Preti: alle origini degli scandali


Ovviamente proseguono le riflessioni ecclesiali sul ruolo del prete. Ecco alcuni interventi interessanti, diversi dei quali pubblicati sul sito dei dehoniani, Settimana news. Il primo è un articolo del benedettino Ghislain Lafont pubblicato il 27 agosto 2018 nel suo blog Des moines et des hommesIn esso, a partire dalla Lettera al popolo di Dio di papa Francesco (20 agosto 2018), il teologo esorta a riprendere la riflessione postconciliare sull’identità e sul ruolo del prete e sul terreno da cui nasce la mala pianta del clericalismo. Ci siamo fatti un'idea troppo elevata del prete?
La questione dei preti pedofili ha assunto una rilevanza mondiale. Papa Francesco ha riconosciuto tanto le colpe commesse quanto la carenza di reazioni forti da parte dei vescovi, che hanno facilitato l’estensione di questa piaga, e la necessità di venire in aiuto seriamente alle vittime, di guarire il danno che esse hanno subito. Senza considerare la domanda forse più importante, poiché riguarda il futuro: come evitare i casi di recidiva. E non bisogna dimenticare la misericordia, che papa Francesco ha messo in esergo di tutto il suo ministero apostolico.
Nella sua ultima Lettera indirizzata a tutti i cattolici, papa Francesco ha messo in guardia contro il clericalismo, che sarebbe alla radice dei mali che denuncia, una sorta di corruzione della vocazione sacerdotale che si è lasciata distogliere dal suo senso apostolico ed evangelico, e attirare verso ciò che il papa chiama altrove la mondanità, alla quale faceva allusione già nell’omelia che rivolgeva ai cardinali nell’eucaristia all’indomani della sua elezione nel 2013.
Vorrei riflettere ancora su tale questione del clericalismo, della mondanità. Fratel MichaelDavide, nel suo recente libro Preti senza battesimo?,[1] lo ha detto con forza: «dietro questi episodi disastrosi c’è una questione più profonda, essenziale: che cos’è in definitiva il sacerdozio presbiterale?».
Per rispondere alla questione, penso che sia ora di prendere davvero sul serio un’altra strada, che mi sono permesso di formulare già da tempo, ma che attende tuttora una risposta: in certi ambienti ecclesiali, ci si domanda se non sarebbe opportuno ordinare dei viri probati, traduciamo degli uomini che hanno passato delle prove. D’altronde, è ciò che si fa quando si tratta di chiamare un cristiano al diaconato.
Ecco allora la questione: possiamo considerare come viri probati dei giovani che, appunto, non hanno ancora vissuto delle prove: né quella di una vita coniugale seria, né quella di una vita professionale solida, né quella di impegni nella città sul piano politico, sociale, associativo? Per dirla altrimenti, essi vengono ordinati soltanto sulla base di una formazione ricevuta in seminario, che si vuole oggi (ma solo oggi) attenta alle dimensioni umane della personalità.
Ma una formazione non fa un uomo formato: è soltanto il tempo che permetterà di sapere se l’uomo è davvero formato. Ci sono eccellenti percorsi formativi che, per ragioni diverse, hanno fallito e questo o quell’uomo non corrisponde in definitiva alle speranze legate alla qualità della formazione. Perché dovrebbe essere diverso per il presbiterato? Non sarebbe meglio ritardare l’ordinazione fino al momento in cui il vir (non più lo juvenis) si sia rivelato probatus? Altrimenti, che cosa succede? In molti casi, per fortuna, si hanno dei buoni preti; non è necessario descriverli qui: ciascuno di noi ne conosce molti. Ma ci sono anche casi meno felici, che rientrano in ciò che papa Francesco chiama il clericalismo, che può conoscere delle derive più o meno forti, queste ultime per fortuna rare.
Ho avuto in passato l’opportunità di insegnare in due Università romane e mi sono accorto che, in alcuni casi, il clericalismo era già presente e si manifestava negli uomini: meno legati ai loro studi, meno desiderosi di santità… molto semplicemente, forse, perché il loro avvenire era assicurato: a meno di colpe gravi o di controindicazioni evidenti, sarebbero diventati preti, avrebbero avuto la loro parrocchia, i loro compensi… dunque una sicurezza di base. Le donne, al contrario, non avevano un avvenire in qualche missione della Chiesa se non manifestavano un buon livello, e dunque era loro necessario mettersi alla prova (mulieres probatae!).
Tutte queste considerazioni mi fanno pensare che è tempo oggi per la Chiesa di prendere sul serio ciò che la Lettera a Tito dice del candidato all’episcopé. L’onestà mi costringe anche a dire che la Santa Sede mi sembra in parte responsabile di questa deriva, poiché essa non ha mai favorito una riforma in profondità di quanto viene chiamato il sacerdozio cattolico. Il Concilio aveva, non senza difficoltà, posto alcune basi in questo senso. Alcuni teologi del postconcilio, in vari Paesi, sono entrati in quest’apertura e hanno pian piano delineato una figura di prete coerente con le altre grandi intuizioni del Vaticano II sulla Chiesa in se stessa e nella sua missione di evangelizzazione. Un’immensa bibliografia potrebbe essere qui richiamata.Ma le prese di posizione ufficiali non hanno dato seguito a questa linea. Nel capitolo dedicato a Presbyterorum ordinis e a Optatam totius del volume L’Eglise catholique a-t-elle donné sa chance au Concile Vatican II?, Gilles Routhier conclude così la sua ricostruzione di quanto è avvenuto: «La riflessione [condotta sotto i papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI] insiste sempre più sull’identità del prete e sulla sua spiritualità. Inoltre il presbiterato risulta concepito come uno stato di vita più che come un ministero. Tramite slittamenti successivi, si torna a considerare il presbiterato, che si designa sempre più a partire dalla categoria sacerdotale, come uno stato di perfezione. In quasi cinquant’anni, la prospettiva messa in opera dal Vaticano II è stata praticamente rovesciata».
Che cos’è dunque che induceva a vedere il presbiterato come uno stato di vita? Forse due elementi che sembravano richiedere la più alta santità: 1) la gerarchia e 2) il potere sacro, entrambi orientati anzitutto non verso la Chiesa ma verso le celebrazioni sacramentali.
1) L’idea gerarchica, nel suo significato più alto, risale allo pseudo-Dionigi, questo teologo mistico che ha tentato di pensare il mistero cristiano con l’aiuto delle categorie elaborate nella teologia platonica scritta dal genio della scuola di Atene, Proclo: dalla pienezza indicibile dell’Uno innominabile, al di sopra di tutto, emanano per gradi le intelligenze che, a loro volta, sono all’origine del grado inferiore ad esse, e sono animate da un desiderio di ritorno verso la Sorgente che le supera. Questa figura riguarda al tempo stesso la gerarchia dei nomi divini e, sul piano cristiano, l’ordine delle gerarchie dei cori angelici e, nella Chiesa, delle diverse persone. Il vescovo è sulla terra l’emanazione più pura della santità, di cui il testo descrive l’attività simbolica e l’afflato contemplativo. In Occidente, dopo il Concilio di Trento, questa visione gerarchica ha caratterizzato maggiormente il prete.
2) Il potere sacro: è ciò che permette a chi appartiene all’ordine gerarchico di compiere atti propriamente divini – quelli che, nei sacramenti, fanno ciò che nessuna creatura può fare: operare la conversione eucaristica del pane nel corpo, del vino nel sangue di Cristo (eucaristia), far entrare un uomo nel corpo di Cristo, con il battesimo e la penitenza. Qui, lo strumento che permette di pensare tale mistero, non è più la teologia platonica, ma la metafisica di Aristotele.
Ora, entrambe queste componenti dell’interpretazione del presbiterato sembrano conferire una dignità alla misura della loro trascendenza, e costituiscono, al tempo stesso, un’esigenza immensa di santità sacerdotale – cosa che può spiegare, del resto, la reticenza opposta in altri tempi da numerosi santi al ricevere l’ordine, giudicato completamente al di là delle loro capacità.
Mi pare che questa mentalità generale della santità del prete ha governato le prese di posizione del magistero cattolico, anche dopo il Concilio. È su questa base immutata (in cui il celibato trova il suo posto, legato alla catharsis greca) che si sono innestate un certo numero di considerazioni più moderne di ordine psicologico e intellettuale.
Ma in definitiva, l’idea del prete resta estremamente elevata. Troppo elevata? Ci si rende conto di ciò leggendo la Ratio fondamentalis institutionis sacerdotalis, recentemente pubblicata dalla Santa Sede con il titolo: Il dono della vocazione sacerdotale. È difficile immaginare una vocazione cristiana che sia superiore a quella tratteggiata in questo testo. La domanda che può sorgere è allora: a quale realtà di prete corrisponde questo ammirevole programma?[4]
Da qui deriva la doppia questione che mi pongo: se è vero che il platonismo articolato di Proclo e la metafisica di Aristotele hanno fornito un tempo gli strumenti per la costruzione teologica del sacramento dell’ordine, quali sarebbero gli strumenti da utilizzare oggi che – senza rinnegare questo passato e assumendolo per quanto è possibile – permetterebbero di  costruirlo altrimenti?
Se, d’altra parte, è vero che la concezione soggiacente al dono della vocazione sacerdotale è, da un lato, molto alta e, dall’altro, inadatta forse alla congiuntura culturale di oggi, non si rischia forse ogni sorta di devianze? Quando il seminarista uscirà dal suo seminario, molto (troppo?) consapevole della situazione trascendente della sua vocazione, e si troverà a confrontarsi, da una parte, con la realtà di questo mondo difficile e, dall’altra, con la propria fragilità umana, non rischierà di vacillare e di non saper troppo come gestire la propria esistenza? La grazia di Dio e l’aiuto degli uomini permettono certo alla maggior parte di combattere la buona battaglia. Ma non bisognerebbe riflettere più seriamente sui fallimenti? Non soltanto la pedofilia, ma l’abbandono relativamente frequente del sacerdozio nel giro di qualche anno o, fatto meno grave e più frequente, l’autoritarismo dei preti e la loro maniera rigida di comportarsi con gli altri, o di gestire le questioni di denaro? Non è questo esattamente il clericalismo che condanna papa Francesco? Questo non sarebbe dovuto al fatto che la formazione, così come è messa in opera, finisce per rivelare l’impasse in cui in realtà ha messo i giovani?
La vera questione è: che cos’è un prete? E non penso di essere presuntuoso, suggerendo di andare a cercare la risposta nei teologi che hanno lavorato su questo dopo il Concilio e le cui aperture, tanto misurate quanto belle, non hanno ancora scalfito la sicurezza dell’istituzione. Nel 1971 c’è stato un Sinodo sui preti. E se nel 2021 potesse essercene un altro, partendo dall’idea di viri probati? È la richiesta che volentieri indirizzerei umilmente a papa Francesco.
Sempre sullo stesso sito vedi anche:
La talare non può coprire proprio tutto…
Preti: alla radice degli scandali

Vedi anche quanto scrive don Maurizio Patriciello su Avvenire ("Un prete e la lotta alla pedofilia"). Ma, a mio parere, ancora più interessante è un articolo pubblicato sul blog "I nipoti di Maritain": Io, prete. Sull’affettività dell’uomo sacerdote. Papa Francesco ha voluto esprimere la sua gratitudine per questa riflessione a firma di Christian Cerasa che scrive:
Mi è stato chiesto di scrivere una riflessione sul prete, sull’essere prete. Di cose se ne sono scritte tante e se ne scrivono tante, a livello teologico o pastorale, quindi credo che mi fermerò semplicemente a rileggere la mia vita alla luce di un aspetto che forse troppo poco spesso si sottolinea, ovvero l’umanità del prete, l’essere uomo-prete. Credo che uno degli errori grossi che è stato fatto nel tempo, sia quello di aver divinizzato a tal punto la figura del prete, da aver completamente snaturato la sua umanità o averla quasi completamente annullata. Così si è più attenti all’immagine da dare che all’identità dell’essere. Da dove partire dunque con questo esame di coscienza. Credo sia opportuna una premessa. C’è sempre molta curiosità intorno all’umanità e all’affettività del sacerdote; una domanda spesso inespressa. La gente, anche quella che al prete vuole bene, che lo stima, con cui collabora, al quale affida i figli fantastica ... si interroga ... e spesso inventa! In verità: che ne è dell’affettività del prete? Il prete che ha offerto, anzi consegnato, la propria vita a Cristo “ama umanamente”? È capace di amare con cuore di uomo? Mi viene quasi da sorridere poiché penso a quel grande capolavoro del Concilio che è la Costituzione Pastorale Gaudium et spes, dove – a proposito di Cristo  si legge: “nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo” (22), poiché “con l'Incarnazione, il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo. Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo” (ibid.). Allora anche il prete ama con cuore d’uomo! Anzi sarebbe un problema se fosse il contrario!
Sono tante le forme d’amore e d’amare. C’è l’amore del figlio per i genitori e quello dei genitori per i figli; c’è l’amore fra fidanzati; l’amore dei coniugi; l’amore per gli amici; l’amore per Dio! E c’è l’amore di colui che, accettando la legge ecclesiastica del celibato sacerdotale, ama, ama tutti, ama davvero come, tra, per gli altri uomini. Con il celibato la Chiesa addita ai preti una maniera “totale d’amore”. È il carisma dell'amore perfetto, di un amore che è preveniente, gratuito e universale, ma che non può scavalcare o addirittura cancellare una dimensione umana dell’amare; del resto pensarlo sarebbe già disumano e impossibile da realizzarsi. L'amore esclusivo per Cristo, non è escludente, ma dilata il mio cuore di prete così da renderlo capace di un amore che non conosce confine. La mia famiglia è l'universo, ma la mia capacità di amare deve essere donata e proposta ad ogni uomo, tutto l’uomo, tutti gli uomini … non generalizzandola ma incarnandola, in quei rapporti quotidiani che si vivono e che si tessono con pazienza e affetto, perché diventano occasione di scoperta di quanto grande sia l’amore di Dio in noi. “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”: ogni incontro, ogni persona che incrocio e ho incrociato nella mia vita non è mai stata frutto del caso, c’era e c’è un disegno, che posso scoprire solo nel tempo e che certamente mi aiuta a crescere come uomo, come prete. Certo, i condizionamenti umani rimangono. Ed è per questo che questa forma d’amore, d’amare deve essere vissuta con maturità e accettazione piena, non con frustrazione o come peso: un prete incapace di amare, non è un prete, ma non è nemmeno un uomo!
Io sono prima di tutto una persona umana; non posso pensare di essere confuso semplicemente con un ruolo (e quanto fa male sentirsi additato come: il prete … quasi che l’identità umana non conti affatto e che semplicemente perché chiamato a svolgere un ruolo tu sia considerato esente da qualsiasi logica umana o che appartiene all’esperienza di ogni persona!). Io prima di tutto sono un uomo: chiamato ad esercitare un ministero, a svolgere una missione: nobile, eccelsa, sublime, ma da uomo “scelto tra gli uomini per occuparsi delle cose che riguardano Dio”. E mentre il ruolo/servizio/ministero è nell’ordine dell’utilità, è per gli altri, è per fare qualcosa ... la persona umana è nell’ordine della relazione: relazione di vita, relazione d’amore. Mentre il ruolo differenza i diritti e i doveri di ciascuno, la relazione integra l’azione delle persone. La relazione è un primo contatto tra persone; è il momento in cui si incontrano uguaglianze e differenze. E in tutto questo come prete devo essere me stesso, nella pienezza della mia umanità, presentandomi per come sono e per come mi sento veramente, compresi i miei limiti. Nel mio cammino tante volte ho incontrato persone che “fanno” i preti, o peggio giocano “a fare” il prete: no, dobbiamo “essere preti”, non chiamati a mettere le maschere della convenienza del momento o giocando ai falsi santini … ma essere ciò che siamo con la nostra umanità totale e totalizzante. Troppo spesso la nostra gente vede il prete come il “celebrante della domenica”; no, il prete deve accoglierci, al contrario anche nelle quotidiane relazioni, conoscendole nell’intimo, perché prima di tutto è lui a viverle. Non devo parlare per frasi fatte, non devo insegnare se non a farmi prossimo dell’altro, per condividerne il cammino e se si cade, lo si fa assieme … ci si guarda negli occhi, ci si prende per mano e si ricomincia il cammino. Del resto più grande di ogni limite e peccato umano è l’Amore di Dio, ma lo capisco e lo vivo solo se ne faccio una viva esperienza io in prima persona.
E qui si innesca la riflessione sulla affettività dell’uomo/sacerdote. Ho personalmente sempre molto timore a trattare questo tema, in quanto la cultura corrente e certe scuole di pensiero sorridono a certe distinzioni che non vogliono né considerare né ammettere. Intendo operare una netta distinzione tra affettività – sessualità – esercizio della sessualità.
Che cos’è la sessualità? La sessualità è forza sempre dinamica soggiacente tutto l’Io, in virtù della quale la persona umana è capace di relazioni interpersonali. La sessualità è, allora il luogo della comunicazione piena, dell’accoglienza, della comunione, dell’amore, della fecondità e della gioia. Pertanto l'affettività/sessualità non ha bisogno necessariamente di esprimersi nell’esercizio della sessualità. Direbbe papa Benedetto con il parole di Deus caritas est: “il rifiuto dell'eros non è il suo «avvelenamento», ma la sua guarigione in vista della sua vera grandezza”. (5) L’identità sessuale della persona umana rientra nel disegno di Dio. Si potrebbe dire che è l’impronta che Dio ha lasciato nella creatura umana. Dio non è solitudine, ma è “relazione”: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono eternamente in una relazione di amore. In forza di questa impronta ogni persona non può vivere e realizzarsi nella solitudine, ma solo nella relazione. Ne deriva che la vocazione fondamentale della persona umana è l’amore. Ha scritto Giovanni Paolo II in Redemptor hominis: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (10). Anche quando l’uomo è chiamato a seguire una vocazione particolare nella verginità o nel celibato, è comunque chiamato all’amore. E questa chiamata presuppone una grande maturità affettiva e sessuale. Una maturità affettiva e sessuale che consenta al prete di essere chiamato in spirito e verità “padre”. Ogni persona umana, e quindi anche il sacerdote, è relazione e in relazione. Ogni persona umana, e quindi anche il sacerdote, è mente e cuore. Anche il prete dall’essere amato va verso l’amore, dall’essere oggetto di cura va verso l’aver cura per ogni creatura incontrata. Può responsabilmente rinunciare a generare figli, ma non ad essere ‘padre’ e tantomeno ad amare con un cuore umano. Scriveva Benedetto XVI in Deus caritas est: “amore è «estasi», ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall'io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio” (6). La capacità di amare aiuterà il sacerdote a coinvolgersi nella vita della gente, a partecipare delle loro gioie e speranze, in coerenza con la propria vocazione. La risorsa affettiva non è quindi qualche cosa da eliminare, da mettere tra parentesi o una tentazione ricorrente da cui fuggire, ma una dimensione propria della persona umana che consente e facilita una dedizione appassionata, entusiastica e amorevole a ogni persona e a tutte le persone, al servizio delle quali il presbitero ha consacrato la vita. A questo punto sorge la domanda spontanea: ma allora al prete è lecito amare/innamorarsi in quanto uomo? Sì, lo è, e se lo vive in piena maturità questo lo porta a crescere in umanità, ad entrare nel tessuto della vita quotidiana della gente, a parlare dei problemi ed a elargire consigli non per sentito dire, ma per convinzione, esperienza fatta. A volte davvero fa spavento il parere di uno o dell’altro che nascono semplicemente da qualche articolo di rivista o peggio ancora da qualche manuale di teologia sistematica. La gente ha bisogno del cuore del prete, non della sua cattedratica sapienza; ha bisogno di un uomo che sappia donare un abbraccio e un bacio nella purezza dell’amore vero e sincero, e non solo gesti di pura e fredda formalità. Quando ero giovane prete, in forza di un’autoformazione repressiva mi sono accorto di aver creato tante barriere di disumanità con la gente … si accoglievo, ma ero “il prete” non l’uomo-prete, e le dinamiche che si accendevano erano più per una mia autodifesa piuttosto che per un vero pericolo minaccioso. Il nostro rettore di Seminario più volte ci diceva: “dovete divenire prima di tutto uomini, poi preti”… solo ora mi accorgo quanto invece sia prevalsa la mia autoformazione piuttosto che la mia umanizzazione. Ho imparato ad amare? Ho imparato a dire ti amo? Ho imparato a usare il cuore? Sì, l’ho fatto! E li sì, che ho capito di essere prete! Come Gesù che guardando Filippo: “Fissatolo, lo amò”, ho cercato di costruire uno sguardo d’amore vero nei confronti di chi avevo davanti e incontravo e ho incontrato nel mio cammino. Ne è nata fragilità e fatica, ma molto più gioia e pienezza. In ogni sguardo e in ogni sorriso ho cercato Lui; in ogni abbraccio e in ogni parola, ho cercato Lui; e l’ho visto, l’ho incontrato, perché ogni volta se ne usciva più pieni, più veri, più pieni. Solo dopo aver abbattuto le barriere del giudizio e del pregiudizio ho compreso la libertà dell’amare e dell’essere amato. E nulla è stato tolto al ministero, anzi, tutto è diventato più bello, più dono, più grazia … e la paura di andare incontro all’altro è svanita perché la vera gioia ora so che consiste nel lasciarsi accogliere e nell’accogliere costruendo nella verità quell’Amore in cui siamo amati e completandoci in esso non trattenendo più nulla per noi. Fa paura questo? Certo … la sfida dell’Amare fa sempre paura! Sai dove potrebbe iniziare, non sai dove potrebbe arrivare … del resto Gesù ci da il segno che l’amore più grande è dare la vita per i propri amici. Qualcuno potrebbe chiedermi: “Don ti sei mai innamorato?”… quante volte me lo hanno chiesto i miei giovani. Risposta: SI, e non me ne sono mai pentito e non me ne pento, perché sono uomo, amato prima di tutto da Dio e chiamato ad amare Dio negli uomini. Una cosa però è mutata nel tempo … la mia capacità di discernimento. Crescendo ci si accorge di vagliare e ponderare tante cose correndo il rischio di tornare al punto di partenza (autodifesa dal un possibile pericolo)… ogni giorno prego per chi sono chiamato ad amare, per chi amo … e in ogni mio “ti voglio bene” è nascosta questa mia potenza e fragilità di cuore che mi porta ad essere cum-passionevole, ad avere passione con e per, facendomi carico spesso troppo spesso anche di tanti pesi che poi con fatica mi accorgo di portare. Anche in questo non manca l’aiuto del buon Dio che mai permette di vedermi schiacciato sotto di essi, sempre nelle tenebre mi dona uno spiraglio di luce. Dobbiamo allora scappare da chi ci dice: “Ti amo”? Piuttosto scappiamo da chi non ce lo dice e non ce lo fa vedere … altrimenti prima di tutto dovremmo scappare da Dio che ce lo dice e ce lo rivela ogni giorno. Di una cosa forse devo chiedere perdono in questi anni: per tutte le volte che non ho detto “ti amo” o che non ho voluto dirlo, mettendomi sulla croce. A volte ci si prova, ma non si riesce … e questo macigno che si porta dentro, diventa quella nube nera che ci fa chiudere in noi stessi e non ci fa scorgere i segni d’amore vero che abbiamo accanto. Aiutami Signore a non vergognarmi mai di amare, di dire ti amo,… di lasciarmi amare per ciò che sono.
Le riflessioni fin qui condotte riconducono a un unico snodo che potremmo definire “l’umanità” della persona umana. Ho letto non molto tempo fa un libro, il cui titolo ha attirato la mia attenzione: “Diventare uomini di umanità”! L’aspetto umano della personalità ha sempre avuto un posto di privilegio nella mia riflessione. E grande attenzione ho cercato di dedicare alla mia umanità di prete. E ho esultato quando Giovanni Polo II in Pastores dabo vobis ha riservato il primo posto alla formazione umana insieme a quella teologica, spirituale e pastorale, anche se ancora non le si è data la vera fisicità che deve avere. Purtroppo oggi, ha preso il sopravvento che la vera formazione umana debba essere dettata e condizionata dalla psicologia. Pur riconoscendone valida l’utilità, in quanto anche io sono nel campo di essa, non possiamo elevarla a dogma assoluto: deve anche questa incarnarsi nella persona e non diventare il contenitore in cui dobbiamo far entrare con violenza la persona. Ho paura che anche negli anni futuri la Chiesa in campo di formazione dei suoi candidati sbatterà nuovamente la testa: con le nuove metodologie non si costruiscono infatti, a mio avviso, uomini-preti, ma pentole a pressione, pronte ad esplodere nei campi delle esperienze umane di questo tempo e di questo mondo che non si è capaci di gestire.
Non è facile né definire né descrivere l’umanità. Essa è la qualità morale che rende l'uomo degno di esser chiamato tale. L'umanità è la virtù dell'uomo in quanto tale, portatore di sensibilità e razionalità. «Umanità» indica, altresì, una disposizione morale, una interiore sensibilità rivolta a informare l'azione di alti valori e di larga comprensione. Indica una virtù, la bontà, la larga benevola disponibilità verso gli altri. Ne discende il concetto di humanitas che coincide con la vita morale, quale vita secondo ragione e quindi in perfetta consonanza con le strutture ontologiche dell'uomo e del mondo in cui l'uomo vive. L'umanità è la virtù di tutti coloro per i quali ha senso parlare di virtù. Dopo questi tentativi di descrizione piuttosto che di definizione del concetto di “umanità” occorrerà riempirlo di contenuti. Che sono: le virtù umane dell'amore per la verità, della libertà, dell'equilibrio, della socievolezza e del buon senso, del superamento dell'isolamento e dell'individualismo, ecc.
La via maestra è quella della costruzione di una persona/personalità integrale, libera, soggetto di e in relazione, esperta in umanità. Non sempre si è guardato a una autentica e piena antropologia cristiana; in alcune epoche essa è stata distorta, insistendo su una vera e propria separazione fra materia e spirito, corpo e anima, nel rifiuto della realtà materiale. Tutto ciò comportava una sorta di schizofrenia, causando una personalità dicotomizzata nel singolo soggetto. Ecco allora soggetti che, pur dotati di una solida spiritualità, autenticamente orientati su una via di vera mistica e ascetica, trovano molta difficoltà a comunicare e relazionarsi con gli altri. Una buona base umana fisica e psichica è imprescindibile per la crescita dei valori cristiani: si è capaci di fidarsi degli altri nella misura in cui si ha fiducia in se stessi; si considerano importanti gli altri quando si è consapevoli della propria dignità; si apprezzano gli altri se si ha stima di se stessi. La costruzione della persona e della personalità esige una un'unità in cui la distinzione fra corpo e anima, fra materiale e spirituale, fra naturale e soprannaturale non diventa separazione, bensì elemento costitutivo dell'unico soggetto, che è la persona umana. È una questione di la consistenza fisica e psichica: la chiamano così gli psicologi. È pur vero che la vita spirituale tiene conto della grazia; ma non può essere mortificata la struttura psicologica della persona: l’una porta a compimento e maturazione l’altra, in una sinergia necessaria. La grazia risplende anche negli aspetti psicologici. Quando la grazia trova canali aperti gli effetti sono visibili, di serenità, di gioia, di sapienza, di fiducia, di speranza, di equilibrio, di affettività matura, di capacità di amare, di far innamorare di Cristo attraverso la compiutezza e la generosità.
Ogni tipo e ogni forma di dualismo, che potrebbe dare come risultato una persona divisa, non appartiene all’antropologia cristiana. A voler concretizzare un’ autentica integrazione umana favorisce:
• un'autentica immagine di sé, accompagnata dalla capacità di riconoscere i propri punti di forza e di debolezza (non la costruzione di una falsa immagine relegata all’interno di un ruolo che si ricopre);
• stabilità emozionale: capacità di comprendere e controllare i propri sentimenti e ad esprimerli nella verità e con verità, senza timori o sensi di vergogna (cfr. San Paolo: “È quando sono debole che allora sono forte”);
• autentica capacità di relazione che consenta l’accettazione dell’altro per quello che l’altro è e non per quello che io vorrei che fosse (evitando così ogni possibile strumentalizzazione dell’altro per il raggiungimento e l’appagamento di una mia manchevole formazione);
• maturità affettiva; la capacità di darsi veramente e totalmente agli altri; una disciplina nei confronti della propria sessualità, che presuppone la maturità e la capacità di andare oltre il livello fisico, inclusa la conoscenza e la stima dell'altro (castità non è NON esercizio della sessualità, ma imparare ad amare nella verità e con verità l’altro, accogliendolo e non soggiogandolo o trasformandolo in mera soddisfazione dell’istintualità fisica, pur rimanendo per noi sacerdoti il punto fermo della legge canonica del celibato e quindi un impegno a vivere comunque la continenza);
• una visione sicura e critica del mondo e dell'umanità (che non demonizza, ma entra in dialogo con essa: chiamati a trasformare dall’interno);
• una concezione unificante della vita, che renda la persona in grado di vedere la finalità delle proprie attività, di dare un ordine di priorità ai diversi valori e di mantenere rapporti sereni con gli altri;
• la capacità di essere onesti con se stessi.
Insomma: sacerdoti veri uomini per essere autentici testimoni di Gesù Cristo, il Salvatore. In questo contesto di richiamo alla umanità del sacerdote, diventare santi, dovrebbe significare innanzitutto diventare veri uomini, uomini in pienezza di vita, come Gesù che è stato vero uomo, pienamente uomo. E questo allora deve portare ogni persona a non vedere nel prete un essere divinizzato ma un uomo, un fratello in cammino, chiamato ad essere accompagnatore certo, ma anche ad essere accompagnato.
Teofilo vescovo di Antiochia, vissuto alla fine del II secolo, ha tradotto l’espressione ‘siate santi’ con ‘siate umanamente santi’, cioè siate santi nella dimensione umana, non dimenticando che è nell’umanità che si deve testimoniare la santità: straordinari nell’ordinario. Conformi a Cristo Gesù nel quale risplende l’immagine di Dio impressa nel cuore di ogni uomo.
In conclusione allora mi verrebbe da rilasciare uno slogan che già sant’Agostino aveva coniato: “Ama et fac quod vis!”, ama e fa ciò che vuoi. Che attenti bene, non significa: allora datti alla pazza gioia, ma scopri in te, trova in te, il volto del vero amore e non aver paura di affidarti e di accoglierlo in te. In questo momento particolare della mia vita di prete posso solo dire una cosa: non mi vergogno di amare. Non mi voglio vergognare di amare. Non voglio vergognarmi di dare amore. Sono disposto, perché l’ho imparato a trasformare come diceva don Tonino Bello, l’amore in morte (“Amare, voce del verbo morire”); del resto se uno ama soffre anche per amore, ma è in questa sofferenza a volte nascosta o a volte manifesta che si compie il mistero dell’amore più grande. Aiutate allora il prete ad amare; ad essere amore; non mortificate il suo essere uomo, ma accompagnatelo perché possa trasformarsi nel vero uomo-pastore, Cristo Gesù. Grazie.
Vedi infine anche la riflessione di p. Giuseppe Crea:  Preti e confusioni affettive: rischio immaturità per i nostri sacerdoti?

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