Gerusalemme, capitale contesa


Su Gerusalemme si sono tragicamente riaccesi i riflettori dopo l'esternazione di Trump. Ripropongo le riflessioni apparse sul Corriere e quella di don Andrea Lonardo scritta su facebook.

Sul Corriere del 10.12.2017: "Gerusalemme, città unica, indivisibile e inappropriabile"
Unica, indivisibile, inappropriabile, impossibile da capitalizzare, Gerusalemme è la città che si sottrae all’ordine degli Stati-nazione. Ne eccede la ripartizione, la trascende, la interdice. Contro questo scoglio, o meglio, contro questa rocca, sono naufragati tutti i tentativi che, in un’ottica statocentrica e nazionale, hanno mirato solo a frazionarla e segmentarla. Smacco della diplomazia e, ancor più, fallimento di una politica che procede con il metro e con il calcolo. Gerusalemme non divide; al contrario, unisce. Ed è proprio questa unità la sfida che non è stata raccolta. Perché già da tempo avrebbe dovuto essere immaginata una nuova forma politica di governo capace di rispondere alla sovranità verticale di questa città straordinaria, di rispondere alla sua costitutiva apertura orizzontale. Qui sta il punto della questione, ma nulla di ciò è avvenuto. Piuttosto si è fatta valere l’ipotesi, oramai sempre più lontana, di due Stati separati da confini incerti, precari, minacciosi. Non sarebbe stata, non è, anzi, più saggia, seppure inedita, la via di due comunità confederate? Sono oramai molti a crederlo. Città degli stranieri, culla dei monoteismi, residenza dell’Altro sulla terra, anche per i laici, Gerusalemme è quel luogo dell’ospitalità che resiste a una forzata e artificiosa spartizione. Yerushalaim, capitale di Israele — chi potrebbe non riconoscerlo? — ma anche soglia che Israele è chiamato a oltrepassare. Come ha già fatto — è bene ricordarlo — con la libertà di culto. Ogni rivendicazione nazionalistica, da ambo le parti, è fuori luogo. Qui dove si richiederebbero mitezza, prudenza, perspicacia, l’atto arrogante e fragoroso del trumpismo danneggia sia israeliani sia palestinesi. E tuttavia, proprio perché è lo scoglio teologico contro cui urta la politica, Gerusalemme può divenire modello extrastatale e banco di prova di future lungimiranti relazioni fra i popoli.
Don Andrea Lonardo:
Il problema di Gerusalemme è molto complesso e con questa breve nota si intende solo fornire qualche nozione elementare per chi è digiuno, in maniera da aiutarlo a non soffiare sul fuoco. Chi conosce bene la questione capirà immediatamente che queste note sono troppo semplici, ma sono, appunto, rivolte a principianti, perché possano poi approfondire ulteriormente i diversi punti di vista.
Gerusalemme, secondo la Legge fondamentale dello Stato di Israele (un atto che si potrebbe definire "costituzionale" per utilizzare un termine italiano) è già la capitale di Israele: infatti Gerusalemme è stata proclamata capitale di Israele “unita e indivisibile” con atto unilaterale di Israele nel 1980 (cioè 37 anni fa, non oggi!). Ovviamente questo non è mai stato riconosciuto dai palestinesi (che non riconoscono tragicamente nemmeno l’esistenza dello Stato di Israele; da questo punto di vista esiste una “reciprocità” negativa di non riconoscimento come compagine statale) - e dall'ONU (la maggior parte dei paesi dell’ONU riconoscono lo Stato di Israele, ma non Gerusalemme come sua capitale, motivo per il quale le ambasciate sono rimaste a Tel Aviv, la capitale fino al 1980, dove esse erano prima del 1980; fanno eccezione, purtroppo, i paesi arabi che non riconoscono il diritto di Israele ad esistere, tranne la Giordania e l’Egitto che lo riconoscono e hanno, quindi, rapporti diplomatici con esso).
Il riconoscimento di tale status di Gerusalemme da parte degli USA dunque non sposta di una virgola la visione di Israele, semmai è una variazione nella politica estera americana.
Si noti bene che la perdita di Gerusalemme da parte araba avvenne nel 1967 per un grave errore militare e politico dell’intero mondo arabo che decise una guerra contro Israele, per distruggerne l’esistenza: dinanzi alla mobilitazione dei diversi eserciti arabi per un attacco, Israele reagì, attaccò giocando d’anticipo e si ritrovò ad avere Gerusalemme che era fin lì appartenuta alla Giordania (come dovrebbe essere noto i problemi territoriali attuali dipendono in gran parte dall’idea di attaccare Israele nel 1967, idea che venne replicata nel 1973 quando Israele venne colpito di sorpresa nel giorno della festa dello Yom Kippur: senza quei due attacchi arabi, Gaza sarebbe ancora egiziana e la West Bank, con Gerusaleme, ancora giordana).
Detto questo, resta il problema complessissimo - quello vero - della costituzione di un nuovo Stato palestinese e della sua capitale e viceversa del riconoscimento di Israele e della sua capitale da parte palestinese: le due parti intendono camminare verso l’esistenza di due Stati che si riconoscano a vicenda? Gerusalemme deve essere la capitale di quei due Stati e quindi essere suddivisa in maniera da rendere ciò possibile? Oppure deve essere capitale “unica e indivisibile” e avere al contempo uno statuto internazionale?
Ovvero, detto con altre parole: i palestinesi sono disposti a riconoscere il diritto degli israeliani ad avere uno Stato e ad avere Gerusalemme come capitale, poiché quella è negli scritti biblici la capitale di Israele?
E, contemporaneamente, Israele è disposto a riconoscere uno stato palestinese che abbia a sua volta Gerusalemme come capitale, perché lì sono le moschee dove Maometto è stato portato dalla cavalcatura alata Buraq dalla Mecca una notte per salire in quella notte in cielo e ridiscendere poi per essere riportato al mattino dal cavallo alato alla Mecca?
I due problemi, ovviamente, non sono dello stesso valore: viene prima il riconoscimento reciproco del diritto ad avere uno stato. Poi, in un secondo momento, quello ancor più difficile della condizione giuridica di quel luogo che è il punto di riferimento per entrambi i popoli (senza dimenticare che esistono ebrei cristiani e arabi cristiani per i quali lo sguardo su Gerusalemme è leggermente diverso e più libero). Ma, ovviamente, il primo implica anche il secondo.
Il reciproco mancato riconoscimento, si noti bene, non è esattamente simmetrico: nel complesso la società israeliana sarebbe disposta a riconoscere l’esistenza di uno Stato palestinese a condizione che esso cessi dalla violenza: lo stesso non può dirsi della parte palestinese, che, almeno per quel che riguarda Hamas, non intende riconoscere lo Stato di Israele, nemmeno se esso facesse concessioni territoriali. Infatti, lo Statuto di Hamas recita testualmente all’articolo 11: «Il Movimento di Resistenza Islamico crede che la terra di Palestina sia un sacro deposito (waqf), terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa. Nessuno Stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel loro insieme, nessun re o presidente, né tutti i re e presidenti messi insieme, nessuna organizzazione, né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di essa, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del giudizio. Chi, dopo tutto, potrebbe arrogarsi il diritto di agire per conto di tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio?» (Lo Statuto di Hamas è disponibile al linkhttp://www.gliscritti.it/blog/entry/216 ).
La violenza di una nuova intifada e della sua repressione è assolutamente inutile: sangue sparso invano. Ci auguriamo che i giornalisti del mondo intero sappiano dichiarare che è sangue senza significato e non soffino sul fuoco (come ha fatto Trump), perché le due parti non intendono ancora dichiarare apertamente il loro sì all’esistenza dei due stati e ad una qualche forma di condivisione – tutta da inventare – della Spianata del Tempio/Spianata delle Moschee.
Ovviamente, infatti, solo nel caso di una pacificazione dei cuori, sarebbe possibile una convivenza di due stati così vicini l’uno all’altro e, addirittura, di un qualche accordo sulla stessa Gerusalemme. Senza una pacificazione dei cuori, regna la paura e, quindi, l’estromissione dell’altro e dei suoi diritti ad avere uno stato e una capitale.
So bene che la cosa è ben più complessa e che nel frattempo si dovrebbero fermare i nuovi insediamenti israeliani e smantellarne simbolicamente alcuni esistenti e che si dovrebbe procedere a dare risposta alla questione dei collegamenti fra villaggi palestinesi, come si dovrebbe da parte palestinese iniziare un’educazione delle nuove generazioni volta ad una lettura critica delle fonti religiose e ad un’accettazione del popolo israeliano e del suo Stato. Ma, comunque, senza una qualche visione positiva dei due problemi di base, una progressiva soluzione delle questioni concrete su indicate non sarà mai sufficiente, per quanto possa in qualche modo giovare.
La questione della suddivisione in 2 stati in pace fra di loro è apparentemente irrisolvibile, stanti i presupposti delle parti, ma certo ciò che si deve fare è rinunciare alle utopie e ragionare in termini realistici: che cosa è concretamente possibile. Partire da ciò che è concretamente possibile, smorzare i punti di contrasto, far maturare atteggiamenti di benevolenza e lasciare ciò che è irrisolvibile al futuro, costruendo intanto ciò che è possibile.

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