Un libro consigliato: "Leone" di Paola Mastracola


Ho appena finito di leggere un romanzo che consiglio vivamente: "Leone" di Paola Mastracola (Einaudi, 2018). 
E' una sorta di fiaba "edificante" che ha per protagonista un bambino introverso di 6 anni che ... prega in pubblico! Quando la madre, una giovane donna divorziata che va sempre di corsa ed è in perenne crisi finanziaria, lo scopre in devota preghiera, davanti a gente ugualmente stupita, rimane perplessa e angosciata: i genitori di Leone sono non credenti, da chi ha imparato a pregare? Perchè prega? Non si accorge si essere deriso da tutti e considerato ancora più uno strano?
Da qui parte una storia lieve e molto interessante. Peccato per la parte finale che rende il tutto come una storia assurda, ma interessante e appassionante.

Ecco alcune riflessioni sul libro:

1- Susanna Tamaro sul Corriere:
Nella vita di uno scrittore ci sono libri che nascono seguendo quasi un flusso naturale, restando fedeli, con nuove storie e nuove parole, al proprio mondo di riferimento. Ce ne sono poi altri, più rari e sorprendenti, che lasciano interdetto lo stesso autore. Non erano previsti, eppure esplodono, ti prendono per mano e ti portano in mondi che mai pensavi ti riguardassero. È questa la sensazione che ho avuto leggendo il nuovo libro di Paola Mastrocola, Leone (Einaudi), che racconta la storia di un bambino di questi tempi, Leone appunto. Un bambino come tanti altri, genitori separati, immerso nella solitudine di una periferia metropolitana simile a tante altre. Ha sei anni, va in prima elementare e viene spesso parcheggiato qua e là dopo la scuola da una madre trafelata e infelice che lavora come cassiera in un supermercato. All’improvviso però succede una cosa che lo rende diverso da tutti gli altri bambini. Si mette in ginocchio, in mezzo alla strada, e comincia a pregare. E lo fa con le preghiere della chiesa cattolica, Angelo di Dio, Ave Maria, Credo, Padre nostro, creando sconcerto prima di tutto in Katia, la madre, che fa di tutto per nascondere questa imbarazzante bizzarria, e poi suscitando ilarità e scherno nell’ambiente circostante. Katia non riesce a non sentirsi colpevole. Perché fa così? In che cosa ha sbagliato? Pur essendosi sposata in chiesa, non è credente e non lo è neppure il padre separato. Tutto l’ambiente che li circonda considera l’armamentario della fede cristiana un relitto di un mondo scomparso privo di senso. Non riuscendo a darsi pace, chiede aiuto all’ex marito camionista che minimizza la cosa come capriccio infantile, come del resto fanno anche le amiche. Gli passerà, le dicono. Ma Katia sente che in quelle preghiere è nascosto un segreto che la coinvolge, la turba e che non ha gli strumenti per decifrare.
In realtà a Leone manca la compagnia attenta e affettuosa della nonna materna, morta quando aveva solo tre anni. Era stata proprio lei, nelle lunghe ore passate insieme, a insegnargli quelle preghiere, a introdurlo con amorosa delicatezza nel mondo del mistero e della fede, così come a suo tempo aveva fatto con la figlia, che però, col tempo, ne ha cancellato ogni memoria. Leone si sente solo e vorrebbe ritrovare ancora quell’intimità, quei riti sempre uguali e rassicuranti, come quello di far rivivere la magia del presepe allestito con amore dalla Nonna scomparsa, nel quale il piccolo Gesù planava nella mangiatoia soltanto allo scadere della mezzanotte. Una magia che vorrebbe che l’Altranonna facesse rivivere, inutilmente. Nel presepe artistico e di valore della nonna paterna — esposto come una mera esibizione estetica durante il periodo natalizio — Bambin Gesù è fin dall’inizio irrimediabilmente incollato alla culla.
Se c’è una cosa che mi impressiona è la totale eclissi del cristianesimo dal panorama della nostra società. Duemila anni di storia, di arte, di bellezza, di tradizione, di solidità, di valori condivisi, cancellati con un colpo di spugna in meno di vent’anni. E non parlo delle inchieste sociologiche, dei vari movimenti che sbandierano improbabili nostalgie del passato, delle alte discussioni in campo teologico, ma semplicemente della nostra vita quotidiana. Nel paese in cui vivo da trent’anni, in Umbria — la terra che forse ha dato più santi al mondo — quest’anno i battesimi sono stati due, e non certo per mancanza di nascite. E anche i pochi bambini che ancora frequentano la catechesi per accedere alla Prima Comunione lo fanno per lo più con lo spirito del servizio militare: una forca caudina attraverso la quale, per ragioni ormai misteriose a tutti, bisogna per forza passare e al termine della quale, in molti casi, non hanno capito né imparato nulla. Intorno a loro, il cristianesimo — la forza che ha sorretto e reso grande la nostra civiltà — non esiste più. E non esiste perché il sacro è stato divorato a grandi morsi fuori e dentro la chiesa, e quello che rimane spesso non è altro che una vestigia identitaria nostalgica o un abito esterno che si indossa per tradizioni sociali. Il cattolicesimo non viene più visto come una chiave di lettura del mondo ma, nel migliore dei casi, come una succursale dei servizi sociali o di qualche laica Ong.
Apparentemente questa scomparsa non ha provocato alcun danno, ma se scostiamo la comoda tenda della superficialità, non possiamo non accorgerci che la nostra specie, quella umana, ha imboccato una strada che la spinge ad essere sempre più estranea a sé stessa. Il mito dell’efficienza, della felicità a tutti i costi, del consumo e dell’intrattenimento idolatrico dominano a tutte le latitudini e, dietro questo dominio, non è difficile intravedere gli inquietanti segnali di una nuova barbarie.
Se c’è una cosa che caratterizza molti bambini di oggi è proprio la loro capacità di fingere per mascherare la disperazione che hanno dentro. Disperazione di non essere visti, di attraversare la realtà senza che nessuno abbia dato loro una mappa, una traccia, un binario, qualcosa che sia in grado di rendere viva e presente la radice profonda che esiste in ognuno di noi. Quella radice che ci fa chiedere «cosa ci faccio al mondo, perché vivo?» e la cui risposta è sempre in relazione al suo opposto, vale a dire nella riflessione sulla finitezza della vita. Non si parla più della morte, tanto meno ai bambini che vedono i nonni improvvisamente risucchiati in un nulla senza nome, senza volto e senza possibilità di contatto. I ragazzi rabbiosi e violenti, le ragazze che a poco più di undici anni si ubriacano fino a svenire sono figli di questa totale assenza di senso, così come lo è la quantità di disturbi psichiatrici in perenne e vertiginosa ascesa nell’infanzia e nell’adolescenza. Nessuno considera che i bambini hanno un’anima — una grande anima — e quest’anima, nel momento della crescita è particolarmente fragile, ricettiva e bisognosa di nutrimento. Non si tratta di essere bigotti o fanatici ma semplicemente di riappropriarsi di una visione profonda dell’essere umano, una visione che contempli il mistero come parte essenziale della nostra identità.
Janusz Korczak, il grande medico, pensatore ed educatore polacco, morto a Treblinka con duecento dei suoi bambini, aveva fatto costruire una piccola sinagoga nel suo orfanatrofio, progettando anche una chiesa per quello cattolico che però non riuscì a realizzare perché il direttore, un anticlericale convinto, glielo vietò. Anche Korczak non era religioso, era un socialista ma, nella sua lungimiranza di educatore, sapeva che i bambini, per crescere equilibrati, hanno bisogno di una forza stabilizzante capace di accompagnarli nei giorni, soprattutto nei tempi più disumani e drammatici come quelli che stavano vivendo. Alla fine del libro di Paola Mastrocola, succede qualcosa di imprevisto. Si scatena un diluvio che non sembra avere mai fine: fa saltare la linea elettrica, interrompe le comunicazioni, paralizzando ogni attività della città. Durante questa lunga e inaspettata sospensione della vita consueta, misteriosamente ciò che era un’attitudine di Leone diventa un’urgenza di molti. Tutta la comunità si raduna a casa di Katia e inizia a pregare, sentendosi a un tratto impotente, in balia di un evento che, malgrado tutte le più avanzate tecnologie di cui disponiamo, non si può dominare né interrompere.
La pioggia dunque come metafora di un mistero che ci avvolge e ci sovrasta, mettendoci in contatto con i nostri limiti, i nostri muri interiori, le nostre paure più profonde.
Questo bel libro dunque fa riflettere non poco, a partire dall’infelicità nascosta dei bambini che ci vivono accanto, del loro grande smarrimento e della felicità che probabilmente proverebbero se, prima di addormentarsi, potessero rivolgersi con fiducia all’Angelo custode. 12 ottobre 2018
Vedi anche:  


PAOLA MASTROCOLA. QUELLA STRANA NOSTALGIA

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