Stefano Gabbana: «Non voglio essere chiamato gay. Sono un uomo»


Un'intervista del Corriere della Sera al noto stilista Stefano Gabbana molto interessante sul gender o genere sessuale e sui rischi di essere intrappolati negli stereotipi.
Lo stilista: stufo di essere etichettato in base alle scelte sessuali. «Non voglio essere difeso dalle sigle e dalle associazioni gay: non ho fatto nulla di male». La politica? «meglio che stia lontana da questi temi»... 
"Ho pensato che essere un personaggio pubblico poteva aiutare a diffondere una nuova cultura, non più basata sui diritti gay, ma sui diritti umani. Prima che gay, etero o bisex siamo esseri umani. Ho fatto persino una t-shirt che presto indosserò con la scritta “I am a man, I am not a gay”. Classificare crea solo problemi: cinema-gay, locali-gay, cultura-gay… Ma di cosa stiamo parlando? Il cinema, i libri e la cultura sono di tutti".
Questa è l'intera intervista:
 «Non voglio essere chiamato gay, perché sono un uomo. Mi sembra incredibile che ancora oggi si usi questo termine: sono biologicamente un maschio: lo stesso vale per una donna, che è una donna punto e basta, al di là di tutto. La parola gay è stata inventata da chi ha bisogno di etichettare e io non voglio essere identificato in base alle mie scelte sessuali». Stefano Gabbana, 55 anni di cui 20 trascorsi in coppia con Domenico Dolce lancia un nuovo sasso contro il politically-correct di facciata.
Chi vuole colpire?«Tutti quelli che continuano a identificare le persone in base ai gusti sessuali. Del resto ho sempre fatto così: quando per strada mi urlavano “frocio”, io li inseguivo». Davvero?«Certo. Una volta uscendo di casa una macchina con quattro ragazzi mi ha gridato dal finestrino qualcosa del genere. Sfortuna per loro nel frattempo il semaforo è diventato rosso, li ho raggiunti e gli ho detto di scendere dalla macchina. Erano spiazzati». Quando ha deciso di rifiutare la parola gay?«Ci penso da un po’ di tempo, ma la convinzione l’ho maturata un anno fa. Ho pensato che essere un personaggio pubblico poteva aiutare a diffondere una nuova cultura, non più basata sui diritti gay, ma sui diritti umani. Prima che gay, etero o bisex siamo esseri umani».
Come crede che interpreteranno questa posizione le varie associazioni gay?«Le sigle spesso servono per difendersi, ma io non voglio essere protetto da nessuno, perché non ho fatto nulla di male. Sono semplicemente un uomo». E il mondo della moda?«Ho fatto persino una tshirt che presto indosserò con la scritta “I am a man, I am not a gay”. Classificare crea solo problemi: cinema-gay, locali-gay, cultura-gay... Ma di cosa stiamo parlando? Il cinema, i libri e la cultura sono di tutti, anche se capisco che le lobby nascondo quando c’è bisogno di proteggersi da un clima avvelenato».Ancora si sente discriminato?
«Certo, qualcuno invece di Stefano Gabbana mi chiama Gabbana-Gay! Per fortuna i miei problemi li ho superati quando ero più giovane. Ma non tutti hanno la fortuna di essere famosi, lavorare nella moda e vivere a Milano: c’è gente che abita in centri piccoli, presi in giro di continuo». 
Riceve lettere da queste persone? «All’epoca dell’outing con Domenico la gente ci fermava per strada: “diteci come si fa”, “vogliamo uscire allo scoperto anche noi” . Adesso si comunica con i social ed è cambiato un po’ il tono». Quando un uomo si accorge di preferire l’amore di un altro uomo? «Io l’ho capito chiaramente a 18 anni. Ero fidanzato con una ragazza di Sestri Levante, mi piaceva da morire. Poi mi è venuta a trovare un weekend a Milano e siamo andati a ballare. Guardavo più gli uomini di lei e allora mi sono detto: “non posso prenderla più in giro”». Prima di allora non lo aveva capito?«Ma certo, lo sapevo da sempre, ma non avevo il coraggio di ammetterlo. Solo facendo un percorso di analisi ho capito cose della mia infanzia che erano dei segnali chiarissimi». Che bambino era?«Volevo giocare da solo. Prima di andare al mare a Jesolo, ogni estate stavo in cascina con i miei nonni, in provincia, dove c’erano tanti animali, oche, mucche, faraone... passavo giornate a creare per loro percorsi o tracciati di gara. Ma non volevo la compagnia di nessuno perché mi sentivo diverso dagli altri bambini e temevo che stando insieme lo avrebbero capito. E sarebbero corsi a dirlo a mia madre». Quanto è durato il suo percorso di analisi?«Ho cominciato dopo la fine della storia con Domenico e l’ho interrotto pochi anni fa. Penso che dovrebbero farlo tutti, è un’opportunità di crescita incredibile e mi sono anche molto divertito. Oggi non scappo più, come facevo da bambino, da chi mi cerca o mi corteggia. Prima ero sempre alla ricerca di qualcuno che non mi voleva».Lei dà l’impressione di essere una persona che crede nell’amore. «Tantissimo e se fosse per me sarei ancora insieme a Domenico. Sono per la storia della vita, quella unica. Nelle relazioni sentimentali ho l’atteggiamento del buon padre di famiglia. Sono affidabile. Poi quando ho scoperto di essere stato tradito mi sono infuriato e ho detto basta. Ma sarebbe potuto succedere anche a me». Ha pronunciato la frase delle coppie di successo che si lasciano: «Ti ho aiutato ad arrivare in alto e ora...»?
«Ah no quella è una frase che avrebbe detto lui! È stato forse più drammatico: Domenico ha capito che le sue scappatelle erano state determinanti per la fine della nostra storia». 
Avete fatto terapia di coppia?«Se glielo avessi proposto mi avrebbe detto: “vacci tu”!» Quando sua madre ha saputo della storia con Dolce ha detto: «E ora come faccio con i vicini»? «Perché il problema è sempre quello lì, il giudizio degli altri, l’etichetta sociale. Mia madre ha saputo tutto dai giornali, quando ho rilasciato un’intervista a Sette: so di aver sbagliato a non parlare chiaro con lei. Ma era il gioco dei non detti: probabilmente faceva finta di nulla, vivevo da tempo con Domenico e non credo che pensasse che giocassimo tutto il tempo a Scala 40!» Ha un legame forte con sua madre, ha sempre parlato poco di suo padre. «L’ho vissuto di meno e per lungo tempo attraverso i racconti della mamma, che ovviamente non era una moglie felice. Mio papà era una persona molto silenziosa, ha avuto per un periodo problemi di alcolismo, poi l’ha superato. Faceva l’operaio, con i turni di notte, di giorno io andavo a scuola e all’oratorio: ho scoperto mio padre quando è andato in pensione». Lei non vuole che si usi la parola gay, ma parla lo stesso di diversità... «Sono cose che ci sono state inculcate dal mondo, dalla famiglia. Ma alle quali dobbiamo ribellarci. Quando ero piccolo mi ricordo che il nostro vicino di casa aveva un compagno: mio padre e mia madre, due persone perbene, mi dicevano di stare attento a quello lì, perché gli piacevano gli uomini. Io pensavo: se gli dico che sono come lui, mi cacciano di casa». La politica può fare qualcosa?«Meglio che non si occupi di questi temi, c’è solo strumentalizzazione. La politica ormai è puro interesse personale: come puoi pensare al sociale quando sei mosso da interessi privati? Bisogna lottare per i diritti umani e ho molta fiducia nella scuola: se alle elementari si insegna ai bambini che gli uomini rimangono tali a prescindere dal loro orientamento sessuale, faremmo già un bel passo in avanti».Eppure qualcuno dice che la lobby gay sia molto potente. «È vero e l’ho sperimentato sulla mia pelle, quando scoppiò la polemica delle coppie dello stesso sesso e della possibilità di avere figli. I siti che si occupano di difendere i diritti degli omosessuali furono i primi a dirci: “fate schifo”. Anche per questo sono contro le lobby». Un omosessuale discrimina un eterosessuale? «Io no. Ho dei gusti, certo, ma non discrimino chi ha preferenze sessuali diverse dalle mie. E amo le donne, che come noi sono discriminate: la nostra azienda ha molte dipendenti, se fossimo un circolo chiuso avremmo solo uomini». Si vorrebbe sposare?«No perché non credo nel matrimonio, soprattutto in quello in Chiesa. Sono cattolico e mi chiedo: come faccio a giurare davanti a Dio che quel sentimento durerà tutta la vita? Ora diranno che sono anche contro le unioni, ma non è così. Però io non mi sposerei». Adesso è innamorato? 
«Sì». 

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