Gli articoli recenti di Enzo Bianchi (gennaio-febbraio 2020)


Ecco gli articoli scritti recentemente dal prolifico fondatore del monastero di Bose:

Un cambio radicale nel vivere la Chiesa (Vita pastorale, febbraio 2020)
Negli ultimi tempi c’è una domanda che molti mi rivolgono e che io stesso mi pongo con frequenza: la chiesa è ancora capace di essere missionaria, di rendere eloquente la fede che professa?  (...)
Dobbiamo confessare oggi un’astenia delle chiese locali, soprattutto nell’emisfero settentrionale del mondo (...).
Non spetta a me fare un’analisi di queste urgenze, ma occorre almeno mettere in evidenza che si richiede in primo luogo che ogni battezzato e ogni comunità cristiana si sentano responsabili dell’evangelizzazione, cioè del portare ovunque la Buona Notizia del Regno. Le espressioni che si usano per parlarne sono meno importanti, ma a mio avviso occorre una vera e propria conversione della vita cristiana. Bisogna che la vita cristiana ecclesiale sia impegnata in un esercizio, in un’attenzione reale alla sinodalità, affinché popolo di Dio e pastori camminino insieme. Tutti i cristiani sono chiamati ad assumere la responsabilità di essere inviati a uomini e donne che non conoscono Gesù Cristo; devono dunque essere innanzitutto soggetti capaci di esprimere la fede cristiana e, di conseguenza, di edificare la chiesa con il loro specifico contributo culturale, religioso e umano. È la dinamica alla quale il papa ritorna sovente nei suoi discorsi missionari, ricordando parole come ascolto, incontro, dialogo, testimonianza, annuncio.
Credo inoltre che sia importante ricordare che oggi la missione non è rivolta solo alle genti ma riguarda le nostre chiese. Se alla fine della seconda guerra mondiale il cardinale di Parigi parlava della Francia come di una terra di missione, oggi siamo tutti convinti che l’Europa è terra di missione, come scrive il teologo Christoph Theobald. Viviamo in un’epoca che non è soltanto secolarizzata: siamo in un’epoca post-cristiana, e nelle nostre terre di antica cristianità ci sono delle situazioni che fanno sì che la missione sia quanto mai urgente. Soprattutto le nuove generazioni, quelle dei millennials, sono segnate da una profonda indifferenza verso la religione, verso la ricerca di Dio, verso l’appartenenza alla chiesa. Sta avvenendo una rivoluzione silenziosa che cambia profondamente il volto delle nostre comunità, nelle quali le nuove generazioni e le donne sono la chiesa che manca, secondo l’efficace espressione di don Armando Matteo. Sì, sta avvenendo una rivoluzione silenziosa che cambia e cambierà profondamente il volto delle nostre comunità.
Abbiamo sognato una chiesa evangelizzante e invece ci troviamo di fronte a una chiesa in realtà non evangelizzata e con generazioni senza più alcun contatto con la fede cristiana. In questa situazione inedita occorrerebbe da parte nostra una capacità di lettura, un esercizio di discernimento per assumere la responsabilità della mancata trasmissione della fede alle nuove generazioni. Non basta parlare dei millennials, bisogna riferirsi ai loro padri e alle loro madri, cioè la prima generazione che ha veramente tradito la trasmissione della fede, a partire dalla famiglia e dai vari contesti educativi. Risulta evidente che in una chiesa così debole va riconosciuta ormai una crisi di fede: dobbiamo avere il coraggio di dirlo, il problema è la debolezza della fede!
Ma allora quale missione e quale evangelizzazione, non nei mezzi, ma alla radice? Occorre innanzitutto prendere coscienza dell’indifferenza regnante nei confronti di Dio e della ricerca di lui. Da anni ormai ripeto che la chiesa deve prendere atto di tale indifferenza, ma sembra che in realtà nessuno ci voglia credere, e così si continuano a studiare le strategie per l’annuncio, nella stessa maniera di prima. Per le nuove generazioni – ma anche per alcuni delle generazioni post ’68 – Dio non è più interessante, non è più necessario per vivere bene, nella felicità. Si continuano a ripetere alcuni slogan ma, se si ascoltano veramente i giovani, si comprende che stanno bene senza ricerca di Dio. Il problema è eventualmente quello della “gratuità” di Dio, il che ci richiede nuovi atteggiamenti per annunciarlo: Dio non sta più nello spazio della necessità! Dio è addirittura una parola ambigua, respinta dalle nuove generazioni, perché spesso è legata al fanatismo religioso, all’intolleranza, alla violenza.
Per molti aspetti, fatte le dovute differenze, siamo in una stagione analoga a quella dei primi secoli della chiesa, quando i cristiani per difendere la loro singolarità avevano il coraggio di dire: “La parola ‘Dio’ non è un nome per noi cristiani, è un’approssimazione naturale dell’uomo per descrivere ciò che non è esprimibile” (Giustino). Dio è una parola che può contenere tante proiezioni umane, che può essere il frutto di una riflessione intellettuale, che può essere l’esito di una ricerca di senso fatta dall’uomo. Ciò che invece è decisivo nella fede cristiana è la meta di un percorso compiuto alla sequela di Gesù Cristo, “l’iniziatore della nostra fede” (Eb 12,2). Questo richiede che, nella nostra missione ed evangelizzazione, sia davvero Gesù Cristo l’annuncio, l’uomo Gesù Cristo vissuto nella carne: l’uomo come noi, totalmente uomo in una vita mortale, nella storia, dalla nascita alla morte, con tutti i nostri limiti umani, eccetto il peccato, perché è con la vita umana che egli ci ha rivelato Dio e ci porta alla comunione con lui. E Cristo non solo ci rivela Dio: egli infatti si fa conoscere come Dio, Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo.
Qui sta lo specifico del cristianesimo, anche in un tempo di confronto con gli altri monoteismi e con altre vie religiose. Io amo parlare della “differenza cristiana”, che è una differenza non contro o senza gli altri, ma una differenza che nasce dalla convinzione che Gesù Cristo è davvero colui che ha unito umanità e Dio. Dopo di lui, non si può dire l’umanità senza dire Dio e non si può dire Dio senza dire l’umanità. Questa è la nostra fede: confessiamo che Gesù Cristo è uomo e Dio, Dio fatto carne, Dio sempre vivente nei secoli dei secoli. Benedetto XVI, in apertura dell’enciclica Deus caritas est (2005), aveva il coraggio di scrivere: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con una persona”, Gesù Cristo. Questo secondo me è il punto centrale, a partire dal quale può veramente mutare la situazione astenica della fede e, di conseguenza, quella dello slancio missionario. Il problema della crisi della missione ad gentes in realtà è un problema della missione anche qui nelle nostre terre di antica cristianità, non c’è molta differenza. Le nostre comunità cristiane si sono assestate, spesso per loro sono più decisivi i valori o le prassi etiche che non la passione bruciante e la fede in Gesù Cristo. Al contrario, nell’evangelizzazione siamo chiamati a mettere al centro Gesù Cristo e la sua umanità, rivelazione del Dio vivente, non lo si ripeterà mai abbastanza. E si faccia attenzione: nessuna negazione della divinità di Gesù, ma neppure nessun debito della fede cristiana al teismo, perché è Cristo che ci conduce a Dio, non un qualsiasi dio che ci conduce a Cristo.
L'altro come rivelazione di un dono (Jesus, Febbraio 2020) 
Viviamo in un tempo contrassegnato dalla “crisi”, nella quale io leggo soprattutto una situazione di “aporia”. Aporia come incertezza, come non comprendere e non sapere, come non saper dire né decidere, fare delle scelte… E questo proprio perché manca l’operazione faticosa e paziente del discernimento, della lettura dei segni dei tempi e delle urgenze emergenti oggi nel nostro mondo globalizzato, certo, ma un mondo che va innanzitutto letto e compreso come mondo occidentale ed europeo, il nostro mondo.
E cosa osserviamo in quest’ora? Un’incapacità dei cattolici di stare nella polis, un’afonia dovuta a un’astenia della loro fede, ma anche a un allontanamento, ormai consumatosi, dall’impegno politico cristianamente ispirato. Come ha scritto Severino Dianich, “l’attuale insignificanza dei cattolici in politica è il sintomo di un avvenuto scollamento della vita di fede del credente dalla percezione delle sue responsabilità politiche”. Va detto che i laici cattolici sono stati delegittimati e di fatto sostituiti da soggetti ecclesiastici che negli ultimi anni del secolo scorso e nei primi anni del nostro hanno avocato solo a sé il discernimento sulla situazione sociale, culturale e politica italiana, fino a intervenire direttamente in materie la cui competenza sarebbe appartenuta di diritto ai laici stessi. Così si è negata ai laici cattolici la possibilità di essere cristiani maturi, adulti, cristiani appartenenti a un popolo “regale”, e si è spenta la loro presenza, si è zittita la loro voce, non permettendo loro di esprimere la capacità di testimonianza nella polis.
Oggi credo sia urgente imparare nuovamente l’arte del dialogo, sia nelle nostre chiese e tra di loro, sia nella società. Siamo davvero chiamati a reinventare con intelligenza e creatività una cultura del dialogo, per poter vivere davvero insieme e non solo gli uni accanto agli altri. Vorrei dunque fornire alcune tracce elementari per intraprendere questo itinerario che ci sta davanti e ci attende.
La prima tappa mi pare consista nella sospensione del proprio giudizio per considerare l’altro con simpatia. Tutto incomincia da qui. L’altro non si rivela sempre “bello”, non genera per forza di cose o l’attrazione o la curiosità. Nella loro alterità, gli altri davvero sono “differenti”, sovente capaci di contraddirci. Avere un atteggiamento di simpatia significa, in un primo tempo, accettare di non comprendere l’altro, cercando nel contempo di condividerne i sentimenti, nella convinzione che la verità dell’altro ha la stessa legittimità della mia. Questo non significa l’inesistenza della verità o l’equivalenza di tutte le verità. Ciascuno può manifestare la propria verità con umiltà e dovrebbe essere disposto a ricevere da altri la verità che sempre ci precede e ci supera. Anche quando siamo convinti che la nostra verità dia senso alla nostra vita.
La simpatia implica l’empatia:
ci spingerà incontro all’altro non uno slancio del cuore ma la capacità di metterci al suo posto, di capirlo dal di dentro, la quale si fonda sulla nostra comune condizione umana. L’empatia permette di percepire che l’esistenza per natura non è mai isolata, che “nessun uomo è un’isola”: esiste solo nella comunicazione e nella consapevolezza dell’esistenza di altri. L’egocentrismo, l’indifferenza, il cinismo, il rancore sono vinti da questo sentimento: si fa così posto all’altro passando dalla paura all’accoglienza, dunque all’apertura all’incontro.
Ma simpatia ed empatia sono solo le condizioni di possibilità di un dialogo fecondo di trasformazione e arricchimento reciproci: infatti dal dialogo mai si esce come vi si era entrati, e la sfida del dialogo implica la disponibilità a intraprendere un tale cammino. Dialogando emergono visioni inedite dell’altro, si avvicina la fine dei pregiudizi: c’è la scoperta di ciò che si ha in comune ma anche di ciò che manca a ciascuno. Lo spazio intermedio tra i due volti è la terra di nessuno che attende di essere coltivata e resa feconda da parole di accoglienza e riconoscimento. Quella terra di mezzo è lo spazio del dialogo. E dialogando, due volti si trovano l’uno di fronte all’altro, in una prossimità capace di aprire alla vita. Avviene così la contaminazione e lo spostamento dei confini: l’altro, che collocavo in una dimensione remota, si rivela molto più vicino e simile a me di quanto immaginassi. La frontiera non è annullata, ma da luogo di conflitti e malintesi diviene luogo di pacificazione e di incontro.
Certo, se non attendiamo nulla dall’altro, il dialogo muore prima ancora di nascere. Ma se siamo disponibili ad accogliere l’altro come “ospite interiore”, riconoscendone le tracce presenti in noi, allora scocca la scintilla del dialogo autentico: si dà tempo all’altro, si scambiano parole che divengono doni reciproci. Il dialogo diviene così ciò che la parola stessa dià-lógos dice: un intrecciarsi di linguaggi, di significati, di culture. Le domande dell’altro diventano le mie, i suoi dubbi scuotono le mie certezze, le sue convinzioni interpellano le mie. Allora scopriremo che nel dialogo arriviamo a esprimere pensieri mai pensati prima, con l’affascinante percezione di sentirli a un tempo inauditi eppure familiari a noi stessi, facendo l’esperienza di essere da tempo abitati da realtà che eravamo convinti di ignorare.
Nel dialogo l’altro si fa rivelazione di un dono che viene da altrove e va poi altrove. Ci rende possibile la scoperta inedita della nostra propria esistenza. Con parole e gesti fa affiorare l’interiorità che è in noi e ci fa il grande dono di rivelare in modo nuovo noi a noi stessi.
L'arte quotidiana della cucina (La Repubblica, 10 febbraio 2020)

Nel cammino il senso della vita (La Repubblica 2 febbraio 2020)

La memoria a metà (La Repubblica, 27 gennaio 2020)

Questa piccola grande ospitalità (La Repubblica, 20 gennaio 2020)

La menzogna al potere (La Repubblica, 13 gennaio 2020)

Quando gridano le pietre (La Repubblica, 6 gennaio 2020)

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