XXXII del tempo ordinario/B: questa vedova ha dato tutto!


Due vedove povere, capaci però di donare anche la vita stessa, di farsi dono, sono le protagoniste delle letture ascoltate.

Il brano del Vangelo è composto da due parti che mostrano entrambe il volto profetico di Gesù:
-          la prima parte mostra Gesù che, come vero profeta, ha il coraggio di denunciare il male e l’ipocrisia, nascoste soprattutto dietro facciate di religiosità, di fede.
o        è già odioso costatare quanti hanno fatto della vita uno spettacolo, una passerella, ma insopportabile è che tale stile si riscontri nella Chiesa, nelle nostre chiese. Che coloro che hanno a che fare con Dio lo riducano ad una cosa da fare, ad un oggetto di cui servirsi. Invece di servire Dio facendosi servi dei fratelli, c’è chi (e non è lontano da noi) si serve del proprio ruolo per essere serviti e riveriti, per cercare potere, per sfruttare i poveri, per apparire agli uomini, dimenticando che ciò che conta è come ci guarda Dio che fa verità su di noi.


-        Nella seconda parte le parole di denuncia del male si accompagnano con la profondità di evidenziare il bene: osserva COME e non QUANTO la gente offriva al Tempio:
o        Gesù non bada alla quantità, ma al peso di vita, al cuore che viene offerto. Non conta che siano una manciata di farina e di olio o due spiccioli a venire donati, conta che in queste cose c’è tutta la vita e che tutta la vita si fa dono in questi gesti. “Dio ama chi dona con gioia”
o        Gesù sa vedere ciò che gli altri non vedono e sa pre-vedere in quel gesto quel che a lui accadrà bene presto: donare la vita per amare fino alla fine. Anche Lui darà tutto, tutta la sua vita.
o        Quelli che sorreggono il mondo sono quelli come la vedova povera: uomini e donne di cui i giornali non parleranno mai, ma la cui vita, semplice e nascosta al mondo, è fatta di fedeltà, di generosità, di onestà, di giornate a volte cariche di immensa fatica. Questi sono i “due spiccioli” di chi regala la vita quotidianamente, con mille gesti non visti da nessuno, nella quotidianità della propria casa, per i propri figli o per i genitori anziani, senza dimenticare chi ci passa vicino e ha bisogno di noi. Gesti di cura, di accadimento, di attenzione. La santità è fatta di piccoli gesti pieni di cuore.

-          Gesù ci insegna:
o        il valore della SOBRIETA’ (quando si ha molto è facile trovarsi a difenderci da tutto e da tutti, ci si chiude).
o        La legge di vita: è DONANDO CHE SI RICEVE (si ha molta più gioia nel donare che nel ricevere). La vita è dono di Dio, ed ha come sua legge interiore, proprio il dono, l’apertura, la generosità: solo donando si vive. Se si è chiusi agli altri e all’Altro, si è morti interiormente. Aprendosi agli altri e a Dio ci si arricchisce.
o        Il donare libera dalla paura.
o        Scrive San Paolo (ricordandoci cosa devono fare e chi sono i cristiani autentici):
Siamo sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto! (2Cor.5)
Quanto ridiventeremmo credibili se l’intera Chiesa, e dunque ciascuno di noi, si riconoscesse non dai primi posti, dal prestigio e dalla fama, ma dalla generosità senza misura e senza calcolo, dalla audacia nel dare.

Fabio Rosini:
Nel Vangelo di questa domenica ci sono due figure contrapposte; da una parte gli scribi vestiti in lungo e riveriti sui red carpet di banchetti e liturgie, dall’altra una miserabile vedova mendicante. Le caratteristiche di questi due sono la voracità degli opulenti religiosi e la generosità della povera laica.
Gli atti principali degli scribi sono: ricevere saluti, avere i primi seggi, divorare le case delle vedove e pregare per farsi vedere.
È un modo d’essere a una sola direzione: verso l’ego. Il look ossessivo, i ruoli e i riconoscimenti bramati, e un “io” famelico che sbrana la vita. Per il canale della religione. C’è da rabbrividire.
Dicono che il Vangelo di Marco sia stato scritto a Roma, probabilmente per raccogliere la predicazione di Pietro, il primo degli apostoli. Ma che gliene importava agli uditori cristiani dell’atteggiamento degli scribi israelitici? Un reperto archeologico della vita di Gesù? Niente affatto. Questo è Vangelo, questo parla a ogni uditore di ogni epoca.
Questi scribi sono una deriva permanente del religioso, e dell’umano in genere. Il rischio di cedere a un ego vorace, che usa tutto pur di sfamare il suo vuoto, a ben vedere, ci tocca tutti. Sta sempre lì, accovacciato in sacrestia, nei seminari, nel consiglio parrocchiale, nel gruppo di preghiera. Tutto l’annuncio cristiano che scivola in superficie e sotto c’è un cuore descritto in Proverbi 30,15: «La sanguisuga ha due figlie: “Dammi! Dammi!”».
Un cuore da sanguisuga. È descritto nel Vangelo perché dobbiamo guardarcene, e dobbiamo guardarcene perché è latente in tutti noi, nelle cose irrisolte che ci portiamo dentro, nei compromessi che lasciamo stabilire con le nostre omissioni, nella trasandatezza spirituale che è forse il male peggiore e più diffuso nel clero e nei battezzati.
Allora capiamo cosa sia questa vedova povera: è la via d’uscita, è la strada per non scivolare nell’oscenità degli scribi di questo Vangelo.
VITA CONSEGNATA. La via d’uscita è fare l’atto di questa vedova rispetto al tesoro del Tempio. Questo tesoro veniva finalizzato al culto e ai poveri, ossia a Dio e al prossimo; mentre tutti vi gettano il superfluo, ossia è quel che non implica rischi, quel che se lo fai o no non ti cambia molto, la povera getta «tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». Ossia si gioca tutto. Consegna la sua vita. Va notato: avendo due spiccioli, li getta entrambi. Poteva tenerne almeno uno…
Chiunque voglia salvarsi dal cuore di sanguisuga sappia cosa fare: toccarsi sul necessario. Non sul superfluo, sennò è acqua fresca. Ci sono le chiese piene di gente che non si è buttata una sola volta dalla parte di Dio con tutto il peso, ma ha solo piluccato qua e là qualcosa dalla fede cristiana. E anche con il prossimo: finché l’altro non vince la concorrenza con il mio necessario è solo periferia del mio cuore. Un’altra relazione da poco.
È quando per Dio o per il prossimo si tocca quel che veramente è vitale che si assaggia l’amore. Allora il cuore non è più una voragine. È libero.
Ermes Ronchi:

Gesù, durante tutta la sua predicazione, ha sempre mostrato una predilezione particolare per le donne sole. Ora affida al gesto nascosto di una donna, che vorrebbe solo scomparire dietro una delle colonne del tempio, il compito di trasmettere il suo messaggio.
La prima scena è affollata di personaggi che hanno lo spettacolo nel sangue: passeggiano in lunghe vesti, amano i primi posti, essere riveriti per strada...Questa riduzione della vita a spettacolo la conosciamo anche noi, è una realtà patita da tanti con disagio, da molti inseguita con accanimento.
Il Vangelo vi contrappone la seconda scena. Seduto davanti al tesoro del tempio Gesù osservava come la folla vi gettava monete. Notiamo il particolare: osservava «come», non «quanto» la gente offriva.
I ricchi gettavano molte monete, Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine. Gesù se n'è accorto, unico; chiama a sé i discepoli e offre la sua lettura spiazzante e liberante: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Gesù non bada alla quantità di denaro. Conta quanto peso di vita, quanto cuore, quanto di lacrime e di speranze è dentro quei due spiccioli. Due spiccioli, un niente ma pieno di cuore.
Il motivo vero e ultimo per cui Gesù esalta il gesto della donna è nelle parole «Tutti hanno gettato parte del superfluo, lei ha gettato tutto quello che aveva, tutto ciò che aveva per vivere»: la totalità del dono. Anche Lui darà tutto, tutta la sua vita.
Come la vedova povera, quelli che sorreggono il mondo sono gli uomini e le donne di cui i giornali non si occuperanno mai, quelli dalla vita nascosta, fatta solo di fedeltà, di generosità, di onestà, di giornate a volte cariche di immensa fatica. Loro sono quelli che danno di più.
I primi posti di Dio appartengono a quelli che, in ognuna delle nostre case, danno ciò che fa vivere, regalano vita quotidianamente, con mille gesti non visti da nessuno, gesti di cura, di accudimento, di attenzione, rivolti ai genitori o ai figli o a chi busserà domani. La santità: piccoli gesti pieni di cuore. Non è mai irrisorio, mai insignificante un gesto di bontà cavato fuori dalla nostra povertà. Questa capacità di dare, anche quando pensi di non possedere nulla, ha in sé qualcosa di divino. Tutto ciò che riusciamo a fare con tutto il cuore ci avvicina all'assoluto di Dio.
Quanto più Vangelo ci sarebbe se ogni discepolo, se l'intera Chiesa di Cristo si riconoscesse non da primi posti, prestigio e fama, ma dalla generosità senza misura e senza calcolo, dalla audacia nel dare. Allora, in questa felice follia, il Vangelo tornerebbe a trasmettere il suo senso di gioia, il suo respiro di liberazione.

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