Papa Francesco: meglio atei che ipocriti? No, però...


Nella prima udienza dell'anno, papa Francesco ha nuovamente usato espressioni forti che hanno adito a cattive interpretazioni, tanto che molti giornali hanno rilanciato la sua espressione come se preferisse l'ateismo alla preghiera ipocrita di chi va in Chiesa, ma disprezza gli altri. In realtà ha voluto metterci in guardia: chi vive in questo modo, è come un ateo!

Ecco le parole del papa (secondo una sintesi offerta da Famiglia Cristiana) e il commento di Enzo Bianchi e quello del teologo Robert Cheaib:
Nella prima catechesi dell’anno, in aula Paolo VI, papa Francesco prosegue la catechesi di spiegazione del Padre nostro. Parla del Vangelo di Matteo e ricorda che il Padre nostro si colloca in una scena ben precisa, quella del discorso della montagna. Questo perché è in questo discorso che «Gesù condensa gli aspetti fondamentali del suo messaggio. L’esordio è come un arco decorato a festa: le Beatitudini. Gesù incorona di felicità una serie di categorie di persone che nel suo tempo – ma anche nel nostro! – non erano molto considerate. Beati i poveri, i miti, i misericordiosi, le persone umili di cuore… È la rivoluzione del Vangelo. Dove c’è il Vangelo c’è rivoluzione, il Vangelo ci spinge, è rivoluzionario». Bergoglio spiega che «tTutte le persone capaci di amore, gli operatori di pace che fino ad allora erano finiti ai margini della storia, sono invece i costruttori del Regno di Dio. È come se Gesù dicesse: avanti voi che portate nel cuore il mistero di un Dio che ha rivelato la sua onnipotenza nell’amore e nel perdono!».
Non si tratta di abolire la Legge, dice ancora il Papa, ma di interpretarla in modo nuovo per riscoprire il suo senso originario. «Se una persona ha il cuore buono, predisposto all’amore, allora comprende che ogni parola di Dio deve essere incarnata fino alle sue ultime conseguenze. L’amore non ha confini: si può amare il proprio coniuge, il proprio amico e perfino il proprio nemico con una prospettiva del tutto nuova: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”».
Ecco il segreto del discorso della montagna: «Siate figli del Padre vostro che è nei cieli». Il cristiano, dice ancora Francesco, «non è uno che si impegna a essere più buono degli altri: sa di essere peccatore come tutti. Il cristiano semplicemente è l’uomo che sosta davanti al nuovo Roveto Ardente, alla rivelazione di un Dio che non porta l’enigma di un nome impronunciabile, ma che chiede ai suoi figli di invocarlo con il nome di “Padre”, di lasciarsi rinnovare dalla sua potenza e di riflettere un raggio della sua bontà per questo mondo così assetato di bene, così in attesa di belle notizie».
E, nell’introdurre «l’insegnamento della preghiera del “Padre nostro”» Gesù prende «le distanze da due gruppi del suo tempo. Anzitutto gli ipocriti: “Non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente”». Il Papa parla delle persone che sono capaci «di tessere preghiere atee, senza Dio: lo fanno per essere ammirati dagli uomini. E quante volte noi vediamo lo scandalo di quelle persone che vanno in chiesa e stanno tutta la giornata lì o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente. Questo è uno scandalo, meglio non andare in chiesa, vivere come ateo, ma se vai in chiesa vivi come figlio, come fratello, dai una testimonianza non una contro testimonianza.  La preghiera cristiana, invece, non ha altro testimone credibile che la propria coscienza, dove si intreccia intensissimo un continuo dialogo con il Padre».
La seconda categoria da cui prendere le distanze è quella dei pagani. «Non sprecate parole […]: essi credono di venire ascoltati a forza di parole»,  ricorda il Papa citando Matteo. «Qui forse Gesù allude a quella “captatio benevolentiae” che era la necessaria premessa di tante preghiere antiche: la divinità doveva essere in qualche modo ammansita da una lunga serie di lodi. Anche di preghiera, pensiamo a quella scena del monte Carmelo quando il profeta Elia si trova con i sacerdoti di bahal. Lloro gridavano, ballavano, chiedevano tante cose perché il loro dio li ascoltasse, invece Elia stava zitto e il Signore si rivelò a Elia. I pagani pensano che parlando parlando parlando si prega. E penso a tanti cristiani che parlano a Dio,s cusate se lo dico, come un pappagallo, no pregare si fa dal cuore, da dentro».
Infine papa Francesco sottolinea che «potrebbe essere anche una preghiera silenziosa, il “Padre nostro”: basta in fondo mettersi sotto lo sguardo di Dio, ricordarsi del suo amore di Padre, e questo è sufficiente per essere esauditi.  È  bello pensare che il nostro Dio non ha bisogno di sacrifici per conquistare il suo favore! Non ha bisogno di niente, il nostro Dio: nella preghiera chiede solo che noi teniamo aperto un canale di comunicazione con Lui per scoprirci sempre suoi figli amatissimi. E lui ci ama tanto».
Enzo Bianchi:
Alcune espressioni forti di papa Francesco nell’udienza generale di ieri hanno suscitato un audace paragone tra “cristiani ipocriti” e “atei”. In realtà il papa ha insistito soprattutto sull’incoerenza di quanti “vanno in chiesa … e poi vivono odiando gli altri”. È per loro che sarebbe “meglio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo!”. L’accento dell’esortazione papale non cade tanto sul comportamento più o meno retto da parte di chi si professa ateo e sul suo paragone con la coerenza di vita dei credenti, quanto piuttosto sull’intollerabile ipocrisia religiosa di chi “è capace di tessere preghiere atee, senza Dio”. E si comprenda bene ciò che dice il papa: c’è chi prega senza sentirsi davanti a Dio, senza ascoltare Dio, senza essere veramente toccato dalla presenza e dalla voce di Dio.
La condanna dell’ipocrisia, vizio tipico delle persone religiose di ogni tempo, è uno degli ammonimenti più presenti già nei profeti di Israele, mentre nei Vangeli è uno dei tratti più marcati della predicazione di Gesù. Per questo il riprenderla oggi, applicandola ai comportamenti di chi non segue la fede che professa ma l’esteriorità delle apparenze, è semplice attualizzazione dell’insegnamento di Gesù. In quelle “preghiere atee” – espressione inedita ma di rara efficacia – papa Francesco denuncia preghiere, liturgie, gesti religiosi in cui Dio è nominato e invocato ma, in realtà, misconosciuto. E nel chiamare in causa l’ateo coerente con i suoi principi, con la sua coscienza Francesco riconosce che chi si professa ateo e segue la sua coscienza è più retto di chi si dice cristiano ma ha un cuore doppio e viva nell’ipocrisia.
Il duro ammonimento del papa ricorda a tutti, a cominciare proprio da chi si professa cristiano, una dimensione costante della dottrina cattolica: principio ultimo resta la coscienza autentica, provata, confrontata di ciascuno, che è superiore a ogni autorità e ogni legge. Proprio per questo papa Francesco accosta così sovente l’ipocrisia alla corruzione: se altri peccati “chiamano” alla conversione, ipocrisia e corruzione tendono per loro natura a soffocare la coscienza, a farne tacere la voce, a violentarla nella sua dimensione più intima. È allora davvero motivo di “scandalo” l’atteggiarsi a persona di preghiera e poi non amare il prossimo, pretendere di dialogare nella preghiera con il “Dio che non si vede” e disprezzare “il fratello che si vede”. Allora meglio vivere “come ateo”, senza professare la fede cristiana, piuttosto che contraddire con il comportamento ciò che si professa con le labbra.
Il papa ancora una volta confessa che i cristiani cadono in peccato come gli altri, riafferma che le beatitudini proclamate da Gesù non sono moralismo ma buona notizia e rivelazione. Nella catechesi sul “Padre nostro” papa Francesco non ha rivolto alcun invito all’ateismo ma ha espresso ancora una volta una forte condanna dell’ipocrisia di chi usa atteggiamenti e addirittura la preghiera cristiana come simboli da ostentare, come autocelebrazioni identitarie ma resta incoerente con il messaggio del vangelo, nutrendo in sé l’indifferenza se non l’astio per il povero e il sofferente, l’ostilità verso chi è diverso e straniero. Ecco perché questa di papa Francesco è risultata un’esortazione appassionata e convincente per credenti e non credenti, per persone “pensanti” di qualsiasi o nessuna appartenenza religiosa. Papa Francesco ha semplicemente ridetto l’espressione del grande padre della chiesa Ignazio d’Antiochia: “Meglio essere cristiani senza dirlo ed esibirlo piuttosto che proclamarsi cristiani senza esserlo”.
Pubblicato su: La Repubblica 
Robert Cheaib:
Questa breve riflessione – #rispostalvolo – è sulla tanto ripresa espressione di papa Francesco dall'udienza generale di mercoledì 2 gennaio 2019: «C’è gente che è capace di tessere preghiere atee, senza Dio e lo fanno per essere ammirati dagli uomini. E quante volte noi vediamo lo scandalo di quelle persone che vanno in chiesa e stanno lì tutta la giornata o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente. Questo è uno scandalo! Meglio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo».
Il riassunto giornalistico di questa frase è stato: meglio atei che ipocriti. E la lezione che ha ricevuto tanti cuoricini sui social è questa: «basta essere persone oneste perché è ciò che importa. Non è necessario andare in Chiesa. Non è necessario pregare»… insomma, un appiattimento orizzontale della fede e un fraintendimento delle intenzioni del papa.
Per evitare di abbracciare «la lettera che uccide», cerchiamo di andare più a fondo della questione.
Parto da una «denuncia»: si vede che non si studia più la retorica. Lo si vede – e lo dico in generale – innanzitutto per la connotazione negativa che si dà alla parola.
Lo si vede per i discorsi noiosi dei politici e degli uomini della religione di cui tante omelie non conciliano tanto con Dio quanto il sonno!
La retorica non è l’arte di abusare delle parole, ma è l’arte di usare bene le parole. Il retore non solo evoca, ma provoca. Per questo le sue parole non solo informano, ma formano e trasformano.
La retorica non è una cosa negativa. Non è necessariamente sofistica, ovvero abuso dell’argomentazione per fini di inganno.


Un ulteriore approfondimento in questo video di ieri suTV2000

Gesù stesso era un grande retore. Basti pensare a quanto alcune sue espressioni lasciano interdetti se le si prende alla lettera. «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26). Ma cosa fa Gesù? Invita ad amare i nemici e a odiare i parenti? Certamente no. Gesù provoca con un’espressione forte, per riordinare l’amore nel cuore di chi lo ascolta. Chi non capisce i principi della retorica fraintende il Signore.
Torniamo allora alle parole del papa: ci sta forse dicendo che basti essere “buoni”? ci sta dicendo che non è necessario pregare e che è sufficiente essere onesti? No e mille volte no. Il papa sta proseguendo la serie di catechesi sul padre nostro. Sta evocando l’insegnamento di Gesù sulla preghiera. Sta invitando alla preghiera. E nell’invito alla preghiera, sta spiegando cosa non è preghiera. Cosa non bisogna fare quando si prega. Nella fattispecie dell’udienza del 2 gennaio 2019, il papa parla di due modi errati di pregare: le preghiere atee e le preghiere pagane. Sono due forme che pervertono la preghiera. La prima perché non bada alla persona che prega. La seconda perché fraintende Colui a cui si rivolge la preghiera.
In breve, con una provocazione retorica, il papa ci sta paradossalmente a pregare di più pregando meglio. E sì, non è un invito a non pregare o a pregare poco. È vero: «È meglio essere atei che ipocriti». È vero, ma non è tutta la verità. C’è un seguito da aggiungere: «La cosa migliore è essere credenti coerenti». Credenti che scelgono «la parte migliore» (cf. Lc 10,42).
Impariamo a pregare bene, facendo verità. Fare verità è uno dei fondamenti della preghiera (puoi vedere questo breve video sul tema). Fare verità significa essere realmente se stessi davanti al Signore e riconoscere chi veramente il Signore è: mio Padre. Preghiamo con Agostino: «Deus semper idem, noverim me, noverim te» (O Dio che sei sempre lo stesso, che io conosca me, che io conosca te). 

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