Ravasi e Gesù, profugo e migrante


Due riflessioni del cardinal Ravasi su un Natale più consapevole e solidale. La prima è stata pubblicata sul Corriere della Sera del 20 dicembre 2017: "Migranti? Ricordiamoci di Giuseppe e Maria in fuga da Erode":
Siamo abituati a immergere il Natale in un’atmosfera festosa fatta di luci, regali e buoni sentimenti. In realtà il racconto dei Vangeli di Matteo e di Luca è segnato da molte sofferenze: Gesù nasce in una grotta-stalla, è deposto non in una culla ma in una mangiatoia, si affaccia subito l’incubo di Erode, è trasferito in terra straniera per non finire sotto la spada che elimina i neonati di Betlemme in quella che sarà nota come «la strage degli innocenti».Noi vorremmo ora fermarci solo su uno di questi eventi che rende il Bambino e i suoi genitori molto simili a tanti miserabili che approdano alle nostre coste. Leggiamo poche righe del Vangelo di Matteo: «Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo. Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode» (2,13-15).
Fin qui le scarne parole dell’evangelista che evoca l’incubo rappresentato da quell’implacabile sovrano, preoccupato di eliminare nel sangue ogni pur minimo attentato al suo potere. Come è noto, sono fioriti però nei primi secoli cristiani molti scritti dalla tonalità leggendaria, anche se non privi di qualche scaglia di verità storica: sono i cosiddetti Vangeli apocrifi. Noi ora ci affideremo ad essi per evocare liberamente l’itinerario del profugo Gesù da Betlemme all’Egitto. Questi racconti riescono curiosamente a offrirci una serie di buone notizie che trasformano quel duro viaggio in un orizzonte di piccole meraviglie.
È un po’ quello che fanno ancor oggi tanti cristiani (ma non solo) pronti a rendere con la loro accoglienza e generosità meno drammatica la situazione di molti rifugiati e migranti da terre affamate o devastate da guerre. Iniziamo con una pagina tratta da uno di questi apocrifi: «Giunsero davanti ad una grotta per riposarsi, ma da essa improvvisamente uscirono molti draghi. Gesù allora scese dal grembo di sua madre e stette diritto sui suoi piedi davanti ai draghi: essi si misero ad adorare Gesù e poi se ne andarono via da loro… Così pure i leoni e i leopardi lo adoravano e si accompagnavano a loro nel deserto: ovunque andavano Giuseppe e Maria, essi li precedevano, mostrando la strada e chinando la testa; prestavano servizio facendo le feste con la coda e lo adoravano con grande riverenza… Nel terzo giorno del viaggio, Maria, stanca per il troppo calore del sole e del deserto, vedendo un albero di palma disse a Giuseppe: Mi riposerò all’ombra di questo albero. Maria guardò la chioma della palma e la vide piena di frutti e disse a Giuseppe: Desidererei prendere i frutti di questa palma. E Giuseppe: Mi meraviglio che tu dica questo vedendo quanta è alta la palma. Io penso piuttosto alla mancanza d’acqua… Allora il bambino Gesù che sereno riposava nel grembo della madre disse alla palma: Albero, piega i tuoi rami e ristora col tuo frutto mia mamma. A queste parole la palma piegò subito la chioma sino ai piedi della beata Maria e rimase inclinata attendendo l’ordine di rialzarsi da parte di Gesù. Costui le disse: Apri con le tue radici la vena d’acqua che è nascosta nella terra. E subito dalla radice cominciò a scaturire una fonte d’acqua limpidissima, fresca e chiara».
Dopo aver sostato nell’area dell’attuale Cairo, Giuseppe e Maria partono con Gesù per una lunga navigazione sul Nilo e raggiungono, dopo varie avventure, Ermopoli a 260 chilometri a sud del Cairo. Qui «entrarono in un tempio detto Campidoglio d’Egitto nel quale vi erano 365 idoli ai quali ogni giorno erano tributati onori divini. Avvenne che, entrata Maria con Gesù, tutti gli idoli si prostrarono a terra, sicché giacevano tutti con la faccia a terra interamente rovinati e spezzati». Più avanti, in un’altra sosta, nella notte, alla ricerca di un rifugio, Giuseppe e Maria sono aggrediti in una regione infestata da briganti: gli assalitori sono due banditi, Tito e Dumaco.
Tito si commuove subito di fronte a questa povera famiglia, colpito dalla tenerezza della madre e dallo splendore del bimbo. Per poterli salvare dalla rapacità del socio è pronto a offrirgli 40 dracme dei suoi “risparmi” perché lasci indenne la famigliola. Non è facile immaginare cosa accadrà una trentina d’anni dopo: i due saranno i compagni di Gesù nella crocifissione, condannati con lui a morte a Gerusalemme dopo varie vicende, e Tito altri non sarà che il buon ladrone a cui Cristo spalanca il paradiso. Una narrazione, quella degli apocrifi, ben lontana quindi dallo scarno dettato del Vangelo di Matteo e ben distanziata dalla realtà quotidiana aspra e amara dei profughi, la stessa sperimentata allora dal piccolo Gesù e dai suoi genitori.
Eppure anche questi racconti popolari piuttosto improbabili hanno un loro significato. Ricordano a tutti i miseri la presenza misteriosa di un Dio che non li dimentica e che apre per loro spiragli di speranza. Forse non con una serie di prodigi come in quelle narrazioni, ma coi piccoli gesti di tante persone generose che sono come gli angeli di quelle pagine. Questi uomini e donne sono come la mano di Dio che – senza stravolgere la natura e la storia – sostiene le sue creature proprio attraverso la bontà e la carità di questi fratelli e sorelle. Un poeta spagnolo, Pedro Salinas, scriveva che le mani delle persone buone «terminano in angeli», anzi, sono «come i polpastrelli della mano di Dio».
La seconda riflessione è stata pubblicata su Famiglia Cristiana lo scorso anno (4/1/2017):
«Travestiti da pastori / o scorta volontaria dei re Magi / andiamo a Betlemme cianciando d’amore e di pace, / comunque nascondendo / sotto il mantello di ogni evenienza / un kalashnikov ben oliato». Sono versi piuttosto forti questi di un poeta appartato e ormai dimenticato, Giovanni Angelo Abbo, morto nel 1994. È curioso che la poesia è intitolata Natale 1987: in realtà, essa è ancor più attuale oggi, quando si parla di pace, eppure il mercato delle armi e le potenze politiche continuano a immettere i loro prodotti di guerra e di morte nelle varie nazioni.
Intanto il Natale tradizionale continua le sue coreografie pubblicitarie, i suoi apparati di luci e di regali, i suoi rituali commerciali. Intendiamoci: anche questo aspetto esteriore, in un tempo in cui si tende a cancellare ogni simbolo o memoria religiosa, ha un significato. Tuttavia, con i †flussi ininterrotti e spesso tragici dei rifugiati, con le bombe di Aleppo e le tende dei terremotati non ci si può, da cristiani, impunemente abbandonare a gadget e panettoni, a luminarie e capitoni.
È per questo che abbiamo pensato di riproporre una scena natalizia evangelica nota ma di solito marginalizzata, quella di Cristo profugo in Egitto con i suoi genitori. Anni fa il pittore Renato Guttuso in una delle cappelle del Sacro Monte di Varese ha voluto raffigurare Maria, Giuseppe e il piccolo Gesù proprio come una famiglia di profughi del Vicino Oriente, impauriti, costretti ad abbandonare la loro casa errando nel deserto. Contrariamente alla gioiosa retorica natalizia, il racconto evangelico della nascita e infanzia di Cristo nei 48 versetti dei primi due capitoli del Vangelo di Matteo è, infatti, tutto striato di sofferenze: nasce in una grotta-stalla, è deposto non in una culla ma in una mangiatoia, si affaccia subito l’incubo di Erode, è trasferito in terra straniera per non finire sotto la spada che elimina i neonati di Betlemme in quella che sarà nota come “la strage degli innocenti”.
Già l’ombra della croce si proietta, dunque, sui primi giorni della sua vita ed è significativo che la scuola artistica russa di Novgorod nelle icone della Natività di Cristo, a partire dal XV secolo, abbia raffigurato il Bambino avvolto in fasce funerarie e deposto in una culla a forma di sepolcro.
Ci fermeremo ora solo sull’evento della fuga in Egitto che è così narrato da Matteo: «Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo. Egli si alzò nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (2,13-15).
Queste scarne parole evangeliche sono più preoccupate di offrire un’interpretazione teologica di quella fuga che non di documentarne le componenti storiche (è questa una caratteristica generale dei Vangeli e in particolare dei cosiddetti “Vangeli dell’infanzia di Gesù” presenti nei capitoli 1-2 di Matteo e di Luca). Infatti, con la citazione finale desunta dal profeta Osea (11, 1) – «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» – si vuole alludere a quell’evento capitale della storia dell’Israele biblico che fu l’esodo dall’oppressione faraonica: Cristo ne ripercorre emblematicamente le tappe, incarnando sofferenza e salvezza, oppressione e liberazione. E alla fine risuonerà in Egitto l’appello rivolto a Giuseppe, il padre legale di Gesù, per il ritorno verso la Terrasanta: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese di Israele perché sono morti coloro che volevano la vita del bambino» (2, 20).
Sullo sfondo storico c’è la figura del famoso re Erode, la cui biografia può essere ricostruita con lo storico giudaico Giuseppe Flavio: essa fu scandita da grandi successi politici, ma anche da un implacabile pugno di ferro nel sedare ogni minimo accenno di opposizione. Macrobio, storico romano del V secolo, attribuirà all’imperatore Augusto un detto riguardante Erode: presso costui erano più fortunati i porci (non commestibili per gli Ebrei) di quanto lo fossero i figli (in greco le due parole hanno un suono affine), perché Erode aveva anche liquidato figli, mogli e parenti, sospettati di tramare alle sue spalle. L’Egitto, confinante con la Palestina, costituiva, dunque, un’ideale terra di esilio per i perseguitati.
Matteo, con la sobrietà propria dei Vangeli canonici, non aggiunge nulla a quel ritratto essenziale di una famigliola che avanza verso l’ignoto: tutto il racconto sopra citato, nell’originale greco, è composto solo di una settantina di parole. È la stessa vicenda dei rifugiati che approdano alle nostre coste: non lasceranno traccia nella storia e i loro nomi, le loro attese, le loro paure si dissolveranno nel silenzio o, peggio, in quella tomba d’acqua che è il Mediterraneo. Come è noto, sono stati invece i Vangeli apocrifi, con le loro ricostruzioni fantasiose a immaginare un viaggio trionfale di Gesù, Maria e Giuseppe in quella terra straniera.
Palme che si piegano per offrire datteri, belve che si accucciano, polle d’acqua che sprizzano dalle sabbie del deserto, idoli dei templi egiziani che cadono a terra davanti al passaggio di Gesù, briganti che si convertono: questa è la sceneggiatura mitica che, per pagine e pagine, prosegue a svelare meraviglie in quegli scritti apocri. Essi avranno il merito di alimentare l’arte nei secoli e di dare origine alla comunità cristiana d’Egitto, che ancora oggi è presente in modo signicativo in quella terra. Si tratta dei copti, un termine che è la deformazione del greco Aiguptos, “Egitto”, perché essi erano indigeni di quel Paese prima dell’arrivo nel VII secolo degli arabi musulmani.
Chi ha visitato un po’ più a lungo l’Egitto sa che il cuore antico della città del Cairo è popolato di chiese copte (Santa Barbara, San Sergio, San Giorgio, Maria Vergine, La Chiesa “Sospesa”), spesso legate simbolicamente al passaggio della Sacra Famiglia. Nella cripta di una di esse, quella dedicata ai soldati martiri Sergio e Daco, la tradizione popolare vuole che Gesù, Maria e Giuseppe trascorressero un inverno, abbandonandola da luglio a settembre quando il Nilo allagava quella grotta nel tempo della piena.
Memorie, comunque, ben lontane da quelle scarne parole dell’evangelista Matteo che presenta gli inizi della vita terrena del Signore all’insegna della povertà, della fuga, della sofferenza. La liturgia di questo Natale, con la voce instancabile di papa Francesco, si trasforma allora in un appello a ritrovare tra i volti spauriti dei profughi che vediamo scorrere sugli schermi televisivi anche quello del piccolo Gesù e quelli angosciati di Maria e Giuseppe, e a stendere le nostre mani per incrociarle con le loro.

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