane dopo la manifestazione di piazza San Venceslao, lo scrittore dissidente Vaclav Havel — appena reduce dal carcere — fu eletto presidente dell’Assemblea Federale. Ad Est il mondo stava cambiando, e la Cecoslovacchia era tornata nell’Europa libera. Anche nel nome di Jan.
Bobby Sands: il digiuno divenne più pericoloso dell’arma
Non voleva indossare l’uniforme del detenuto, Bobby Sands. Voleva che il Regno Unito britannico lo rispettasse come prigioniero politico, patriota della «sua» Irlanda repubblicana. Aveva 27 anni, era un militante del gruppo armato dell’Ira. «Armato», appunto, e infatti Sands fu imprigionato per detenzione illegale di 4 pistole. Ma nel 1981, lui (ed altri 9 compagni detenuti) divenne veramente pericoloso per Londra quando scelse un’ arma più potente, la stessa di Gandhi: lo sciopero della fame. E proprio com’era avvenuto a Gandhi, molti altri militanti non li capirono, li criticarono. Sands morì dopo 66 giorni di digiuno. Margareth Thatcher rifiutò sempre di negoziare con lui. Però, nel 1998, Londra e Dublino firmarono l’«accordo del Venerdì Santo». E le due Irlande ebbero vent’anni di pace. Forse, la morte di Bobby non era stata inutile. Anche se ora, con l’ombra della Brexit che incombe, tutto potrebbe tornare tragicamente in ballo.
Lech Walesa: il coraggio di un elettricista
Secondo molti storici, l’uomo che diede il primo scossone al blocco comunista sovietico è stato Lech Walesa. Un giorno sarebbe diventato premio Nobel per la Pace, e capo dello Stato. Ma all’inizio era solo un elettricista nato in un villaggio minuscolo della Polonia. Da ragazzo Walesa aveva visto la gente schiacciata dai carri armati a Poznan, nel 1956. Nel 1980, con pochi amici fondò «Solidarnosc», primo sindacato libero del mondo comunista. Fu licenziato, e arrestato. Guidò gli altri allo sciopero generale, contro l’aumento dei prezzi alimentari, a mani alzate, fermando chi cercava la violenza. Diceva: «Temo solo Dio. E mia moglie…qualche volta». Avevano 8 figli, ma lui non aveva mai detto «tengo famiglia». Rischiò tutto. E convinse milioni di altri — non eroi, né santi — a rischiare con lui. Certo, c’era il papa polacco e il vento stava cambiando, ma senza il suo coraggio la storia europea avrebbe avuto un altro corso e altri tempi. Oggi è un pensionato qualsiasi. Ha scritto una volta: «Chiunque cerca di fermare con le mani le ruote della storia avrà le dita spezzate».
Il ragazzo che sfidò i carri armati aleggia su Hong Kong
Vissute in epoche diverse, queste persone hanno avuto in comune tre cose: il coraggio, uno sguardo visionario oltre il quotidiano, la volontà di assumersi una responsabilità personale incondizionata. La stessa che ha spinto quel ragazzo cinese a fermare il carro armato in Piazza Tienanmen a giugno del 1989. Nessuno sa che fine abbia fatto, e nemmeno dove sia finito il soldato che alla guida del blindato si rifiutò di «tirare dritto”. Ma l’esercito cinese non è riuscito a seppellirne la portata simbolica, che oggi potrebbe materializzarsi fra i milioni di manifestanti di Honk Kong. E l’esito stavolta potrebbe essere ben diverso.
Queste persone hanno avuto in comune una visione e il coraggio di assumersi una responsabilità in proprio. E il coraggio è un confine esistenziale che la storia ha posto, e pone, davanti a molti. Chi lo ha varcato ha cambiato il mondo.
1 ottobre 2019 | 22:52

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