2 novembre: commemorazione dei fedeli defunti


Dopo la raccolta di riflessioni dello scorso anno ecco anche quest'anno nuove, belle, importanti riflessioni sul tema centrale della nostra vita e della nostra fede: la morte e la Vita eterna.

Partiamo da Avvenire che offre ben tre riflessioni. La prima è ancora una volta di padre Maurizio Patriciello: "Questo giorno per chi crede che la morte non è per sempre":
Con lei, prima o poi, tutti dobbiamo fare i conti. Con certezza, del nostro domani non sappiamo niente, tranne che, alla fine, puntuale, la troveremo ad aspettarci. C’è chi la sente amica, la chiama sorella, dialoga con lei, addirittura le chiede di venire presto. C’è chi la teme, la odia, prova disgusto al solo sentirne pronunciare il nome. Infine, c’è chi finge di ignorarla, e trascorre i suoi anni vivendo come se non ci fosse. Con lei si sono misurati le grandi menti della storia e i grandi santi della Chiesa; sudditi e imperatori; colti e analfabeti; giovani e vecchi. Con lei si è dovuto scontrare finanche il figlio di Dio. Della morte è stato detto e scritto tanto, forse tutto, eppure, a suo riguardo, ancora balbettiamo.
Per alcuni – i più fortunati? – arriva, leggera come una farfalla, misericordiosa come una mamma. Scivola tra i figli che gli tengono la mano, gli bagnano le labbra, gli asciugano il sudore, e, dolcemente, lo bacia sulla fronte. Si presenta alla fine di una esistenza serena, fatta di affetti, lavoro, sofferenza, preghiera. Chi resta, è invaso da un dolore sopportabile, abbassa la testa e, singhiozzando, rende grazie a Dio. Altre volte, invece, fa paura, spaventa, atterrisce; giunge veloce come un lampo, indesiderata come un uragano, arcigna come una iena; fa danni incalcolabili, non bada all’età di chi le sta davanti; con prepotenza, irruenza, violenza, sofferenza immensa, strappa alla vita chi della vita non era ancora sazio, o, addirittura, non aveva gustato che le primissime stagioni. E lascia, in chi resta, ferite sanguinanti che, non poche volte, di guarire non ne vogliono sapere. Ci sono giorni in cui non vuol sentir ragioni, nessuna lacrima, nessuna invocazione, nessuna preghiera riesce a impietosirla. Quando si comporta così, quando scompagina il nostro sereno, quotidiano andare, ecco riapparire la domanda antica: 'Perché?'. Perché Dio permette questo? Perché tanti uomini, in modo barbaro, tormentano e uccidono la donna che dicevano di amare? Perché gli esseri umani lasciano annegare in mare tanti loro simili, senza provare un briciolo di rimorso o di pietà? Perché tanti bimbi vengono strappati via prima ancora di poter vedere la luce? Perché tanti giovani la sfidano, la tentano, la rincorrono? Perché? La morte, allora: nemica o amica? Fine di ogni cosa o ultima trasformazione? Evento da invocare o scongiurare? È bene pensarla o è meglio ignorarla?
Una cosa è certa, essa toglie all’umana vanità, al nostro sciocco orgoglio, alla falsa autosufficienza, ogni pur minima illusione. E costringe gli uomini a riflettere sul mistero di se stessi e di Dio. Tutti hanno il diritto di porsi nei suoi confronti come meglio credono. Tutti, non i cristiani. Perché Gesù, vero Dio e vero uomo, anche lui baciato dalla morte, l’ha vinta per sempre. La sua risurrezione ha squarciato i cieli. Cristo vive e noi viviamo. In lui, di lui, con lui, per lui. In questa vita e nella pienezza dell’eternità. Queste verità di fede è bene ricordarle e ripetercele. Non solo in chiesa, ma in casa, tra gli amici, recandoci al cimitero in questo giorno dedicato a loro, ai nostri defunti. Sapendo che l’unica, vera consolazione per coloro che hanno perso una persona cara, soprattutto se giovane, e in modo improvviso o violento, è sentirsi dire che il loro amore 'Non è morto, ma dorme', in attesa della resurrezione. Troppo grande è il dolore, il senso di vuoto, di smarrimento, di rabbia, di paura che li accompagna dal giorno della loro scomparsa per pensare di poterlo lenire con le parole, fossero anche le più belle, fossero anche pronunciate con tutto l’amore di cui siamo capaci…
Oggi, davanti alla tomba di coloro che ci hanno e abbiamo amato, con gli occhi umidi e il capo chino, sussurriamo: «Credo in un solo Dio, Padre onnipotente... Credo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen».
Sempre da Avvenire, firmato da Lello Ponticelli, sacerdote e psicologo: "Un tabù da rompere: la morte. Domande e qualche pensiero per vivere e morire meglio":
Cosa è la morte? Che significa per me che si muore? Che io morirò? Voi che leggete, morirete: ve lo siete mai detto con chiarezza? Vi siete mai soffermati a pensarci e a vedere che effetto vi fa? Ma possibile che è diventato imbarazzante porsi queste domande? Ci fa così tanta paura? Eppure la morte ci viene incontro tutti i giorni, in mille maniere. Strano. Facciamo difficoltà a pensare alla morte e più ancora alla nostra morte; la sua 'musica' fa da sottofondo al nostro vivere, potremo affinare l’udito se ne ascoltassimo le note, ma preferiamo essere sordi. Salvo qualche raro momento in cui aggredisce la nostra quiete e siamo costretti a interrogarci, spesso trovandoci spiazzati e muti, soli dinanzi al suo enigma, senza risposte...
È meglio, allora, essere senza domande? Francesco Guccini, proprio in un’intervista a questo giornale nel 1990, dopo la morte di un suo amico cantautore, diceva che spesso si trovava a chiedersi che senso avesse tutto quello che aveva fatto e concludeva più o meno così: 'Non sono religioso, quindi non ho la risposta; ma so che mi devo fare la domanda'.
Dinanzi alla morte che irrompe, poi, il rischio è che oscilliamo tra il rimanere attoniti, senza speranza, nella più profonda solitudine e nello sconforto totale e qualche momento di forte commozione che lascia il tempo che trova, essendo talvolta una maschera di circostanza usa-e-getta. Chissà, poi, perché ci siamo lasciati convincere che i pensieri e le domande sulla morte sono espressione di depressione?
È diventato talmente un tabù il pensiero della morte e ci lascia talmente turbati, che ognuno inventa le sue strategie per emarginarlo e negarlo: uno psicoanalista anni fa in un suo libro – 'Il rifiuto della morte' – diceva che spesso ci si rifugia in quelli che lui indicava come «simboli di immortalità»: il sesso, il denaro, il potere.
Anche tra i ragazzi il pensiero della morte è più frequente di quanto si possa immaginare. O lo devono emarginare, oppure lo combattono con un senso di sfida e qualche volta ci lasciano la pelle: abbiamo mai provato a pensare alle stragi del venerdì e del sabato sera da questo punto di vista? Tanta è l’apatia, la noia ; tanto è il 'non senso' in cui li abbiamo lasciati che devono inventarsi consciamente o inconsciamente 'attimi fuggenti', carichi di adrenalina: ma poi trovano la morte.
In questi giorni in cui, credenti e non credenti, siamo accomunati dal ricordo a tratti triste, dolce, malinconico, tenero o pensoso dei nostri defunti, vorrei suggerire di fermarci almeno un po’ a pensare alla morte e, perché no, alla nostra morte.
È vero, nel passato anche una certa predicazione ha fatto un po’ di terrorismo psicologico su questo, ma non possiamo dimenticare la lezione del Vangelo: «Stolto, stanotte stessa morirai e quello che hai di chi sarà?» (Gesù). O i santi suggerimenti di 'apparecchiarsi' – prepararsi – alla morte (Alfonso Maria de’Liguori). Ma anche la provocazione di uomini di cultura e di scienza come Vittorino Andreoli: nelle sue interviste a tanti giovani tra le prime domande spesso chiede 'Cosa è per te la morte?'; e ha notato che la incapacità di rispondere a questa domanda spesso aiuta a capire l’incapacità di apprezzare e rispettare la vita degli altri e la propria. Termino con un ricordo personale: qualche anno fa, dopo la lettura di un bel libro del monaco Anselm Grun 'Se avessi un solo giorno da vivere' ho scritto due paginette, fissando, quasi a modo di testamento spirituale, come avrei voluto vivere quel giorno. Ancora me le vado a leggere di tanto in tanto : e mi viene tanta voglia di vivere e di vivere bene, fino all’ultimo respiro, finché 'la nemica' mi diventi 'sorella', a motivo di Gesù, che con la sua morte ha sconfitto la morte e ci ha promesso la vita senza fine. 'Se avessi un solo giorno da vivere...': se vuoi, prendi carta e penna e scrivi anche tu con l’inchiostro del cuore. E poi dormi sereno, perché – come ci ha insegnato Benedetto XVI – dopo la tua morte non cadi nelle braccia del nulla, ma in quelle di un Padre.
Ancora su Avvenire la scheda sulla Commemorazione dei defunti: "2 Novembre. Il "giorno dei morti": ecco come pregare per i defunti"
Il mese di novembre è tradizionalmente legato alla commemorazione dei defunti. Anche chi non è solito frequentarli durante il resto dell’anno, va al cimitero, prega con più intensità per i cari già passati all’altra vita, programma Messe in loro suffragio. Succede soprattutto il 2 novembre, non a caso nella dicitura popolare il “giorno dei morti”. In realtà la Chiesa ricorda in ogni Eucaristia chi ci ha già preceduti nell’incontro con il Signore ma in questo periodo la loro memoria è più forte e sentita.

Perché si prega per i defunti?

Le visite al cimitero sono più frequenti nel mese di novembre
Le visite al cimitero sono più frequenti nel mese di novembre
Sembra un paradosso ma non lo è per niente. Si prega per i morti per celebrare la vita, perché li si crede vivi nel Signore, per accompagnarli nel cammino di avvicinamento a Lui. Con la preghiera infatti si aiutano le anime alle prese con un itinerario di purificazione. Parliamo del Purgatorio che il Compendio del Catechismo al numero 210 definisce «lo stato di quanti muoiono nell’amicizia di Dio, ma, benché sicuri della loro salvezza eterna, hanno ancora bisogno di purificazione, per entrare nella beatitudine celeste». E il numero successivo aggiunge: «In virtù della comunione dei santi, i fedeli ancora pellegrini sulla terra possono aiutare le anime del purgatorio offrendo per loro preghiere di suffragio, in particolare il Sacrificio eucaristico, ma anche elemosine, indulgenze e opere di penitenza». Tuttavia al di là di queste motivazioni teologiche alla base della commemorazioni dei defunti ci sono anche ragioni spirituali al limite dello psicologico. Pregare per i morti vuol dire infatti credere che esiste una vita oltre a questa, che incontreremo il Signore, che esiste un legame diretto tra la terra e il cielo. Ma è anche un modo per sentire più vicine le persone che abbiamo amato, per ringraziarle di esserci state, per imparare dal ricordo della loro esistenze, quello che il Signore vuole insegnarci.

Opere di misericordia

Il Papa l'anno scorso al Cimitero Laurentino di Roma
Il Papa l'anno scorso al Cimitero Laurentino di Roma

La Chiesa cattolica chiede esplicitamente di commemorare i defunti. L’ultima opera di misericordia spirituale invita infatti a “pregare per i vivi e per i morti” collegandosi direttamente a quella corporale di “seppellire i morti”. «La Chiesa – disse papa Francesco durante l’udienza generale del 30 novembre 2016 – prega per i defunti in modo particolare durante la Santa Messa. Dice il sacerdote: “Ricordati, Signore, dei tuoi fedeli, che ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace. Dona loro, Signore, e a tutti quelli che riposano in Cristo, la beatitudine, la luce e la pace” (Canone romano). Un ricordo semplice, efficace, carico di significato, perché affida i nostri cari alla misericordia di Dio. Preghiamo con speranza cristiana che siano con Lui in paradiso, nell’attesa di ritrovarci insieme in quel mistero di amore che non comprendiamo, ma che sappiamo essere vero perché è una promessa che Gesù ha fatto. Tutti risusciteremo e tutti rimarremo per sempre con Gesù, con Lui».

Il 2 novembre

Da sempre, pur con modi e sfumature diverse, tutti i popoli ricordano e pregano per i defunti. Nella Chiesa la loro commemorazione è presente sin dal IX secolo ma già circa duecento anni prima nei monasteri un giorno all’anno era specificamente dedicato a questa celebrazione. Quanto alla scelta del 2 novembre, la storia ci riporta all’anno 928. Fu allora che l’abate benedettino Odilone invitò tutti i monaci dell’Ordine cluniacense a optare per quella data. Alla base il racconto che gli fece un confratello tornato dalla Terra Santa. A Odilone, da sempre molto attento alle anime del Purgatorio cui dedicava preghiere e sacrifici, il monaco raccontò che, a seguito di un naufragio sulle coste siciliane vi incontrò un eremita, che gli disse sentire spesso le voci sofferenti delle anime del Purgatorio e insieme le grida dei demoni che gridavano proprio contro di lui, l’abate Odilone. La tradizione delle commemorazione dei defunti venne poi ufficialmente fatta propria dall’intera Chiesa di Roma nel 1311.

Le preghiere

Sono tanti naturalmente i religiosi e i mistici che hanno guardato ai defunti. Il servita padre David Maria Turoldo, in una sua preghiera-poesia chiede il dono di comprendere meglio, attraverso di loro, il mistero della vita.
Padre David Maria Turoldo
Padre David Maria Turoldo
«Non ti chiediamo, Signore
di risuscitare i nostri morti,
ti chiediamo di capire la loro morte
e di credere che tu sei il Risorto:
questo ci basti per sapere
che, pure se morti, viviamo
e che non soggiaceremo
alla morte per sempre. Amen».
Pensa con fiducia alla vita che ci attende invece il poeta bengalese Rabindranath Tagore:
Il poeta bengalese Tagore
Il poeta bengalese Tagore
«Un giorno dopo l’altro,
o Signore della mia vita,
starò davanti a te a faccia a faccia.
A mani giunte,
o signore di tutti i mondi,
starò davanti a te a faccia a faccia.
Sotto il grande cielo
in solitudine e silenzio,
con cuore umile
starò davanti a te a faccia a faccia.
In questo tuo mondo operoso,
nel tumulto del lavoro e della lotta,
tra la folla che s’affretta,
starò davanti a te a faccia a faccia.
E quando il mio lavoro in questo mondo
sarà compiuto, o Re dei re,
solo e senza parole,
starò davanti a te a faccia a faccia».

Dal canto suo sant’Ambrogio mette al centro della sua invocazione il legame che unisce i vivi e i morti:
Una tradizionale immagine di sant'Ambrogio
Una tradizionale immagine di sant'Ambrogio
«Signore Dio,
non possiamo sperare per gli altri
più di quanto si desidera per se stessi.
Per questo io ti supplico: non separarmi
dopo la morte
da coloro che ho così teneramente amato sulla terra.
Fà o Signore, ti supplico
che là dove sono io gli altri si trovino con me,
affinché lassù possa rallegrarmi della loro presenza,
dato che ne fui così presto privato sulla terra.
Ti imploro Dio sovrano,
affrettati ad accogliere
questi figli diletti nel seno della vita.
Al posto della loro vita terrena così breve,
concedi loro di possedere la felicità eterna».
Vedi anche: su L'Osservatore Romano: "Giorno pasquale. Di cosa parla la ricorrenza del 2 novembre" di  Michele Giulio Masciarelli. Su Vatican news: "Oggi la Commemorazione di tutti i fedeli defunti". Sulla rivista Vita & Pensiero vedi l'articolo di Luciano Manicardi"PRIMUM VIVERE. E IL MORIRE?"

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