Veltroni intervista le suore di clausura di Città della Pieve


Sul Corriere di qualche giorno fa è apparsa in prima pagina l'intervista che Walter Veltroni ha fatto alle suore di clausura di Città della Pieve e che vale la pena leggere.

«Anche qui in clausura siamo donne e poi suore. L’errore è credersi sante»

Tra le monache nel monastero di Città della Pieve. «Ho combattuto con Dio, gli dicevo: non farmi questo. La grata una reclusione? No, è la siepe di Leopardi. Abbiamo tre cellulari, ma li teniamo sempre spenti»

Sono andato al monastero di Santa Lucia a Città della Pieve per ascoltare la voce di donne che hanno compiuto una scelta esistenziale e religiosa molto radicale. Ho nella memoria un bellissimo documentario radiofonico di Sergio Zavoli dedicato a queste persone. Incontro la Madre Badessa Manuela Corvini e suor Fedele dopo che una sorella mi ha fatto avere, attraverso una «ruota», la chiave di una piccola sala in fondo alla quale c’è una grata. Dietro di essa siederanno a lungo, con pazienza e sorriso, due donne italiane che hanno accettato di raccontare la loro scelta e la loro vita.

Quante sorelle siete qui?
«Ventotto: dai 104 ai trentadue anni. La fascia media è tra i cinquanta e i sessanta». 
Suor Fedele, com’è una giornata qui dentro?
«Inizia molto presto, alle cinque e mezza con la celebrazione delle Lodi mattutine. Poi preghiamo per tutto il giorno, tranne i pasti e le ore lavorative che vanno dalle nove alle dodici e dalle sedici alle diciotto. Dopo la cena abbiamo 45 minuti di ricreazione per stare insieme e dopo la preghiera della sera, alle nove e trenta, ci ritiriamo nelle nostre celle».
Madre Manuela, cosa rende una giornata diversa dalle altre?
«L’intenzione con cui la vivi, credo. Ripartire da capo ogni mattina, con il Signore e con le sorelle».
Posso chiedervi come siete arrivate, ciascuna, a questa scelta così radicale?
«Non è mai un’iniziativa personale, la persona non dice: “Ecco adesso entro in monastero”. È come quando si incontra una persona e ci si innamora, stesso modo. Se ragioniamo con un’ottica di fede, c’è una chiamata. È un’iniziativa di qualcuno, con la q maiuscola. Io ho lottato con il Signore prima di dire di sì a questa vocazione. L’iniziativa non è stata mia, ero proiettata verso altro nella vita. Anche se all’interno di una formazione più o meno religiosa, ho combattuto con il Signore perché gli dicevo: tutto, ma non questo. Però ad un certo punto ricevi un amore così grande che non puoi non restituirlo».
A che età è entrata?
«Ventisette».
Come era la sua vita prima?
«Studiavo. Ho fatto Lettere classiche, mi sono laureata al Raimondi a Bologna. Ero fidanzata, proiettata sul matrimonio e sull’insegnamento».
E poi che successe?
«È intervenuto il Signore».
In che momento? Come si è manifestato?
«Ad un certo punto si è interrotto il rapporto con questo ragazzo, ma non perché ci fosse un’altra persona, né da parte mia né da parte sua. Per quello che riguarda me non mi bastava più questo rapporto. Avevo tutto, avevo l’affetto di un ragazzo, dei miei, prospettive sicure per il futuro, tutto quello che si vuole. L’impegno in parrocchia, tante cose gratificanti, però avvertivo un’insoddisfazione dentro, un senso di vuoto profondo a cui, in alcuni momenti, non sapevo dare il nome. Il nome l’ho messo dopo, a posteriori».
Quindi non c’è stato un momento particolare nel quale ha sentito questa chiamata?
«Non sono stata buttata da cavallo come san Paolo. È stata una cosa lenta, graduale e, ripeto, ho combattuto con il Signore. Solo alla fine, quando ho detto va bene mi arrendo hai vinto tu, ho trovato la pace e una pace profonda. Come un mare: possono esserci tempeste in superficie, però le acque in basso sono calme».
E perché la scelta della clausura nel monastero e non di un’altra forma di impegno?
«Al Signore ho detto: “Va bene ti faccio la suora, ma non la clausura” proprio perché mi attirava, questa scelta, ma allo stesso tempo mi angosciava. Solo che qualunque altra forma non mi restituiva la radicalità che io cercavo. Io cercavo un amore radicale per il Signore, per la Chiesa, e li ho trovati solo in clausura, perché se avessi scelto la forma di vita attiva, non avrei potuto essere contemporaneamente dove avrei dovuto. Se ero in una scuola non ero in Africa, se ero in Africa non ero in parrocchia... Mentre, è un paradosso come ce ne sono tanti nella nostra fede, questo è stato l’unico modo che mi ha permesso di raggiungere tutti».
Suor Fedele?
«Per me invece è stata la caduta di San Paolo. L’opposto della Madre».
Di dove è?
«Tortona, provincia di Alessandria. Sono entrata a 24 anni, dodici anni fa, nel 2007. Dopo gli anni di catechismo, finita la Cresima, ho fatto come tanti. Ho iniziato la mia vita, la scuola superiore. Non ci pensavo proprio più, alla chiesa. Poi nel 2006, sono venuta qui perché sapevo che c’era una suora della mia città. Era la mattina di Pasqua. Sono entrata in chiesa. Noi alla messa apriamo la grata, scorre e si apre. E mi sono emozionata a vedere le suore con quel sorriso vero, non stampato. Da hostess, come direbbe Papa Francesco. E ho pensato: come fanno ad avere quel sorriso, stando rinchiuse lì dietro? Mentre loro sorridevano, io piangevo. Ed è iniziato così il travaglio interiore. Ho ripreso un cammino catechistico, avevo solo le nozioni di base. Ma mi ero innamorata di questo luogo, della loro vita e sarei entrata subito. Mi ricordo che questa sorella mi aveva detto: “Almeno impara quando si dice il Padre Nostro, nella messa”... Facevo pazzie per venire: finivo di lavorare alle sei di sera, dormivo qualche oretta, partivo verso l’una per essere qua alle Lodi».
Che lavoro faceva?
«Di giorno lavoravo con mia sorella che ha una ditta di riscaldamento e condizionamento. L’aiutavo, curavo in particolare l’assistenza. Stabilivo gli interventi degli operai e di sera avevamo persino un discopub. Il periodo della mia conversione è stato l’anno boom del nostro lavoro. Ero all’apice della mia carriera. Mi andava bene la vita e lì è arrivato il Signore».
Si ricorda il momento in cui ha detto alla sua famiglia che aveva fatto questa scelta?
«L’ho detto a mia mamma. Mi ricordo, era proprio la festa della mamma. Lo aveva già capito perché è stata una conversione radicale: ho cambiato vita, alle sei uscivo di casa per andare a messa. Mi ricordo ancora la domenica mattina in cui le ho detto: “Mamma ti devo parlare”. Lei mi ha guardato: “Ti fai suora” e io le ho detto “sì”. “Fai tutto, ma non di clausura”. Mia mamma è invalida quindi avevo tanta paura. Invece il Signore le ha dato tanta grazia e non mi ha mai ostacolato».
E sua sorella come l’ha presa?
«Male. Tra l’altro io avevo chiesto un segno al Signore. Mia sorella ha otto anni più di me. Voleva avere un figlio e non riusciva. Questa suora aveva citato una frase di don Bosco, quando ero in cammino di discernimento, che dice: “Quando il Signore chiama a sé una giovane in una famiglia, manda sempre un angelo al suo posto”. E io davvero su questa frase ho gettato le reti. Ho pensato: “Allora fai rimanere incinta mia sorella”. È rimasta incinta».
Madre Manuela, ci sono stati momenti nei quali la sofferenza le ha fatto avere dei dubbi tanto radicali quanto la scelta compiuta?
«In superficie sì, questa non è assolutamente una vita tranquilla. No, c’è la fatica, ci sono momenti di dubbio, di buio. Guai se non ci fossero veramente, sarebbe una vita falsa. Ci può essere la tempesta, nel nostro mare, però nel profondo rimane la pace. Questo rapporto con il Signore è talmente profondo, che niente lo può mettere in discussione».
Suor Fedele, come filtra il mondo esterno qui dentro?
«Abbiamo alcuni giornali cattolici: l’Osservatore e l’Avvenire e poi abbiamo un po’ di accesso a Internet, soprattutto la madre».
Non vedete televisione?
«No, solo in infermeria. Quando c’è stato il terremoto ad Amatrice tre anni fa, abbiamo visto un telegiornale per capire cosa stava succedendo. Abbiamo tanti contatti telefonici. Siamo abbastanza vive. Concretamente l’esterno entra così, poi sta a te ricordarti qual è il tuo servizio per quel mondo».
Madre Manuela, quindi voi avete la percezione di quello che succede fuori?
«Direi proprio di sì. Poi sono tante anche le persone che chiamano al telefono, scrivono, o vengono ad affidarci le loro intenzioni di preghiera. Il mondo entra con le loro parole».
È giusto che Dio chieda delle rinunce nel rapporto di amore con lui?
«Dipende cosa si intende per rinuncia».
È paradossale ma la vostra può apparire all’esterno una scelta egoistica: sottrarre se stessi alle relazioni con gli altri, all’aiuto, al sostegno. C’è questo rischio?
«Il rischio c’è. Il problema dell’uomo, da Adamo ed Eva, è l’individualismo. Lo puoi vivere nel matrimonio, nel lavoro, in monastero, da monaca clarissa. Non si entra e non si rimane in monastero per se stessi, mai. Certo, a occhi solo umani è una follia, o una raffinata forma di egoismo. La clausura è stato per me il “modo” concreto per raggiungere tutti. Ogni altra forma di consacrazione mi appariva limitata, circoscritta. Radicalità dell’amore per il Signore e amore per la Chiesa, per l’umanità vanno insieme. Una vita apparentemente “persa” per Lui, per potere in Lui raggiungere tutti. È un paradosso, come è un paradosso che Cristo abbia salvato l’uomo dall’alto di una croce. Il cuore di una monaca non è più solo un cuore di donna, fatto per accogliere e donare l’amore. Al di là delle debolezze umane, diventa il campo del mondo, il campo di Dio, in cui, sotto i suoi occhi, avvengono le fatiche e le lotte di tutti. Nulla di ciò che è umano ci è estraneo. Quando — non importa se si vedrà solo in cielo — una piccola speranza fiorisce all’improvviso nel cuore di un fratello, dietro c’è un cuore che si è aperto per tutti. C’è mai stato un tempo in cui si sia più sentito il bisogno di questo? Oggi l’uomo cerca la vita, quella vera, ha sete di bellezza autentica, della positività del reale. La notte è giunta troppo in là».
C’è una differenza tra la clausura degli uomini e quella delle donne?
«Ci sono tante forme, anche le clausure delle donne non sono tutte uguali, noi per esempio abbiamo la clausola papale che è quella forse più rigida».
Non c’è una regola universale?
«No. Ci sono monaci che vivono in clausura, ci sono i certosini...».
Ma perché le grate per le donne sì e per gli uomini no?
«La grata anzitutto è un segno. Quindi un segno è sempre qualcosa di visibile e che deve parlare, deve rimandare a qualcosa d’altro. La grata rimanda a Dio. Il motivo è quello, non è né un segno di difesa, di protezione di o da non so bene cosa».
La domanda è: perché un sacerdote maschio non dovrebbe accettare lo stesso segno? Se è un segno...
«Ci sono anche religiose suore che non vivono in clausura. Sono forme di vita diversa. I certosini penso abbiano la forma più rigida anche della nostra. Non so se volevamo arrivare a dire che la clausura imposta alle donne...».
No, volevo solo capire la ragione di questa differenza. Quanto è bello il silenzio in una società rumorosa come la nostra? Quanto è grande il silenzio?
«C’è silenzio e silenzio. C’è un silenzio che è uguale al mutismo e questo è egoistico sia in monastero che fuori: mi metto le cuffie e non sento nessuno e mi faccio gli affari miei. E c’è un silenzio abitato da una presenza forte. Questo è il silenzio vero che ci riempie».
Voi vi siete mai arrabbiate con Dio?
«Come no».
Per esempio?
«Quando ti smonta, quando ti dice “non sei quella che pensi di essere ma sei quella che ho scelto io”. Noi possiamo solo accogliere. Credo che la vita per ogni cristiano cambi quando si fa accoglienza e non conquista. Un po’ come: “Signore ti servo, vado a messa la domenica, faccio questa offerta così mi fai andare bene l’esame, mi guarisci dalla malattia e magari alla fine mi dai anche il Paradiso”. Questa non è la fede, al massimo può essere religione, quindi qualcosa ancora costruita dall’uomo. Ma non si chiama fede, la fede è affidarsi a una persona, un po’ come il bambino che impara a camminare. Perché impara a camminare il bambino? Perché sa, lo ha sperimentato, che se cade ci sono le braccia del papà o della mamma che lo tirano su. La fede è questo, cioè affidarsi».
Uno degli elementi essenziali della vita umana è il dubbio, nel senso che il dubbio è il viaggio, il dubbio è la ricerca dell’altro da sé. Come esiste il dubbio nella vostra scelta?
«È negativo se ti porta a mettere in discussione sempre tutto: c’è anche la moda oggi del mettere in discussione tutto, non ci sono certezze. E anche questo diventa un dogma, il dogma di non avere certezze. E questo è negativo. Diventa positivo il dubbio se mi fa mettere in discussione, cioè se non pretendo di aver raggiunto la meta. Se è qualcosa che mi fa ripartire ogni giorno verso una meta ulteriore, verso un traguardo che si sposta più avanti».
Madre Manuela, perché questa passione per l’Infinito di Leopardi?
«Non so, è dalle medie. L’infinito è proprio questo, forse pensare a questo colle che alla fine diventa un mare, attraverso la parola attraversa il limite, la siepe, e si apre l’infinito. E poi c’è quel verbo “s’annega” che mi aveva interessato tanto e avevo trovato quella frase dello Zibaldone che dava una spiegazione: Leopardi parla della compassione e dice che la compassione è quasi una negazione che l’uomo fa di se stesso e del proprio egoismo. Mi sembrava che il “s’annega” dell’ultimo verso non fosse solo legato alla dimensione semantica dell’andare a fondo, ma del negare se stessi. Da qui poi il naufragare dell’ultimo verso».
Qualcuno ha cercato di mettere in discussione l’esistenza di Dio con Auschwitz. C’è qualcosa in cui vi sembra che l’uomo abbia tradito al massimo livello Dio?
«Noi tradiamo in continuazione il Signore. Ma Dio non rinuncia alla nostra libertà. Siamo noi che spesso non teniamo alla nostra libertà e andiamo dietro ai vari burattinai di turno. Noi diciamo “non ho fede” ma crediamo agli oroscopi, ai telegiornali, agli slogan pubblicitari. Finiamo per credere a tutto. Però Dio ci lascia liberi, preferisce che noi pecchiamo piuttosto che rinunciare alla nostra libertà. Non vuole dei burattini. L’uomo è libero, questo ci deve sempre interrogare e richiamare alla responsabilità».
Cosa pensate del risorgente razzismo?
«Aver estromesso Dio ci porta a estromettere anche l’uomo: se tolgo Dio dalla mia vita perché devo amare il fratello? Cercherò di sopraffarlo, di prendere quello che è suo, di trarre tutto per me. Cioè l’io al centro. Io, io, io».
Quanta sofferenza dà, a voi che avete fatto una scelta così radicale, vedere nella chiesa comportamenti intollerabili?
«Tanta sofferenza, tanto dolore. Soprattutto se pensiamo al Papa. È chiaro che lo scandalo nella chiesa fa più male ancora di quello esterno alla Chiesa. La Chiesa è santa e peccatrice. Il peccato rimane, lo spirito santo deve lavorare con il materiale che gli mettiamo a disposizione. E siamo noi uomini, peccatori. Il peccato non va mai nascosto e mi sembra che il Papa stia dando chiari segnali in questa linea».
Suor Fedele, come è arrivata qui la notizia delle dimissioni del Papa? Come l’avete commentata?
«Per telefono, ci ha chiamato qualcuno, siamo andate a vedere su Internet. Bocca aperta. Inaspettata. Una cosa nuova. Poi però l’abbiamo letta con tanta sapienza».
Un telefono cellulare non sapete cosa sia?
«Lo sappiamo».
Lo avete, Madre Manuela?
«Sì, abbiamo tre telefoni cellulari che usiamo per chiamare. Ci sono tanti monasteri in cui le badesse girano con il telefono. Io mi rifiuto, sono una badessa alternativa, senza cellulare. È a disposizione delle sorelle per fare chiamate».
Non ricevere?
«No, lo teniamo spento. Adesso abbiamo una sorella in ospedale e lo usiamo per chiamarla».
Parlatorio, celle e grate sono cose che esistono in altri istituti. Che differenza c’è, Madre Manuela?
«La scelta».
Per voi è un punto dell’orizzonte la grata, non è una reclusione?
«No, assolutamente. È la siepe».
Leopardi per suor Emanuela, per lei, suor Fedele, qual è il riferimento letterario più importante?
«La canzone di Jovanotti, “Penelope”. Quando stavo facendo il cammino, era uscita la canzone che diceva proprio: “Chiara era una ricca signorina che divenne più ricca quando ebbe la povertà”. Jovanotti è il mio poeta preferito. Mi piacerebbe venisse a trovarci».
La rinuncia alla maternità, non è la rinuncia ad una parte delle possibilità umane?
«La maternità non è solo quella fisica, il cuore di una donna è fatto per amare e per essere amato, quindi guai se non c’entra l’amore. Se non c’entra la fecondità che è spirituale. La madre è quella che si dona. Che dà la vita, che rinuncia a qualcosa di sé per il figlio. E questo siamo chiamate a farlo anche noi. Se non lo facciamo siamo zitelle. Ed è un peccato da confessare».
La rinuncia alla sessualità è dura? Fa parte di questo scambio?
«C’è un modo diverso di viverla. C’è una sessualità che non è solo genitalità ma è molto più profonda e fa parte dell’essere uomo e dell’essere donna. Io rimango donna fino in fondo: prima di essere clarissa sono donna e poi sono una donna cristiana e poi clarissa. Nel mio modo di accostare le sorelle, nel mio modo di accostare le persone che vengono, nel mio modo di comportarmi con il Signore io rimango una donna, quindi con anche la mia sessualità, la mia affettività, la mia razionalità. Tutto di me rimane. Questo vale anche per la gente fuori: l’amore non può mai essere solo genitalità. Andare dietro l’emozione del momento per soddisfare l’emozione del momento. Non è questa la vita. L’amore è qualcosa di più. Mi viene in mente l’immagine del mio babbo, scomparso due anni fa. All’improvviso è stato ricoverato e il giorno dopo è morto. Io ho sempre con me una foto fatta col cellulare da mio fratello. Il giorno prima era nel letto di ospedale con l’ossigeno e gli occhi chiusi. Questa foto riprende mia mamma che si china sul mio babbo — papà aveva 86 anni, anche mia mamma un’ottantina — e gli tocca la maschera di ossigeno, cosa che non aveva mai fatto. Un gesto di tenerezza. Questo a me ha insegnato tanto: dopo una vita intera trascorsa insieme tu ti chini sull’uomo con cui hai diviso ogni giorno e lo accarezzi, comunque...».
Le è costato non andare lì?
«Sono andata per il funerale. Non sono arrivata in tempo a vederlo vivo, ma sono andata per il funerale. Siamo libere di andare, per la morte dei genitori».
Che impressione le ha fatto stare fuori da qui?
«Noi usciamo per votare e per andare dal dottore, dal dentista, per cui è normale».
Parlate di politica, tra voi?
«Come no. Due domeniche fa siamo andate a votare. In questi casi ci vediamo tutte e una sorella si documenta, stampa qualcosa da Internet e discutiamo. Poi votiamo liberamente. Chi vuole dire per chi vota lo dice e chi non vuole non lo dice. Abbiamo votato anche per il sindaco. I candidati sono venuti e si sono presentati. Trenta voti. Non sono pochi».
Che impressione vi ha fatto la decisione del sinodo di aprire a sacerdoti sposati?
«Ho potuto dare solo una rapida occhiata al documento finale del sinodo. Il filo conduttore, come balza subito agli occhi dai titoli dei capitoli, è “conversione”. Per le enormi difficoltà di accedere ai sacramenti nel territorio dell’Amazzonia, il documento propone di “stabilire criteri e disposizioni” perché diaconi permanenti sposati possano essere ordinati sacerdoti. Quindi non il prete che si sposa, ma lo sposato che può diventare prete. Sono due realtà diverse. Piuttosto che invocare lo scisma o ipotizzare scenari apocalittici, restiamo in attesa dei pronunciamenti del Santo Padre. Con tanta pace e tanta serenità...». 

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