Santa famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria (festa, anno B)


Lc 2,22-40: "Il bambino cresceva, pieno di sapienza".

Da "Il Vangelo dell'amore"
Gesù nasce all’interno di una famiglia, riceve cura e amore da un padre e una madre.
Da loro, come ogni neonato, egli dipende totalmente nei primi tempi della sua vita. È proprio passando attraverso questo amore accolto su di sé che egli diverrà una persona capace di relazioni e di amore, fino al dono della vita per amore del Padre e degli uomini suoi fratelli[1].
Ricorda papa Francesco:
(Dio) diede il segno più grande del suo amore: il Figlio. E suo Figlio dove lo ha mandato? In un palazzo? In una città? A fare impresa? L’ha mandato in una famiglia. Dio è entrato nel mondo in una famiglia. E ha potuto farlo perché quella famiglia era una famiglia che aveva il cuore aperto all’amore, aveva le porte aperte[2].
 La sua non è una famiglia “perfetta”: hanno un figlio prima del matrimonio, vivono in un contesto di povertà e violenza. É una famiglia di emigranti, vittima di un sistema di potere e di oppressione che la costringe a cercare rifugio in Egitto. É tuttavia una famiglia che segue la volontà di Dio, un Dio che guida l’agire della storia soltanto con il nostro consenso, un Dio che ci chiede di condividere un sogno di amore e comunione e di impegnarci per realizzarlo con Lui.
La famiglia di Nazareth non è una famiglia ideale, quella delle immaginette, dei santini. La famiglia nella quale le cose vanno bene, regna la concordia, la pace e la serenità. Una gravidanza non attesa e fuori dalle regole; il difficile (impossibile?) chiarimento interno alla coppia per un’accoglienza basata sulla sola fiducia, sull’amore; il giudizio della gente; una nascita dentro un contesto di violenza e di precarietà; la minaccia sulla vita nascente; l’esperienza dello sradicamento e dell’esilio; un figlio “diverso”, imprevedibile, che non sta alle attese; la perdita del padre[3].
É nella sua “imperfezione” che la santa famiglia può diventare vero modello della famiglia cristiana. Benedetto XVI auspica:
L’amore, la fedeltà e la dedizione di Maria e Giuseppe siano di esempio per tutti gli sposi cristiani, che non sono gli amici o i padroni della vita dei loro figli, ma i custodi di questo dono incomparabile di Dio”[4].





[1] E. Bianchi, omelia per la domenica della Santa Famiglia (anno B, 2014).
[2] Papa Francesco, Discorso alla Festa delle Famiglie, Philadelphia, 27.9.2015
[3] E. Biemmi, Elogio alla rovescia della Santa Famiglia, ISSR Verona, 17 dicembre 2011
[4] Benedetto XVI, Angelus, 30.12.2012

***

Simeone e Anna sono l’esempio di bella anzianità. È sempre più facile nella nostra società scorgere anziani, uomini e donne, che ormai pensano con tristezza e rassegnazione al loro futuro; e l’unica consolazione, quando è possibile, è il rimpianto della passata giovinezza. Il Vangelo di oggi sembra dire a voce alta - ed è giusto gridarlo in questa nostra società fattasi particolarmente crudele verso gli anziani - che il tempo della vecchiaia non è un naufragio, una disgrazia, una iattura, un tempo più da subire tristemente che da vivere con speranza. Simeone e Anna sembrano uscire da questo affollato coro di gente triste e angosciata e dire a tutti: “È bello essere anziani! Sì, la vecchiaia si può vivere con pienezza e con gioia”. Questo loro canto è inconcepibile e incomprensibile in una società ove quel che solo conta è la forza e la ricchezza; sebbene proprio di qui nascano le violenze e le crudeltà della vita.Oggi, Simeone e Anna ci vengono incontro: sono essi che annunciano il Vangelo, la buona notizia all’intera nostra società. Essi non chiusero gli occhi sulla loro debolezza, sull’affievolirsi delle forze; in quel Bambino trovarono una nuova compagnia, una nuova energia, un senso in più per la loro stessa vecchiaia. Simeone, dopo aver preso tra le sue braccia il Bambino, poté cantare il Nunc dimittis non con la tristezza di chi aveva sprecato la vita e non sapeva cosa sarebbe accaduto di lui; e Anna, l’anziana, da quell’incontro ricevette nuova energia e nuova forza per “lodare Dio e parlare del bambino” a chiunque incontrava. 

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Circola sul web una fantomatica, ma bella omelia di papa Francesco di cui non ho trovato riscontro se non in frammenti. Credo che sia un collage di affermazioni del papa sulla famiglia:

FAMIGLIA, LUOGO DI PERDONO ... 
Non esiste una famiglia perfetta. Non abbiamo genitori perfetti, non siamo perfetti, non sposiamo una persona perfetta, non abbiamo figli perfetti. Abbiamo lamentele da parte di altri. Ci siamo delusi l'un l'altro. Pertanto, non esiste un matrimonio sano o una famiglia sana senza l'esercizio del perdono. Il perdono è vitale per la nostra salute emotiva e per la nostra sopravvivenza spirituale. Senza perdono la famiglia diventa un'arena di conflitto e una ridotta di punizioni. 
Senza perdono, la famiglia si ammala. Il perdono è l'asepsi dell'anima, la pulizia della mente e l'alforria del cuore. Colui che non perdona non ha pace nell'anima o comunione con Dio. Il dolore è un veleno che intossica e uccide. Mantenere il dolore nel cuore è un gesto autodistruttivo. È l'autofagia. Colui che non perdona diventa fisicamente, emotivamente e spiritualmente malato. 
Ed è per questo che la famiglia ha bisogno di essere un luogo di vita e non di morte; Il territorio della cura e non della malattia; Lo scenario del perdono e non la colpa. Il perdono porta gioia dove il dolore produce tristezza; In cui il dolore ha causato la malattia. 
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Nel messaggio per la XLIX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2015) scriveva:
Non esiste la famiglia perfetta, ma non bisogna avere paura dell’imperfezione, della fragilità, nemmeno dei conflitti; bisogna imparare ad affrontarli in maniera costruttiva. Per questo la famiglia in cui, con i propri limiti e peccati, ci si vuole bene, diventa una scuola di perdono. Il perdono è una dinamica di comunicazione, una comunicazione che si logora, che si spezza e che, attraverso il pentimento espresso e accolto, si può riannodare e far crescere. Un bambino che in famiglia impara ad ascoltare gli altri, a parlare in modo rispettoso, esprimendo il proprio punto di vista senza negare quello altrui, sarà nella società un costruttore di dialogo e di riconciliazione.
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Le intenzioni del papa (dicembre 2017)
"Un popolo che non accudisce i propri nonni, e non li tratta bene, è un popolo che non ha futuro. Gli anziani hanno la saggezza. A loro è affidato il compito di trasmettere l'esperienza della vita, la storia di una famiglia, di una comunità, di un popolo. Non dimentichiamoci dei nostri anziani, perché sostenuti dalle famiglie e dalle istituzioni, collaborino con la loro saggezza e la loro esperienza all'educazione delle nuove generazioni".
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SUL IV COMANDAMENTO:

ONORA: non solo rispetto, ma dare importanza, volere bene. E’ un termine che nella Bibbia è riservata a Dio. Non indica tanto l’obbedienza che dobbiamo ai genitori (cosa che è contraddetta da Gesù) vivere in funzione loro o far decidere loro per noi, ma prendersi cura di loro (in particolare quando loro diventano più fragili e noi ne diventiamo un po’ i genitori). Significa: aiutarli, non trattarli superficialmente, non contraddirli e attaccarli pubblicamente, andare loro incontro per accoglierli, non separarsi da loro senza avvisarli, farsi vivi spesso, non ribellarsi troppo a loro, perché si feriscono facilmente, sono un bersaglio facile, indifeso, inerme. Evitare comportamenti che potrebbero farli vergognare, o atti che potrebbero causare loro un dispiacere, come una lite tra fratelli che una cosa crudele per loro. Circondarli di attenzioni. Essere grati loro: ci hanno dato la vita, ci hanno insegnato tutto, si sono presi cura di noi. Rendere bene per il bene ricevuto.
Amare significa donare tempo, attenzioni, cura, rispetto. Donare la nostra presenza. Questo è garanzia di una vita più piena, viviamo meglio, una vita più giusta e più piena. Così si prolungano i giorni della nostra vita.

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Ermes Ronchi: Maria e Giuseppe portano Gesù al tempio per presentarlo al Signore, ma non fanno nemmeno in tempo a entrare che subito le braccia di un uomo e di una donna se lo contendono: Gesù non appartiene al tempio, egli appartiene all'uomo. È nostro, di tutti gli uomini e le donne assetati, di quelli che non smettono di cercare e sognare mai, come Simeone; di quelli che sanno vedere oltre, come Anna, e incantarsi davanti a un neonato, perché sentono Dio come futuro. Gesù non è accolto dai sacerdoti, ma da un anziano e un'anziana senza ruolo, due innamorati di Dio che hanno occhi velati dalla vecchiaia ma ancora accesi dal desiderio. È la vecchiaia del mondo che accoglie fra le sue braccia l'eterna giovinezza di Dio.
Lo Spirito aveva rivelato a Simeone che non avrebbe visto la morte senza aver prima veduto il Messia. Parole che lo Spirito ha conservato nella Bibbia perché io le conservassi nel cuore: tu non morirai senza aver visto il Signore. La tua vita non si spegnerà senza risposte, senza incontri, senza luce. Verrà anche per me il Signore, verrà come aiuto in ciò che fa soffrire, come forza di ciò che fa partire. Io non morirò senza aver visto l'offensiva di Dio, l'offensiva del bene, già in atto, di un Dio all'opera tra noi, lievito nel nostro pane.
Simeone aspettava la consolazione di Israele. Lui sapeva aspettare, come chi ha speranza. Come lui il cristiano è il contrario di chi non si aspetta più niente, ma crede tenacemente che qualcosa può accadere. Se aspetti, gli occhi si fanno attenti, penetranti, vigili e vedono: ho visto la luce preparata per i popoli. Ma quale luce emana da questo piccolo figlio della terra? La luce è Gesù, luce incarnata, carne illuminata, storia fecondata. La salvezza non è un opera particolare, ma Dio che è venuto, si lascia abbracciare dall'uomo, mescola la sua vita alle nostre. E a quella di tutti i popoli, di tutte le genti... la salvezza non è un fatto individuale, che riguarda solo la mia vita: o ci salveremo tutti insieme o periremo tutti.
Simeone dice poi tre parole immense a Maria, e che sono per noi: egli è qui come caduta e risurrezione, come segno di contraddizione.
Cristo come caduta e contraddizione. Caduta dei nostri piccoli o grandi idoli, che fa cadere in rovina il nostro mondo di maschere e bugie, che contraddice la quieta mediocrità, il disamore e le idee false di Dio.
Cristo come risurrezione: forza che mi ha fatto ripartire quando avevo il vuoto dentro e il nero davanti agli occhi. Risurrezione della nobiltà che è in ogni uomo, anche il più perduto e disperato.
Caduta, risurrezione contraddizione. Tre parole che danno respiro alla vita, aprono brecce. Gesù ha il luminoso potere di far vedere che le cose sono abitate da un «oltre».
(Letture: Malachìa 3,1-4; Salmo 23; Ebrei 2, 14-18; Luca 2, 22-40)

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