2 novembre: la commemorazione dei nostri cari DEFUNTI


Dopo aver celebrato i Santi è normale chiedersi: e i nostri cari defunti che non sono riconosciuti come Santi, dove sono? Cosa fanno?
La risposta della fede è netta: Dio vuole che siano con Lui, che partecipino della sua Santità, vivano nella sua luce, nella pace. "Tutto passa, solo l'amore resta": l'amore ricevuto e donato nella nostra vita è sigillo di eternità, certezza che i rapporti vissuti nell'amore (e in Dio che è Amore) non cesseranno mai di esistere. "Noi lo vedremo come egli è" e con Lui vedremo i nostri cari, illuminati, purificati, trasfigurati dalla sua luce.
Preghiamo perchè i nostri defunti entrino in pieno in questa dimensione di vita piena: è il nostro modo per amarli, per ricordarli (= portare nel cuore), per vivere in comunione con loro. Certi che anche loro stiano pregando per noi, perchè il nostro cammino sia indirizzato verso la Vita che non muore, verso la Vita piena, beata, eterna.
Di seguito riporto alcune delle molteplici riflessioni raccolte su internet per questa importante commemorazione:
Oggi giorno dei morti. Tutti noi abbiamo vissuto con qualcuno che poi ci ha lasciato o abbiamo perduto: oggi ricordiamolo, risuscitiamolo nel nostro cuore, portiamo un fiore dove é diventato terra e cerchiamo di cantare l’amore insieme vissuto che non può andare perduto. (Enzo Bianchi)
Oggi la Chiesa ricorda i fedeli defunti, ecco le cose da sapere (Famiglia Cristiana):
Il 2 Novembre è il giorno che la Chiesa dedica alla commemorazione dei fedeli defunti, che dal popolo viene chiamato semplicemente anche “festa dei defunti”. Ma anche nella messa quotidiana, la liturgia riserva sempre un piccolo spazio, detto “memento, Domine…”, che vuol dire “ricordati, Signore…” e propone preghiere universali di suffragio alle anime di tutti i defunti in Purgatorio. La Chiesa, infatti, con i suoi figli è sempre madre e vuole sentirli tutti presenti in un unico abbraccio. Pertanto prega per i  morti, come per i vivi, perché anch’essi sono vivi nel Signore. Per questo possiamo dire che l’amore materno della Chiesa è più forte della morte. La Chiesa, inoltre, sa che «non entrerà in essa nulla di impuro». Il colore liturgico di questa commemorazione è il viola, il colore della penitenza, dell'attesa e del dolore, utilizzato anche nei funerali.
William-Adolphe Bouguereau, Il giorno dei morti (1859)
William-Adolphe Bouguereau, Il giorno dei morti (1859)

QUAL È IL SIGNIFICATO DI QUESTA RICORRENZA?

La commemorazione dei fedeli defunti appare già nel secolo IX, in continuità con l’uso monastico del secolo VII di consacrare un giorno completo alla preghiera per tutti i defunti. Amalario, nel secolo IX, poneva già la memoria di tutti i defunti successivamente a quelli dei santi che erano già in cielo. È solo con l’abate benedettino sant’Odilone di Cluny che questa data del 2 novembre fu dedicata alla commemorazione di tutti i fedeli defunti, per i quali già sant’Agostino lodava la consuetudine di pregare anche al di fuori dei loro anniversari, proprio perché non fossero trascurati quelli senza suffragio. La Chiesa è stata sempre particolarmente fedele al ricordo dei defunti. La speranza cristiana trova fondamento nella Bibbia, nella invincibile bontà e misericordia di Dio. «Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!», esclama Giobbe nel mezzo della sua tormentata vicenda. Non è dunque la dissoluzione nella polvere il destino finale dell’uomo, bensì, attraversata la tenebra della morte, la visione di Dio. Il tema è ripreso con potenza espressiva dall’apostolo Paolo che colloca la morte-resurrezione di Gesù in una successione non disgiungibile. I discepoli sono chiamati alla medesima esperienza, anzi tutta la loro esistenza reca le stigmate del mistero pasquale, è guidata dallo Spirito del Risorto. Per questo i fedeli pregano per i loro cari defunti e confidano nella loro intercessione. Nutrono infine la speranza di raggiungerli in cielo per unirsi gli eletti nella lode della gloria di Dio.

PERCHÉ SI RICORDANO I DEFUNTI IL GIORNO DOPO LA SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI?

 
Nella professione di fede del cristiano noi affermiamo: «Credo nella santa Chiesa cattolica, nella comunione dei Santi». Per “comunione dei santi” la Chiesa intende l’insieme e la vita d’assieme di tutti i credenti in Cristo, sia quelli che operano ancora sulla terra sia quelli che vivono nell’altra vita in Paradiso ed in Purgatorio. In questa vita d’assieme la Chiesa vede e vuole il fluire della grazia, lo scambio dell’aiuto reciproco, l’unità della fede, la realizzazione dell’amore. Dalla comunione dei santi nasce l’interscambio di aiuto reciproco tra i credenti in cammino sulla terra i credenti viventi nell’aldilà, sia nel Purgatorio che nel Paradiso. La Chiesa, inoltre, in nome della stessa figliolanza  di Dio e, quindi, fratellanza in Gesù Cristo, favorisce questi rapporti e stabilisce anche dei momenti forti durante l’anno liturgico e nei riti religiosi quotidiani.

PERCHÉ È STATA SCELTA LA DATA DEL 2 NOVEMBRE?

Nel convento di Cluny viveva un santo monaco, l’abate Odilone, che era molto devoto delle anime del Purgatorio, al punto che tutte le sue preghiere, sofferenze, penitenze, mortificazioni e messe venivano applicate per la loro liberazione dal purgatorio. Si dice che uno dei suoi confratelli, di ritorno dalla Terra Santa, gli raccontò di essere stato scaraventato da una tempesta sulla costa della Sicilia; lì incontrò un eremita, il quale gli raccontò che spesso aveva udito le grida e le voci dolenti delle anime purganti provenienti da una grotta insieme a quelle dei demoni che gridavano contro lui, l’abate Odilone.
Costui, all’udire queste parole, ordinò a tutti i monaci del suo Ordine cluniacense di fissare il 2 Novembre come giorno solenne per la commemorazione dei defunti. Era l’anno 928 d. C. Da allora, quindi, ogni anno la “festa” dei morti viene celebrata in questo giorno. Da allora quel giorno rappresenta per tutti una sosta nella vita per ricordare con una certa nostalgia il passato, vissuto con i nostri cari che il tempo e la morte han portato via, il bene che coloro che ci hanno preceduti sulla terra hanno lasciato all’umanità, e il loro contributo all’aumento della fede, della speranza, della carità e della grazia nella Chiesa.

COSA DICE IL MARTIROLOGIO ROMANO?

 
Con la Commemorazione di tutti i fedeli defunti la Chiesa, già sollecita nel celebrare con le dovute lodi tutti i suoi figli che si allietano in cielo, si dà cura di intercedere presso Dio per le anime di tutti coloro che ci hanno preceduti nel segno della fede e si sono addormentati nella speranza della resurrezione e per tutti coloro di cui, dall’inizio del mondo, solo Dio ha conosciuto la fede, perché purificati da ogni macchia di peccato, entrati nella comunione della vita celeste, godano della visione della beatitudine eterna.

QUALI SONO LE CELEBRAZIONI PRINCIPALI DI QUESTO GIORNO?

Secondo il Rituale Romano, «in molti modi le comunità parrocchiali esprimono questo senso della speranza cristiana. Per la commemorazione di tutti i fedeli defunti è consuetudine andare in processione al Cimitero e in tale occasione benedire le tombe. In questa o simili circostanze è opportuno promuovere una celebrazione con un apposito rito di benedizione»

COSA SONO I "DOLCI DEI MORTI"?

È tradizione in Europa e soprattutto in Italia allestire dolci particolari nei giorni a ridosso del 2 novembre, che spesso ricordano nel nome questa ricorrenza o nella forma e consistenza quella di un osso. Altro riferimento ricorrente è alle dita delle mani, mentre il dolce a forma di cavallo è probabilmente legato alla leggenda di Proserpina. Ancora oggi in alcuni paesi d'Italia, la notte tra l'1 ed il 2 novembre, si pongono questi dolci su tavole imbandite, sicuri che verranno frequentate dai propri defunti. I dolci dei morti contengono ingredienti semplici come farina, uova, zucchero ed aromatizzanti; spesso sono presenti mandorle finemente triturate o talvolta anche cioccolato, marmellata e frutta candita. Tali dolci sono presenti, con poche varianti, come preparazioni casalinghe, artigianali o di pasticceria quasi ovunque nella penisola italiana ed i nomi attribuiti sono similari da Nord a Sud, tralasciando le forme dialettali.   
Quando ero bambino, ricevevo il regalo il 2 novembre, vale a dire il giorno dei morti, perché la tradizione voleva che in quel giorno, i morti, durante la notte precedente, fossero tornati nelle loro case e portassero i regali ai loro discendenti. 
Prima di andare a dormire, mettevamo sotto il letto un canestrino, e aspettavamo che il morto o la morta di casa, a cui avevamo scritto una letterina, come si fa oggi con Babbo Natale, ci portasse i regali. I dolci erano il regalo che avevamo scelto. Nessuna paura di un morto, anzi la voglia di averlo in qualche modo presente. Quindi di mattina, appena svegliati, andavamo alla ricerca di questo cestino. La ricerca dei regali era una cosa fantastica. Finalmente trovavi il cestino e quindi si andava tutti assieme al cimitero per ringraziare il morto che ci aveva portato i regali.
Andrea Camilleri
 MORTE, QUEL MISTERO GRANDE 
di Gabriella Caramore, Jesus, novembre 2018
Interrogarsi sull'aldilà, chiedersi se esista qualcosa che, nella vita umana, sopravvive alla morte, se esista un regno delle anime in cui i nostri cari, e noi saremo accolti, può sembrare un problema ozioso in questo nostro tempo così pieno di affanno, di concitazione, di spasimi per rispondere alle agitate esigenze del mondo.In più, il pensiero filosofico e scientifico, decantando oramai da secoli gli immaginari fantasiosi e bizzarri che un tempo riempivano la vertigine spalancata dell'evento del morire, hanno, per così dire, drasticamente sdrammatizzato e stinto le accese coloriture che infiammavano il buoi regno di Ade. Le neuroscienze, poi, ci spiegano in maniera più che convincente che del nostro corpo, e di ciò che chiamiamo anima, resteranno alcune molecole, atomi di idrogeno che si disperderanno nell'atmosfera, dissolvendo completamente la persona, e dando luogo, forse, ad altre imprevedibili aggregazioni.
Eppure, quella domanda esiste. Dura. Battente. Dolorosa. Immensamente più grande di quanto non possa contenere la mente umana. Resiste, dunque. E non come residuo di una mentalità credula e ingenua, ma come sfida del pensiero, e come misura ineludibile di ogni esistenza terrena. Guardare all'aldilà della vita può significare, allora, da un lato tracciare una mappa dell'agire umano, dando valore ai gesti, ai segni, alle parole; dall'altro sporgersi oltre la soglia della mente, accettandone il limite. Si tratta dunque di guardare alla morte per riempire di significato la vita. Le religioni non si sono mai sottratte a questa immagine, pur servendosi di linguaggi storicamente collocati. Anche il cristianesimo ha elaborato, a differenza di quel che si può pensare, pensieri diversi sul senso del morire, sul destino dell'anima, sulla resurrezione, sulla vita eterna. Nel suo libro "Dell'aldilà e dall'aldilà. Che cosa accade quando si muore?", Paolo Ricca, risponde, da credente, che, per quanto lo riguarda, la sua fede nella risurrezione è saldamente fondata sulla parola di Gesù. Tuttavia ripercorrendo le pagine dei Vangeli e della Bibbia ricorda anche che, in ogni caso, "il mistero resta grande. Anche per i credenti".
La commemorazione dei fedeli defunti ci spinge a fare i conti con il grande tema della morte. Qualcuno giustamente dice che il pensiero della morte ci accompagna costantemente anche quando ci sembra che non lo pensiamo, o proprio quando facciamo in modo di fuggire via da esso. Ma tutto il messaggio del Vangelo, come i diversi vangeli delle liturgie di oggi, sembrano essere un grande esorcismo alla paura e al tabù della morte. Questo è il motivo del perché oggi, per noi cristiani, non è una giornata di lutto, è invece una giornata in cui ricordare nel senso stretto della parola, cioè riportare al cuore. Come cristiani siamo chiamati a riempire di gratitudine la nostra memoria. Per quanto ci manchino le persone a cui abbiamo voluto bene, dobbiamo avere il coraggio di saperci tenere la sofferenza da un lato perché dice che abbiamo amato, ma anche la gratitudine dall’altra perché dice che ciò che si ama può esserci tolto ma non per sempre. L’amore salva tutto. Tutto ciò che ami è salvo. Dio è amore, e non ci ha dato la capacità d’amare per tormentarci con delle assenze, ma per ricordarci che il nostro fine ultimo, il nostro destino ultimo è la pienezza dell’amore. L’amore può farci soffrire, perché chi ama si espone al dolore, ma nessuno baratterebbe il proprio dolore, perché è un territorio prezioso, perché è il legame con chi amiamo. Se si vuole smettere di soffrire bisogna smettere di amare. Oggi è un giorno per saper dire grazie per nonni, genitori, fratelli, figli, amici che ci hanno sorpassato con la morte, ma verso cui siamo incamminati. Oggi è un giorno buono per liberare i nostri fratelli defunti dalla depressione e tristezza in cui siamo caduti a causa della loro assenza. Se amiamo qualcuno che non c’è più, bisogna avere il coraggio e l’amore di lasciarlo andare via, di precederci, di andare avanti con passo più svelto, perché è alto il rischio di trasformare queste persone amate nel motivo della nostra disperazione. Questo sarebbe un bel suffragio per i nostri defunti, e un suffragio anche per noi. (Gv 6,37-40)
(Don Luigi Maria Epicoco - Dal Vangelo del giorno) 
 PER IL DUE NOVEMBRE
“Più forte della morte è l’amore”. Amore che continua a palpitare anche dopo la scomparsa della persona amata. Tra i vivi sulla terra e i vivi che hanno passato la frontiera, il dialogo muta, non si estingue. Ritroviamo coloro che amammo nella preghiera al Dio Vivente, che è Padre, Eternità, Amore. Egli è la Vita che da vita a ogni vita. In Lui il passato non è mai passato. Tutto è presente. Un presente antico e sempre nuovo. Un presente che ha il sapore dell’eterno. Da quando, invisibili puntini, cominciammo a esistere nel grembo della mamma, ci siamo trasformati milioni di volte. Lentamente, gradualmente, incessantemente. L’ultima, grande, trasformazione sarà la morte. Allora il bruco diventerà farfalla. E inizierà a volare per i cieli infiniti, i tempi senza tempo. La morte. Che cos’è la morte? Dramma? Dono? Ineluttabile destino? C’è chi la teme, chi la esorcizza, chi la implora. Chi desidera anticiparne il giorno, chi trema al solo sentirne pronunciare il nome. Vivere è bello. Vivere, però, non è un voler prolungare a tutti i costi il tempo, ma respirare forte il giorno che ci è dato. Chesterton: «L’istante solo è veramente terribile». Cogliere l’attimo fuggente innestandolo nel tronco dell’eternità. Desiderare, studiare, lavorare. Sognare. Pregare. Amare. Abbracciare il fratello che vedi e quello che non vedi. L’uomo contemporaneo e quello dei secoli passati. Leggere Dante, meditare Tommaso, pregare con Agostino, Francesco, Chiara. Amici. Vivi. Li ho incontrati tante volte, abbiamo trascorso tante ore insieme. Hanno risposto a tante mie domande. E gli amici di oggi. Tra essi Lorenzo e Marzia. Credettero di impazzire dalla gioia quando nacque Antonio. Un bambino bellissimo che portò lo scompiglio in casa. Il padre, grande dormiglione, passava notti insonni a contemplare quel capolavoro sbucato dal niente. Estasiato da quel batuffolo vivente che cresceva beato. Marzia continuava a essere con lui una cosa sola, come quando lo portava in grembo. Tutto girava intorno al frugoletto. Genitori e figli. Un connubio difficile da spiegare. Un’alleanza stipulata senza previ accordi, senza clausole, senza porre condizioni. Un amore totale che scatta per incanto e ti cambia la vita. Quel figlio è tuo e non è tuo. Il bambino divenne padrone del loro tempo, dei loro affanni, dei loro guadagni, delle loro emozioni. Li fece prigionieri nel più delizioso carcere del mondo, privo di recinzione, col tetto scoperchiato e le porte spalancate. Era lui a decidere se si poteva andare in ferie oppure no. Se si poteva dormire o era necessario rimanere svegli. Un colpo di tosse, un respiro affannoso, un decimo di febbre li metteva in agitazione. Una smorfia, un sorriso, un balbettìo li faceva andare in giuggiole. Che cos’è l’amore? E chi saprebbe dirlo con esattezza? Ogni definizione rischerebbe di svilirne la vera essenza. È tutto ciò che senti, che credi, che sperimenti, più qualcosa che ti sfugge. Un giorno Antonio accusò mal di testa, perse l’equilibrio, prese a zoppicare leggermente. Era l’inizio del calvario che avrebbe inchiodato in croce questa cara famiglia. L’oro dell’amore fu purificato nel fuoco del dolore. Il piccolo si ammalò di cancro. Un cancro strano, dicevano i medici, che colpisce gli anziani, quasi mai i bambini. Antonio, Marzia e Lorenzo si fusero in una cosa sola. Un solo corpo, una sola anima, un solo cuore trafitto, un solo desiderio. Ogni loro respiro divenne preghiera. La sofferenza degli innocenti strazia anche i cuori più induriti. Antonio volò via. Aveva nove anni appena. Lorenzo e Marzia credettero di spegnersi con lui. I giorni si fecero pesanti, insopportabili. Antonio aveva portato con sé il loro cuore, la loro forza, la speranza, la voglia di lottare. Col tempo, lentamente, faticosamente, il dialogo riprese. Uno squarcio di luce fece capolino tra le tenebre. Marzia e Lorenzo riassaporarono la gioia nel donare gioia. Si resero disponibili nei reparti di oncologia infantile, accanto ai bambini ammalati e ai loro genitori smarriti. È dando che si riceve. Morendo che si risorge a vita eterna. Oggi sono più sereni, sanno di avere una caparra in cielo, si donano ai fratelli aspettando il giorno di riabbracciare quel figlio apparso e scomparso come una meteore. Il loro unico, indimenticabile figlio. Non esiste il regno dei vivi e il regno dei morti. Esiste il Regno del Dio vivente, dove non c’è posto per il peccato, la sofferenza, la morte. Dove il Padre, amante della vita, asciugata ogni lacrima dai nostri occhi, sarà tutto in tutti. 
Padre Maurizio Patriciello.

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