L'anima cattolica della protesta di Hong Kong


Solo ora mi accorgo di come la Chiesa Cattolica di Hong Kong sia in prima linea nelle proteste (all'inizio pacifiche) contro il regime cinese e ne sia stata l'anima. Lo evidenzia in particolare il settimanale Famiglia Cristiana che ne intervista il Vescovo (il quale denuncia la repressione dell'esercito che entra anche nelle Chiese) e un missionario del Pime che racconta:
Su sette milioni di persone, i cristiani a Hong Kong sono il 12 per cento, la metà dei quali, circa trecentomila, cattolici. «Ogni anno», spiega Criveller, «quasi quattromila persone chiedono di essere battezzate con il rito cattolico. È un numero alto, superiore a quello di molti altri paesi dell’Asia orientale.
Sono circa trecento le scuole e gli istituti cattolici, tra i più prestigiosi della città, dove hanno studiato molti leader della protesta e anche Carrie Lam, capo dell’esecutivo di Hong Kong e di fatto rappresentante della volontà di Pechino. «La sua», spiega Criveller, «è una figura tragica. È cattolica praticante, ha studiato dalle suore Canossiane, era grande amica del vescovo Michael Yeing Ming-cheung morto lo scorso gennaio per un tumore. Politicamente ha sbagliato tutte le scelte e si è cacciata in un guaio dal quale non riesce più a uscire. In estate, due milioni di persone scesi in piazza pacificamente non l’hanno smossa, la violenza di alcuni giovani mal consigliati sì. Il messaggio che è passato è stato devastante: se facciamo caos otteniamo qualcosa, se siamo pacifici non otteniamo nulla. La Lam avrebbe dovuto ascoltare la gente e ritirare la proposta di legge sull'estradizione fin da subito».
È cattolico Martin Lee, uno dei leader dell’opposizione a Pechino e capo del partito democratico. Sono cattolici tre dei quattro leader che guidano la protesta contro i quali ha puntato il dito Il Quotidiano del Popolo, house organ del governo cinese. Tra questi spicca il tycoon Jimmy Lai e la giovanissima Agnes Chow, arrestata a fine agosto e già anima della protesta del 2014, che ha prestato servizio come chierichetta nella sua parrocchia.
È cattolica quella che Criveller definisce la «coscienza» di questo movimento, rappresentata da tre pastori: il cardinale Joseph Zen, salesiano, dal 2009 vescovo emerito di Hong Kong; il cardinale John Tong Hon, che amministra la diocesi in attesa della nomina del nuovo pastore, e l’attuale vescovo ausiliare, il francescano Joseph Ha, 60 anni: «È il leader morale più significativo e ascoltato dalla gente, un uomo carismatico che in questi mesi è riuscito a mettersi in sintonia con la parte pacifica del movimento del quale condivide molte istanze».
La protesta della gente di Hong Kong va avanti da fine aprile e il 16 giugno ha portato in piazza due milioni di persone, vale a dire il 30 per cento della popolazione. Come se in Italia scendessero a manifestare venti milioni di cittadini in un colpo solo. Sono sei le richieste della gente: ritirare definitivamente il disegno di legge che prevede l’estradizione verso la Cina, togliere l'accusa di “rivolta (riots)” per i manifestanti arrestati il 12 giugno scorso; aprire un'inchiesta sulla brutalità usata dalla polizia per reprimere le proteste; rilasciare coloro che sono stati arrestati; ottenere elezioni a suffragio universale per eleggere il Parlamento e il capo dell’esecutivo senza ingerenze cinesi come già richiesto dai protagonisti della “rivoluzione degli ombrelli” nel 2014. Alcuni chiedono anche le dimissioni di Carrie Lam.
«La situazione attuale è senza precedenti ed è veramente drammatica», spiega padre Criveller che è un uomo abituato a pesare le parole, «qui è in ballo la sopravvivenza della città. Se Pechino interverrebbe militarmente per prendere in mano la situazione il futuro della città e degli stessi cattolici diventerebbe molto difficile». Dopo le proteste oceaniche di giugno, la proposta di legge di Lam che avrebbe permesso l’estradizione di una persona sotto processo a Hong Kong nella Cina continentale è stata ritirata. Le proteste, però, sono andate avanti e continuano tuttora. Hanno per protagonisti i giovani, ma anche segmenti eterogenei della società tra cui alcuni esponenti della classe media politicamente conservatrice della città.
Anche il metodo è innovativo, qualcuno l’ha definito open source. I manifestanti spesso si radunano intorno alle migliori idee emerse nei gruppi in rete e votano per stabilire la strategia da seguire. «La gente», spiega Criveller, «ha capito benissimo che sarà risucchiata da un sistema economico, politico, militare e sociale che non vuole più. Qui c’è un sistema basato su un’economia di mercato esasperata, senza ammortizzatori sociali e alleata alla potenza militare della Cina. Gli affaristi cinesi si stanno comprando tutto e si arricchiscono senza alcun limite. Se un cittadino di Hong Kong mette su un’attività commerciale, il proprietario dell’immobile gli triplica l’affitto per scoraggiarlo e indurlo a chiudere. Il governo è straricco, ha una riserva finanziaria in valuta straniera di 425 miliardi di dollari americani ma non fa nessuna politica sociale come a Taiwan o Singapore. La casa è un sogno. Negli ultimi dieci anni i prezzi delle abitazioni sono saliti del 240 per cento. Da quasi dieci anni, quello di Hong Kong è il mercato immobiliare più costoso al mondo. Lo stipendio mensile medio è di poco meno di 2200 euro per gli uomini e 1600 per le donne. L’affitto mensile medio di un piccolo appartamento in città è di 1900 euro. I prezzi medi delle abitazioni sono 21 volte superiori al reddito medio annuo lordo della famiglie. Il rischio è di diventare come le altre città della Cina: senza democrazia, senza libertà civili, senza ammortizzatori sociali. Nonostante tanta ricchezza, non ci sono investimenti per una politica sociale che elevi il salario minimo, che migliori il sistema pensionistico, scolastico e sanitario». Non a caso di recente il South China Morning Post scriveva che per un minuscolo appartamento in un grattacielo di Hong Kong devi spendere tanto quanto per comprare un castello in Francia.
Il mondo cattolico come vive tutto questo? «I fedeli di Hong Kong», risponde Criveller, «sono molto devoti, pregano tantissimo, ci sono varie iniziative a sostegno delle proteste: veglie, preghiere online, comunità religiose che si radunano per pregare. Al movimento arrivano le omelie di sostegno del cardinale Zen e la vicinanza concreta di monsignor Ha. C’è comprensione anche per i poliziotti che sono nostri figli anche se le violenze degli infiltrati negli ultimi giorni hanno esasperato gli animi. Tuttavia tra i cattolici c’è una divisione tra chi appoggia esplicitamente il movimento, la maggioranza dei praticanti; una parte che vorrebbe che la Chiesa non avesse una posizione così di parte a favore del movimento ma più equilibrata e moderata, e poi un’altra parte, assolutamente minoritaria, che invece sostiene il governo di Hong Kong nel quale, non dimentichiamolo, ci sono diversi esponenti cattolici, a cominciare dalla stessa Lam».
Il Corriere intervista il Cardinale emerito (Joseph Zen) il quale denuncia "il silenzio assordante del Vaticano" che finora
ha taciuto per non essere schiacciato su posizioni anti-Pechino e non incrinare l’accordo temporaneo sulla nomina dei vescovi in Cina. Ora però il Papa, che a fine settimana attraverserà il cielo di Hong Kong nel volo verso Tokyo, sarebbe pronto a rispondere a una domanda, «se sollecitato». 
Su Mondo e Missione (sito del Pime),un'intervista al vescovo Joseph Ha che  afferma:
«Siamo cattolici e faccia­mo parte della comunità civile. Secondo il catechismo della Chiesa cattolica e gli insegnamenti della dottrina sociale, noi siamo chiamati, anzi obbligati a partecipare al miglioramento della nostra comunità e alzare la voce di fronte all’ingiustizia». Così il vescovo ausiliare di Hong Kong, il francescano Joseph Ha, risponde alle domande di Mondo e Missione circa la travagliata vicenda che percorre la grande città.
Il vescovo Ha è diventato uno dei principali punti di riferimento morali del movimento di Hong Kong. È a lui che i cattolici guardano come guida in questi tempi tumultuosi. Il vescovo non è motivato da un’agenda politica, ma ispirato dalla fede nel Dio della storia. «La coscienza è il luogo prezioso dove risiede il potere più forte che Dio abbia concesso all’umanità. Desideriamo che sia proprio la coscienza ad aiutarci a trovare una via d’uscita dalla drammatica situazione di questi giorni e di questi mesi».
I mezzi che il vescovo Ha approva e promuove sono innanzitutto spirituali: «Noi credenti cattolici abbiamo le nostre preghiere quotidiane, la santa Messa, la santa comunione e altre vie spirituali. È così che nutriamo la nostra coscienza. È così che tutti possono riconoscere che siamo seguaci di Cristo. Non penso affatto che noi cattolici siamo migliori di altri o abbiamo soluzioni più efficaci. Al contrario, anche in questo tumulto riconosciamo i nostri limiti e peccati. Dobbiamo prestare molta attenzione alla nostra mente e alla nostra anima».
Chiediamo al vescovo quale sia il coinvolgimento dei fedeli cattolici nel grande movimento di protesta. «Molti sono desiderosi di comprendere, in questa vicenda, quale sia l’insegnamento sociale della Chiesa. Ci sono alcuni però che preferiscono mantenere le distanze dal movimento, e criticano il coinvolgimento di molti laici, religiosi, preti e vescovi».
Allora è sorta una divisione dentro la comunità ecclesiale? «Sì, certo, e man mano che il movimento procede cresce anche, in modo grave, la tensione nelle parrocchie e nei gruppi ecclesiali».
Questa tensione riguarda anche le numerose scuole cattoliche, che hanno un ruolo tanto importante per la formazione dei giovani nella società di Hong Kong? Per il vescovo «è ancora troppo presto per valutare l’impatto del movimento sulle scuole cattoliche. Temo però che anche qui ci saranno tensioni e persino scontri tra gli studenti e tra il personale docente. E, probabilmente, tra studenti da una parte e consiglio di amministrazione della scuola dall’altra».
Il vescovo Joseph Ha aveva già espresso preoccupazione e vicinanza ai giovani all’indomani degli incidenti del 12 giugno scorso. Passò tutta la notte nelle strade con i giovani, affermando che «il pastore sta dove sono le pecore». Rimane memorabile la commovente omelia, pronunciata con grande partecipazione emotiva lo scorso 13 giugno, in cui riuscì ad interpretare ed esprimere i sentimenti di tanti giovani e di tanti cattolici. Le immagini e le parole di quella omelia divennero virali. Vale la pena riportare almeno qualche passaggio. «Non avrei mai pensato che ad Hong Kong potesse succedere tutto questo. Sono nato e cresciuto a Hong Kong; qui ho la mia famiglia e le persone che amo! Tutto ciò che vogliamo è vivere in libertà, avere delle garanzie per la nostra vita, avere la libertà a cui tutti hanno diritto e non vivere più nella paura. Chiediamo troppo? Davvero non lo meritiamo? (…)
Quando ascolto i giovani, vedo e sento che l’umanità è bella e buona. Nonostante tante ingiustizie, l’umanità continua a risplendere, i giovani si sostengono a vicenda. Gesù ci ha insegnato che la vera legge è prendersi cura dell’altro, ad amare e persino sacrificarsi per il prossimo. Ho visto tanti giovani, sono molto addolorato, ma nel mio dolore c’è anche una grande ammirazione. Tutto quello che possono fare è scendere in strada e gridare le loro richieste. Chiediamo troppo? Mentre venivamo qui, il mio cuore stava piangendo. Ma ringrazio il Signore che ha dato giovani alla società di Hong Kong. Ho visto l’immagine del Signore scritta nel profondo della loro anima».
Fin dall’inizio delle manifestazioni, le Chiese cristiane hanno avuto un ruolo fondamentale, di sostegno e moderazione allo stesso tempo. “Sing halleluiah to the Lord”, il canto religioso cantato sia nelle chiese protestanti sia in quelle cattoliche, è divenuto l’inno di fatto delle grandi manifestazioni. Un ecumenismo “di strada” molto significativo.
I missionari del Pime sono presenti nella città cinese dal 1858, si tratta di una delle più antiche e prestigiose missioni del Pime. Anche loro, sempre a stretto contatto con la popolazione, condividono le gravi tensioni e l’ansia per la sicurezza della città e della sua gente.
Nessuno sa come la vicenda di Hong Kong andrà a finire. Dallo scorso 9 giugno la città è in subbuglio, in una accelerazione di eventi e incidenti, sempre più gravi, che sembrano essere sfuggiti al controllo. La miccia è stata la proposta di legge sull’estradizione che avrebbe minato la sicurezza della libertà e dell’esercizio imparziale della giustizia. Alla domenica di un milione di dimostranti (9 giugno) è seguita la domenica dei due milioni di cittadini (16 giugno), scesi in piazza pacificamente, in una città che ne conta sette. In numerose altre domeniche le manifestazioni hanno raccolto centinaia di migliaia di persone. Clamorose sono state le occupazioni del Parlamento e dell’aeroporto internazionale, uno dei più importanti al mondo. All’inizio di settembre la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, ha annunciato il ritiro della controversa proposta di legge, ma il movimento di protesta ora chiede di più.
È impossibile fare previsioni sull’esito delle proteste. Nessuna analisi può essere esaustiva, poiché gli eventi di Hong Kong hanno un altissimo tasso di imprevedibilità e persino di irrazionalità: nessun osservatore aveva immaginato un’estate tanto drammatica.
Ci sono stati momenti di violenza sia da parte della polizia, sia da parte di una piccola minoranza esasperata dei manifestanti (tra loro infiltrati inviati ad accendere gli animi). Nei momenti di tensione infatti prevalgono i violenti, nonostante la grande maggioranza sia assolutamente ragionevole e pacifica. Sono intervenute persino bande mafiose a picchiare impudentemente per conto terzi cittadini inermi.
Abbiamo chiesto al vescovo Joseph Ha se abbia un messaggio per i lettori di Mondo e Missione, e per le comunità ecclesiali italiane. Ecco la sua risposta: «Il governo cinese dichiara enfaticamente che i Paesi stranieri non devono intervenire negli affari di Hong Kong. Però, in verità, alle autorità della Cina importa molto come la gente di altre nazioni giudica gli eventi in corso. Hanno, come diciamo noi cinesi, paura di “perdere la faccia”. Pertanto vi inviterei innanzitutto a prestare attenzione a ciò che sta accadendo a Hong Kong. Ogni volta che c’è la possibilità, ad esempio incontrando un amico cinese, un funzionario o un commerciante o chiunque altro, sollevate il problema. Fate loro capire che nel mondo tante persone sono preoccupate. Inoltre la preghiera è essenziale per noi, poiché crediamo in Dio che è il vero Maestro della storia. Non c’è un rifugio migliore del Signore!».
Hong Kong non è nuova a gravi crisi che sembrano comprometterne la sopravvivenza. Ma ha superato gravissime situazioni nel passato dimostrando grande resilienza. Il vescovo Ha e i credenti continuano, nonostante tutto, a nutrire sentimenti di speranza per la meravigliosa Hong Kong.

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