Alberto Maggi: la sua esperienza di vita religiosa e quella di Santa Bernardette (secondo Maggi)


P. Alberto Maggi, frate biblista dei Servi di Maria, è un personaggio scomodo, provocatorio, a volte a rischio di eresia. Ho appena finito di leggere il suo ultimo libro "Due in condotta" (Garzanti 2019). E' la sua autobiografia che arriva fino all'ingresso nella comunità dei Serviti (diverse altre esperienze successive sono contenute nel precedente "Chi non muore si rivede"). Di questo libro, che non mi ha entusiasmato, riporto alcune pagine finali in cui Maggi esprime il suo parere sulla vita religiosa.

Seguono poi alcuni appunti pubblicati sulla sua pagina facebook sulla vita di Santa Bernardette Soubirous, la mistica di Lourdes di cui parlerà su TV2000 lunedì 17 febbraio alle 9.05 durante la trasmissione di "Bel tempo si spera".
Avevo scelto questa strada perché animato da un ideale di purezza, di giustizia, di lealtà, di un mondo che non trovavo nella società. Mi resi presto conto che nel mondo religioso la situazione era forse peggiore, perché la stessa cupidigia, l’interesse, la vanità, l’ambizione che avevo trovato nel mondo del lavoro, nel servizio militare, e che tanto mi avevano deluso, li ritrovavo tali e quali nei conventi, ma mascherati e camuffati dalla pratica religiosa, dalla scrupolosa osservanza delle regole, un mondo dove l’apparenza nascondeva il nulla, solo foglie per coprire l’assenza di frutti.
E così mi resi conto ben presto che il voto di obbedienza, per molti, si traduceva in ruffiano, meschino, interessato servilismo, e che i frati apparentemente più obbedienti erano quelli che in realtà bramavano poi di poter comandare a loro volta. Con il voto di povertà si sublimava e nascondeva la più gretta avarizia, e la castità, più che generare persone caste, le trasformava in castrate. La repressione dell’affettività finiva per renderle disumane.
Per questo, nella gran parte dei conventi, la vita era senza slanci, senza profezia, senza Spirito. Per lo più i frati continuavano a ripetere, stancamente e senza convinzione, gesti e riti che erano stati a essi trasmessi e ripetevano senza creare. Qualunque tentativo di aprirsi alla novità, di tentare nuove modalità di vivere la vita religiosa, anche se minime, veniva inesorabilmente respinto come diabolica tentazione: “Si è sempre fatto così, perché cambiare?”.
Ma lo Spirito non si manifesta nel ripetere, bensì nel creare, e la Bibbia insegna che chi guarda al passato si esclude dall’azione del Signore, quello stesso Dio che invita a non guardare sempre indietro, altrimenti si rischia di non accorgersi delle meraviglie che il Creatore instancabilmente propone per la vita delle sue creature (“Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” Isaia 43,18-19).
In molti conventi tutto quello che è nuovo veniva visto con sospetto, come una tentazione o un tradimento del venerato glorioso passato religioso. E io sentivo mancarmi l’aria, l’ossigeno vitale, e il fumo dell’incenso non bastava a coprire il tanfo del chiuso, dell’acre odore della naftalina nella quale molti religiosi si erano volontariamente imballati e mummificati. Certamente questi frati si conservavano incorrotti, ma erano come involucri senza vita, e l’attaccamento alla tradizione era come un immacolato sudario che copriva la putrefazione, sepolcri imbiancati dai quali Gesù invita a stare alla larga, perché se “all’esterno appaiono belli, dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume” (Matteo 23,27).
Tra le mura dei conventi sembravano albergare per lo più degli uomini delusi, amareggiati, depressi, senza entusiasmo, certamente zelanti nelle preghiere, ma poi incapaci a tavola di scambiarsi una sola parola. Avevano parlato con Dio, che bisogno c’era di parlare anche con il fratello? Credevano di onorare il Signore, ma ignoravano la sua presenza nel vicino. Frati che nella celebrazione eucaristica si scambiavano ritualmente, senza trasporto, il segno della pace, ma conservavano nel cuore rancori e recriminazioni. Religiosi devotissimi della Madonna, ma minimamente sfiorati dall’idea di mettersi, come lei, al servizio delle persone.
Come aveva ragione Gesù, quando definiva commedianti le persone religiose! (Marco 7,6). Tanta scrupolosa devozione per il Santissimo Sacramento, e ignorare il fratello accanto non sembrava una contraddizione, ma la pratica pressoché abituale. Molti di questi frati erano entrati in convento certamente animati da generosi slanci d’amore e pensavano di trovare comunità di fratelli che si volevano bene, che si amavano vicendevolmente l’un l’altro, secondo l’insegnamento di Gesù (Giovanni 13,34). Si ritrovavano invece a vivere in comunità dove, a malapena, ci si sopportava, se non ci si detestava cordialmente. Celebravano la Giornata di preghiera per le Vocazioni e si meravigliavano che il Signore non ascoltasse le loro suppliche, non inviasse neanche un giovane in convento. Vedendo la triste realtà conventuale, io mi meravigliavo non che non entrassero, ma che non fossero scappati via quelli che ancora resistevano.
E quei rari frati che, spinti e animati dallo Spirito, tentavano tenacemente di aprire nuove strade, come padre Giovanni Vannucci e David Turoldo, quando andava bene, erano considerati bizzarri, se non eretici, fuori dalla Chiesa, e venivano ostacolati, emarginati, derisi, umiliati, isolati e puniti. Salvo poi celebrarli, dopo morti, come profeti, e farsene un vanto, confermando le severe parole di Gesù: “Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi” (Luca 22,47).
Credevo, e continuo a credere, nella validità e nell’importanza della vita religiosa. Ma questa non può consistere nel ripetere modi di vita del passato, bensì nel crearne dei nuovi, che esprimano la relazione con Dio e con gli uomini in forme nuove, originali, creative. Solo così si è certi di essere sempre in comunione con quel Dio che continuamente fa “nuove tutte le cose” (Apocalisse 21,5).
…con la maturità compresi che non dovevo attendermi un mondo ideale che fosse disposto ad accogliermi, ma che dovevo costruirlo, non aspettarmi il paradiso, ma tentare di realizzarlo.
Alberto Maggi, Due in condotta, Garzanti 2019, pp.204-207
***
Per lunedì 17 febbraio sono stato invitato a Tv2000 nella trasmissione "Bel tempo si spera" (ORE 9,05), per parlare di Bernadette Soubirous. Sto preparando il materiale su questa donna straordinaria così distante dal cliché di "santino" che le è stato cucito addosso. Parlerò anche del suo difficile rapporto con le suore di Nevers, ecco un anticipo:
IL MARTIRIO
Nel messaggio del 28 febbraio, l’apparizione disse a Bernadette per tre volte “Penitenza… penitenza… penitenza!”
La penitenza Bernadette la fece quando entrò in quel covo di vipere delle suore di Nevers, un convento dove andavano le figlie della borghesia locale e dove, per essere ammesse, occorreva portare una ricca dote. Bernadette, poverissima, venne accolta senza entusiasmo, e solo perché fu imposta dal vescovo. In convento capitò sotto le grinfie della sadica madre Vauzou, pia e crudele maestra delle novizie, che non le risparmiò nessuna umiliazione. La maestra delle novizie, sfogava la sua rabbia su questa suora che non riusciva a plasmare secondo il cliché di religiosa ereditato dalla tradizione, Bernadette rifiutava di conformarsi ai modelli proposti, e non si adattava alle pie usanze del convento. Alla mistica della sofferenza, imperante all’epoca, Bernadette contrapponeva un sano equilibrio: “San Bernardo amava la sofferenza… io invece la evito più che posso!”. Quando le proposero di imitare una sua consorella che, pur sofferente, chiedeva al Signore di mandarle ancora più tribolazioni, lei replicò: “Mi bastano quelle che già mi manda!”. Cresciuta in un mulino, Bernadette esprime le sue sofferenze con l’immagine del grano macinato (“Sono macinata come un chicco di grano…!”).
Alla radice del disprezzo di madre Vauzou verso Bernadette, c’era pure dell’invidia, come traspare da questa sua ammissione: “Se la santa Vergine voleva apparire su questa terra, perché avrebbe scelto una contadina rozza e ignorante, invece di una religiosa virtuosa e istruita.. Non capisco come la santa vergine abbia potuto comparire a Bernadette. Ci sono tante altre anime, così delicate e nobili… Insomma!”. Lei veniva dall’alta borghesia, da una famiglia di notai, e conservava la sua aria da aristocratica… come mai la Vergine non l’aveva prescelta?!
Quando, alla fine del noviziato, a ogni suora fu affidato un incarico, Bernadette ne fu esclusa, perché, disse la maestra, “Non è buona a nulla”. Era talmente maltrattata e disprezzata, che di lei le altre suore dicevano: “Che fortuna non essere Bernadette!”.
Madre Vauzou detestava e disprezzava così tanto Bernadette che si deve a lei il ritardo del processo di beatificazione. Bernadette morì nel 1879 ma il processo si aprì solo nel 1907, con ventotto anni di ritardo, perché la tremenda maestra aveva detto: “Aspettate che io sia morta!”.
Il giudizio della maestra delle novizie su Bernadette era chiaro: “Carattere aspro, molto suscettibile”.
C’era indubbiamente della ruggine tra la superiora e la novizia, che sfociava in episodi che, se non fossero drammatici, sarebbero da commedia napoletana (tipo Filumena Marturano), come quella volta in cui Bernadette si aggravò così tanto che madre Vauzou ogni giorno la va a trovare per prepararla alla morte, e le fa amministrare l’estrema unzione. Bernadette però non ha ancora emesso i voti, e decidono farglieli emettere in extremis e chiamano il vescovo, mons Forcade, per accoglierli. Bernadette non ha la forza neanche per pronunciare le parole di rito, che vengono pronunciate dal vescovo, alle quali lei risponde solo con un Amen. Il vescovo benedice la suora morente, le chiede di ricordarsi di lui in paradiso e si allontana. Presso il letto di Bernadette resta la superiora in attesa di chiuderle gli occhi. Invece, colpo di scena, non appena il vescovo esce dalla stanza, Bernadetta, vispa più che mai, esclama gioiosa “Cara madre, mi avete fatto fare la professione credendo che sarei morta questa notte, invece non morirò”. Madre Vauzou, anziché rallegrarsi, furibonda, la investì con parole aspre, rabbiose, cariche di ira: “Come, sapevate di non morire e ci avete fatto disturbare monsignor Vescovo in un’ora così inopportuna?! Siete soltanto una piccola sciocca e vi assicuro che, se non morirete entro domani, vi tolgo il velo di professa e vi rimando in noviziato!”
Più tardi la stessa madre Vauzou confiderà a una suora: “Tutte le volte che avevo da dire qualcosa a Bernadette ero spinta a dirglielo con acredine… In noviziato avevo delle novizie di fronte alle quali mi sarei inginocchiata, ma non davanti a Bernadette”.
Qual è la colpa o il difetto di Bernadette? È che “sa quel che vuole”.
Lei, a differenza delle altre novizie prefabbricate in serie, era capace persino di protestare e manifestare il suo dissenso, e questo tra le suore era considerato alla stregua di un crimine!
Così Bernadette viene prontamente etichettata come ribelle e caparbia. Scrive la stessa Bernadette “Molto spesso mi sento chiamare ostinata… ciò mi umilia, però non riesco a correggermi”.
La montanara ruspante, pur ingabbiata in un allevamento di galline, si ostinava a seguire la strada dello Spirito, mentre la maestra delle novizie pretendeva farle percorrere quella del conformismo religioso. Per costringerla a questo, come testimoniò una suora al processo, “la maestra non si lasciava sfuggire nessuna occasione per farle subire qualche umiliazione”.
La madre generale Joséphine Imbert non era da meno e definì Bernadette come persona inutile, sciocchina, buona a nulla, e Bernadette ne era terrorizzata.
Possiamo senz’altro affermare che la vita tra le suore, per Bernadette fu un autentico martirio. Forse prevedendo questo l’apparizione il 18 febbraio le aveva detto: “Non vi prometto di farvi felice in questo mondo, ma nell’altro”. E le difficoltà con il mondo religioso erano cominciate per Bernadette prima di entrare in convento. Non appena a Lourdes si sparse la voce delle apparizioni, la madre superiora della scuola delle ragazze povere che Bernadette frequentava le disse aspra. “Hai finito con queste tue carnevalate?”.

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