Gay si nasce? Marco Carta, le Iene e la conversione di un giovane palermitano

Notizie Pro Vita riferisce di una ricerca sul "gene gay" che non si è mai trovato; UCCR commenta la notizia del coming out di Marco Carta che racconta dell'assenza di suo padre e di essersi chiesto se, nell'omosessualità, abbia trovato ciò che non ha avuto; Luciano Sesta, sul blog di don Mauro Leonardi, analizza i commenti sulla conversione di un giovane palermitano che, con il cristianesimo, ha anche ritrovato la sua identità eterosessuale. Le Iene dileggiano il caso, ma fanno "flop". Diverso materiale eterogeneo che rimette in discussione l'assioma gay friendly: "gay si nasce". Vediamo nel dettaglio gli articoli citati:
Nuovo studio sul "gene gay": niente da fare, non c'è...
Esiste un possibile legame fra il Dna di ogni singolo individuo e l’omosessualità? Se ne dibatte da anni e ora se ne torna a parlare per un nuovo studio che avrebbe individuato quattro varianti genetiche strettamente legate alla preferenza per partner dello stesso sesso. La ricerca che tenta, senza tuttavia riuscirci, di confermare questo legame, è a firma italiana. È stata infatti coordinata da Andrea Ganna, dell’università di Harvard e del Broad Institute, ed è stata divulgata sulla rivista Psychological Medicine.
Lo studio, pur aprendo la possibilità di un collegamento finora non dimostrato a nessun livello scientifico, è alla fine costretto a riconoscere comunque la non esistenza di un “gene gay” portando così, ancora una volta, a smontare la propaganda del mondo Lgbt che si batte da anni per dimostrare come l’omosessualità abbia origine genetica. Ci eravamo già occupati di questo argomento in passato, pubblicando i risultati degli studi del professor Neil Whitehead, che sulla base di un lungo e articolato lavoro durato oltre vent’anni, era arrivato a negare l’esistenza di qualsiasi possibile legame fra omosessualità e Dna. Quindi, sulla base di dette conclusioni, si poteva facilmente affermare che non si nasce gay e non si è costretti a restarlo per tutta la vita. Del resto lo dimostra anche il fatto che tante persone, dopo aver consumato per anni rapporti omosessuali, a un certo punto della loro vita si sono indirizzate verso l’altro sesso, o hanno intrattenuto relazioni con entrambi i sessi. Ma ecco ora questo nuovo lavoro…
Come riporta l’Ansa, «i ricercatori hanno esaminato centinaia di migliaia di dati genetici e comportamentali raccolti da grandi banche di dati genetici, come la britannica Uk Biobanke l’azienda privata americana 23andMe. I dati esaminati riguardano oltre 450.000 individui che riferivano di avere relazioni esclusivamente eterosessuali e oltre 26.000 che avevano avuto almeno un’esperienza omosessuale. Dal confronto dei dati genetici è emerso che alcune varianti genetiche localizzate sui quattro cromosomi 7, 11, 12 e 15 erano più comuni tra gli individui omosessuali. È emerso inoltre che le stesse varianti sono legate a disturbi dell’umore, come depressione e schizofrenia».
Sulla base di questi dati è stato appurato che alcuni disturbi comportamentali e mentali sarebbero molto più diffusi in soggetti che non hanno rapporti esclusivamente eterosessuali. È lo stesso autore a spiegarlo nei dettagli: «Ciò non significa», ha detto Ganna all’Ansa «che queste varianti siano la causa di queste malattie. Piuttosto potrebbe dipendere dal fatto che chi non ha relazioni solo eterosessuali è più soggetto a discriminazioni, e quindi più a rischio di depressione». Ma su un punto l’autore dello studio sembra non nutrire alcun tipo di dubbio: «Non c’è il gene gay. Piuttosto direi che la non eterosessualità è influenzata in piccola parte dalla genetica».
Il tentativo dell’autore di individuare un legame e fornire quindi una motivazione genetica all’origine dell’omosessualità, non è stato accolto positivamente dalla Comunità scientifica. Particolarmente critico al riguardo si è mostrato il genetista Emiliano Giardina, dell’università Roma Tor Vergata. «Dal punto di vista scientifico il comportamento umano è molto difficile da valutare», ha replicato, «lo studio ha delle premesse sbagliate. Vuole infatti trovare una correlazione tra il Dna, che è presente alla nascita, e l’omosessualità, che invece è una scelta libera che si sviluppa dopo in base alle relazioni. Bisogna stare attenti a questo tipo di studi perché vogliono dimostrare che l’uomo è solo il prodotto dei suoi geni. Così si torna indietro».
Il problema è che sostenere la tesi per cui l’omosessualità è una scelta libera delle persone e destinata a svilupparsi attraverso le relazioni, conduce a essere accusati di “omofobia” e questo spiega anche perché tanti ex gay “diventati” eterosessuali hanno paura di raccontare la loro storia. Se si entra nel mondo omosessuale in tarda età, magari dopo essere stati sposati e aver avuto pure dei figli, fare outing è considerato quasi un atto di eroismo, da esaltare e glorificare, mentre è severamente vietato farlo in senso opposto, dichiarando di aver superato la propria omosessualità. Affermare l’assoluta inesistenza di qualsiasi legame genetico, farebbe cadere tutte le ragioni che stanno portando il mondo Lgbt a rivendicare diritti, dal matrimonio alle adozioni, sulla base del presupposto che “gay si nasce e non si diventa”. E sebbene il politicamente corretto stia cercando di uniformare la società a un’unica logica, con la scienza questo tentativo sembra non avere proprio grande successo.
Americo Mascarucci (28.10.2018)
Il coming out di Marco Carta ed il padre assente: e se la psicoanalisi avesse ragione?
 Origine omosessualità. Da Freud in poi innumerevoli psicoanalisti hanno teorizzato il legame tra genesi dell’omosessualità ed assenza del padre o un conflittuale rapporto con la figura paterna. La storia e i dubbi di Marco Carta sembrano confermare.
Il coming out del cantante meteora Marco Carta ce lo stanno propinando in tutte le salse, in Italia ha avuto più eco del voto del Midterm. Si dichiara gay, vuole un figlio a tutti i costi e racconta della sua infanzia, la tragica scomparsa della madre e l’abbandono da parte del padre.
Rispetto a quest’ultimo, il cantante descrive un rapporto conflittuale: «Avevo sei anni, papà aveva un’altra famiglia e non l’avevo mai conosciuto. Quel giorno, stava venendo da me e io mi sono seduto sulle scale ad aspettarlo due ore prima e non è mai arrivato. Due anni dopo è morto. La rabbia è stata tanta. E tutta inutile. Ero più arrabbiato con la morte che con lui. Mi sono sempre chiesto se nell’omosessualità ho cercato quello che non ho avuto».
Carta, dunque, si domanda se la genesi della sua attrazione per persone dello stesso sesso non sia nata in modo naturale, spontaneo ma a causa dell’assenza del padre. Forse non lo sa, ma  è la stessa domanda (a volte, vera e propria convinzione) che si fanno milioni e milioni di omosessuali, cresciuti con padri assenti o deboli, ininfluenti oppure, a volte, così violentemente presenti da sperare nella loro assenza. Questa è anche la tesi di molte scuole freudiane e di psicoanalisi e vi sono diversi studi che confermano questo fenomeno. Lo stesso Sigmund Freud vide nella mancanza del padre, nella sua presenza passiva o nella sua estromissione (volontaria o meno) la possibilità della genesi dell’omosessualità maschile.
Una convinzione anche per Richard Isay, psicoanalista americano del Weill Cornell Medical College ed attivista gay, che nel suo Essere omosessuali. Omosessualità maschile e sviluppo psichico (Raffaello Cortina 1996) descrive la presenza nel bambino di un’attrazione erotica verso il padre e l’imitazione della madre per ricevere da lui amore ed attenzione. Un’identificazione che si protrae fino all’età adulta in caso di disinteresse/lontananza da parte del padre o in caso in cui esso se ne accorga e lo allontani, generando l’omosessualità maschile e rendendo il figlio, a sua volta, poco virile in funzione della sua identificazione materna. Secondo Isay, da questa dinamica nascono molti dei racconti di omosessuali che riferiscono di padri ostili, freddi o distaccati. Per quanto riguarda l’attrazione tra donne il fenomeno sarebbe speculare anche se le dinamiche appaiono più complesse e statisticamente meno rilevanti. Uno dei principali sessuologi canadesi, Ray Milton Blanchard, psichiatra all’Università di Toronto, quando -assieme allo psicologo Kurt Freund- ha constatato una correlazione tra una relazione “povera” padre-figlio e le possibilità del figlio di diventare omosessuale (Journal of Homosexuality 1983).
Il padre delle neuroscienze in Italia, Mauro Mancia, neurofisiologo e psicoanalista, ha concluso che la «perversione sessuale», così come lui riteneva l’omosessualità, «è connessa con l’assenza del padre e con il fallimento di una relazione primaria con una madre incapace di condurre il bambino alla soglia di Edipo. La perversione sessuale può essere considerata come l’espressione di un’organizzazione di personalità narcisistica che fa un massiccio uso della scissione e dell’identificazione proiettiva come difesa contro l’ansia da separazione. Ciò impedisce agli omosessuali di disidentificarsi dalle loro madri e di raggiungere una distinta identità di genere». Lo psicoterapeuta Giuseppe Nicora del Policlinico Gemelli di Roma, esperto in disturbi della sfera sessuale, ha visto a sua volta la figura paterna come perno nel quale il bambino riesce a superare la “nostalgia della madre” e, in caso di assenza della figura paterna, emerge il desiderio nostalgico dell’oggetto necessario e mancante, un uomo per l’appunto. Anche lo psicoanalista Claudio Risé ha individuato nella «sparizione della figura paterna» l’eziologia dell’omosessualità, in quanto al giovane viene negata l’esperienza di iniziazione alla propria dimensione maschile, «lasciandolo in qualche modo nella terra di nessuno che viene, per forza di cose, occupata dalla sfera di influenza materna, rendendo il giovane maschio più in sintonia con il mondo femminile e lo spinge in direzione di una propria omosessualità: la sua curiosità verso il corpo maschile, causata dall’assenza del rapporto col padre, viene quindi trasferita verso un altro uomo, su cui viene caricata di valenze affettive ed erotiche frutto sempre dell’assenza paterna». Una tesi che vede conferma in studi clinici sull’effeminizzazione presente nell’omosessualità maschile. Il padre dov’era (Sugarco 2013) si intitola lo studio dello psicoanalista freudiano Giancarlo Ricci, membro dell’Associazione Lacaniana Italiana di Psicoanalisi, in cui ha esplorato i motivi psichici e familiari che portano all’orientamento omosessuale in cui l’assenza del padre e il predominio della madre sono ancora una volta al centro dell’attenzione (ma anche un vissuto traumatico come l’abuso). La scuola e il pensiero sono quelli appunto di Jacques Lacan che, a sua volta, rilevò l’assenza della figura paterna, o la sua debolezza all’interno degli equilibri familiari, una costante nella vita degli omosessuali.
Oltre a Lacan, la tesi è sostenuta da numerosi psichiatri, autori del testo Homosexuality: A Psychoanalytic Study of Male Homosexuals (1962), a cura dello psicoanalista americano Irving Bieber. Assieme a studiosi del calibro di Melanie Klein, Alfred Adler Cornelia B. Wilbur, ha osservato che gli uomini omosessuali erano più propensi a riferire di avere “madri oppressive o a cui erano molto legati” e padri distaccati, ostili o rigidi che odiavano o di cui avevano avuto timore. Una situazione che, a loro dire, predispone fortemente un bambino a diventare omosessuale. Joseph Nicolosi, psicologo clinico americano famoso per le “terapie riparative”, ha ripreso la traccia ritenendo, in base alla sua esperienza, l’omosessualità un problema dello sviluppo, quasi sempre il risultato di rapporti familiari problematici tra padre e figlio (Omosessualità maschile: un nuovo approccio, Sugarco 2002). Convinzione che ha ereditato dal suo maestro, l’eminente psichiatra statunitense Charles M. Socarides, docente alla Columbia University e premiato dalla principali associazioni di psicologia. Un approccio confermato da un’altra autorità in materia, lo psicologo della Cornell University Ritch Savin-Williams, secondo cui «il problema dell’omosessualità non è principalmente un problema di sesso ma un problema di sviluppo e di relazione, in effetti è una questione di origine familiare» (Lesbian, gay and bisexual youths relationships with their parents, Oxford University Press 1996). Gli psicologi Ray Seutter e Martin Rovers hanno concluso uno studio osservando che «i risultati sono coerenti con la teoria del “padre debole” nell’eziologia dell’omosessualità», avvalorando in particolare il modello di studi di Charles M. Socarides e Irving Bieber.
C’è chi ha fatto notare che il dilagare statistico delle persone omosessuali sia emerso proprio in seguito agli anni ’70, momento in cui la famiglia iniziò la sua disgregazione (divorzio) e dove la ribellione all’autorità paterna fu un simbolo di forte emancipazione. Ne emerse una generazione disagiata, di adulti inconsistenti e la figura maschile venne ancor più messa in discussione dall’esuberante fenomeno femminista
Insomma, il dubbio di Marco Carta sembra così trovare conferma nella in una parte della psicoanalisi (mentre altri ritengono tale tesi superata), almeno quando ancora la ricerca e gli studiosi non erano viziati dall’ideologia moderna del politicamente corretto. Dubbio, occorre dirlo, mai nato nelle persone con un orientamento sessuale ordinato, coincidente ed in coerenza con il dato anatomico e biologico.
La redazione (8 novembre 2018)

“Le Iene” fanno flop sul gay palermitano

Ci si potrebbe chiedere come si può pretendere di denunciare una fede, avendone una altrettanto cieca di quella che si vorrebbe smascherare. E la “fede” con cui “Le Iene” sono andate a indagare la vicenda del gay palermitano “diventato” etero, convinte di poter facilmente rivelare il plagio operato dalla comunità evangelica a cui il giovane appartiene, si esprime nel seguente dogma: chi è omosessuale e “diventa” eterosessuale è sempre plagiato, chi è eterosessuale e diventa omosessuale, invece, scopre finalmente se stesso. Sempre. Senza se e senza ma. Senza chiaroscuri, senza mistero.
Nonostante qualche idea un po’ confusa (come per esempio che l’orientamento sessuale sia una “scelta”), il giovane palermitano e il suo pastore tengono abilmente testa alle domande dell’intervistatore, e gli fanno fare, a mio avviso, una pessima figura. Il pastore e il giovane dichiarano che ognuno è libero di fare ciò che crede, anche in base a una fede religiosa che altri non condividono o criticano. 
Le iene, invece, insistono a voler dimostrare falsa e assurda la loro posizione, con una veemenza inquisitoriale che si percepisce con imbarazzante disappunto nel tono e nelle domande dell’intervistatore, ai quali fanno da contraltare la sobrietà e la pacatezza del pastore. 
Il punto più basso, poi, quando, visto che con una certa dignità il pastore riesce a rispondere efficacemente alle domande, l’intervistatore non trova di meglio che dirgli “a me sembri solo un pazzo”. Che indecorosa mancanza di civiltà, e, soprattutto, che autogol da parte di chi doveva giocare il ruolo della persona ragionevole al cospetto di un invasato. 
Anche l’indagine finale sulle offerte che la comunità evangelica PDG “estorcerebbe” ai suoi membri finisce in un flop. La persona anonima che muove l’accusa, e di cui si riportano le parole, dava l’offerta volontariamente, e – altro clamoroso autogol – dichiara pure che altri, essendo indigenti, non danno alcuna offerta, dimostrando quanto il pastore aveva precisato sin dall’inizio, e cioè che le offerte sono libere, e non pregiudicano l’appartenenza, altrettanto libera, alla comunità.
La Iene, insomma, “bocciate”. Le ho difese qualche giorno fa per l’ottima inchiesta sulle vicende di Casteldaccia. Qui, invece, una pessima figura, con l’effetto, controproducente, che la comunità evangelica PDG, che pure è discutibile in molte delle sue manifestazioni, ne esce vittoriosa dal confronto. Che pessimo servizio. Che autogol.
Luciano Sesta, 12 novembre 2018

Vedi anche il precedente suo post sempre sull'argomento:

Identità omosessuale e conversione. Un pensiero sul video di Alessandro Scorza

Anche Avvenire ha trattato il caso con un editoriale di don Maurizio Patriciello: Un segreto condiviso. Storia di Alessandro, non più gay (rispetto, per tutti)

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