Amori tossici (e femminicidi)


Ventesima puntata delle mie riflessioni sulla "vita sessuale tra Chiesa e società"

Non esiste una “dolce metà” che viene a donarmi una integrità altrimenti impossibile: siamo esseri unici, interi in noi stessi, anche se bisognosi di affetto e di calore umano. Dovrebbero convincersene coloro che portano avanti rapporti dove ci si fa più male che bene, dove si rinfacciano le mancanze dell’altro più che riconoscerne i pregi, dove si è incapaci di parlarsi con sincerità per paura di ferire l’altro o, peggio, per paura di essere feriti e abbandonati, dove la dipendenza affettiva è tale da far perdere ogni libertà.
Tante coppie si formano non per scelta, ma per un certo fatalismo; non per pienezza d’amore, ma per paura di sentire un vuoto affettivo nella propria esistenza. L’incapacità di saper stare bene da soli spinge le persone a rifugiarsi nell’amore come antidepressivo, come droga, come sedativo… L’arte di saper stare bene da soli, invece, apre a un grande privilegio: quello di poter scegliere con chi stare[1].
Il controllo ossessivo (“Dove sei stata?” “Con chi sei stata?” Perché torni a quest’ora?” “Chi è quel collega?”) non è amore. Spingerti ad isolarti da tutti (“Non voglio che ti incontri con le tue amiche, con la tua famiglia”; “Devi sempre pensare a me”; “Io e te stiamo bene da soli”) non è espressione di un amore sano. Rinfacciarti sempre ogni colpa (“Sei tu che mi fai innervosire”; “Quando sono nervoso devi stare zitto”, “Se litighiamo è colpa tua”; “Sei tu che non mi capisci”) non è amore. Umiliarti (“Sei noiosa come la vita che mi fai fare”; “Guardati, sei impresentabile!”; “Non sei capace di fare niente”…) non è amore. Tutte queste situazioni sono piuttosto sintomi allarmanti di un rapporto logoro e logorante che deve essere risanato o interrotto.
Negli anni ’80 una psicologa americana, Robin Norwood, scriveva:
Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza, o li consideriamo conseguenze di un’infanzia infelice e cerchiamo di diventare la sua terapista, stiamo amando troppo.
Quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare e il suo comportamento, ma ci adattiamo pensando che se noi saremo abbastanza attraenti e affettuosi lui vorrà cambiar per amor nostro, stiamo amando troppo.
Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo[2].
Con le sue riflessioni ha contribuito allo studio della “dipendenza affettiva”, una situazione patologica che rende una persone dipendente da un’altra, come fosse la sua droga. Può confondersi con l’innamoramento, ma ne differisce per durata e modalità.
Il dipendente dedica completamente tutto sé stesso all’altro, al fine di perseguire esclusivamente il suo benessere e non anche il proprio, come dovrebbe essere in una relazione “sana”. I dipendenti affettivi, solitamente donne, nell’amore vedono la risoluzione dei propri problemi, che spesso hanno origini profonde quali “vuoti affettivi” dell’infanzia[3]
Spesso il soggetto dipendente sceglie partner problematici e segnati da altre forme di dipendenza. Negando i propri bisogni si pone al servizio completo e senza riserve del suo amato che deve aiutare o addirittura “salvare”. Ha il terrore dell’abbandono e il suo aiuto è volto a cercare di rendere l’altro a sua volta dipendente dal suo aiuto. Ne consegue che non si è più in grado di uscire da una relazione che si ammette essere senza speranza, insoddisfacente, umiliante e spesso autodistruttiva. “Si diventa capaci di giustificare completamente l’altro e di colpevolizzarsi in tutto”[4].
Virginia era una ragazzina vivace, molto estroversa, piena di amiche. In terza media ha iniziato ad uscire con il bullo della sua classe: un ripetente che aveva fama di spacciare ed aveva avuto comportamenti violenti nei confronti di altri compagni di classe. Ma era bello, affascinante, capace di farla sentire desiderata e protetta. Come non cadere nelle sue mani? In fondo aveva anche lui un fondo di dolcezza e lei sapeva che tanti suoi atteggiamenti da duro nascondevano la sua fragilità e nascevano da una situazione familiare disastrata. Virginia si era convinta di poterlo aiutare, che con il suo amore l’avrebbe cambiato. Così non è stato: scene di gelosia e comportamenti violenti avevano iniziato a minare il loro rapporto. Lui aveva preteso e ottenuto di stare da soli, l’aveva obbligata ad evitare le sue amiche (del resto, per paura, le loro madri avevano già imposto che chiudessero quell’amicizia pericolosa). Ma lei gli voleva bene e lui, tra un litigio e l’altro, sembrava contraccambiare questi sentimenti. Avevano presto iniziato ad avere rapporti completi e questa intimità li aveva uniti profondamente… come se fossero incatenati l’uno all’altra. I genitori di Virginia si sono accorti del pericolo ma, troppo deboli e incapaci di trovare una soluzione, hanno alternato momenti di durezza con altri di eccessiva fiducia e tolleranza. Quel ragazzo, di fronte al loro rapporto in crisi, ha reagito come sapeva fare meglio: minacciando, facendo scenate, mostrandosi violento, urlando la sua frustrazione. Senza di lei non era più capace di vivere ed era disposto a tutto pur di non perderla.
Una storia come tante, questa volta a lieto fine, nonostante le ferite lasciate nella ragazza ora sedicenne: è rimasta senza amiche, con tante paure, chiusa spesso in casa, ma viva. Altre sono state meno fortunate di lei, uccise da chi diceva di amarle troppo. Come Noemi, sedici anni, uccisa dal fidanzato diciassettenne: un ragazzo con problemi psichiatrici, geloso e violento, ma che Noemi non voleva o non riusciva a lasciare. Nel suo ultimo post su facebook aveva condiviso un elenco di situazioni che sono espressione di un amore malato:
Non è amore se ti fa male. Non è amore se ti controlla. Non è amore se ti fa paura di essere ciò che sei. Non è amore, se ti picchia. Non è amore se ti umilia. Non è amore se ti proibisce di indossare i vestiti che ti piacciono, Non è amore se dubita delle tue capacità intellettuali. Non è amore se non rispetta la tua volontà. Non è amore se fai sesso. Non è amore se dubita continuamente della tua parola. Non è amore se non si confida con te. Non è amore se ti impedisce di studiare o lavorare. Non è amore se ti tradisce. Non è amore se ti chiama stupida e pazza. Non è amore se piangi più di quanto sorridi. Non è amore se colpisce i tuoi figli o i tuoi animali. Non è amore se mente continuamente. Non è amore se ti diminuisce, se ti confronta, se ti fa sentire piccola. Il nome è abuso. E tu meriti l'amore. Molto amore. C'è vita fuori da una relazione abusiva. Fidati!.
Ma Noemi non si è fidata, probabilmente non ci è riuscita. Ogni volta tornava da lui, anche l’ultima tragica sera in cui il suo giovane amore gli ha tolto la vita.
Sul femminicidio
Ma come può un uomo, in nome dell’amore, arrivare ad uccidere la donna che dice di amare e magari uccidere anche i figli che con lei ha generato? Non è una novità: fino a pochi decenni fa per gelosia o per tradimento si poteva uccidere ed essere giustificati o almeno condannati con una pena più lieve. Ma che amore è quello che giunge ad uccidere colei a cui diciamo di voler bene? E’ un amore deviato, patologico: non voglio il tuo bene, ma solo il bene che tu mi garantisci. Senza di te non posso più vivere, e allora ti elimino per poter continuare a sopravvivere.
Michela Marzano, la filosofa che molto ha parlato di amore (ora anche attraverso un romanzo dal titolo eloquente: “L’amore che mi resta”[5]), ha cercato di commentare una drammatica serie di femminicidi che hanno messo fine alla vita di giovanissime donne. Si chiede: “Cosa sta accadendo ai nostri uomini? Quale frattura identitaria li rende così fragili e al tempo stesso così pericolosi?” La sua risposta è che non sanno accettare la frustrazione della perdita, il vuoto di una vita che sembrava aver trovato un senso nel rapporto con quella donna.
E’ come – scrive ancora la Marzano - se la propria felicità e il proprio equilibrio dipendessero completamente da queste donne-bambine che li fanno sentire importanti e che , però, non possono poi andarsene via e lasciarli soli a fare i conti con quel vuoto che si spalanca. Perché poi è sempre così che succede: quando la persona amata se ne va via, ci si sente persi, distrutti, soli, frantumati. Si apre il baratro dell’abbandono e si deve imparare ad andare avanti lo stesso, anche se all’inizio è difficile e doloroso e sembra quasi impossibile[6].
A chi la accusa di fare i “salti mortali per non ripetersi, ma anche per non generalizzare” (effettivamente si tratta di alcuni uomini che non sono capaci di vivere l’abbandono, non il genere maschile nel suo complesso), risponde Michele Serra sottolineando come “in una società tendenzialmente no-limits trovarsi di fronte al limite, per giunta il proprio limite, rende pazzi” e richiederebbe “corsi di sconfitta”. Perché – prosegue la Marzano – “non è certo un’altra persona a poter colmare le nostre mancanze o a evitarci le frustrazioni. Il vuoto che ci portiamo dentro, con un’altra persona, lo possiamo al limite attraversare”. Banalità certo, ma che mostrano ancora di più la fragilità dei nostri giovani, sempre più incapaci di affrontare il proprio vuoto e le proprie sconfitte.


[1] R. Cheaib, op.cit., p.20
[2] R. Norwood, Donne che amano troppo, 1985, Feltrinelli.
[4] Id., Se non mi amo, non ti amo, Franco Angeli.
[5] M. Marzano, L’amore che mi resta, Einaudi 2017
[6] M. Marzano, Le amano e poi le ammazzano, in La Repubblica del 2 agosto 2017.

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