Ancora su Sanremo: Staglianò, Mahmood cattolico e tanto altro

Non ho visto il festival di Sanremo - forse sono troppo snob per farlo - ma se ne continua a parlare anche in ambito cattolico e questa cosa mi incuriosisce. Vi ripropongo in particolare l'intervista che Avvenire ha fatto al vescovo di Noto, Staglianò, l'inventore della "pop-theology", poi un articolo di Aleteia sulle origini cattoliche di Mahomood, il vincitore del festival che ha fatto infuriare quelli che portano avanti lo slogan "Prima gli italiani". E ancora una analisi delle belle canzoni proposte da Silvestri e da Cristicchi.

Intervista. Staglianò rilegge Sanremo, tra pop e teologia (Avvenire)

La rilettura personale della kermesse canora da parte di don Tonino, vescovo di Noto e teorico della “pop-Theology” «La storia si ripete. Come lo scorso anno, anche Sanremo 2019 ci ha lasciati un po’ perplessi sul vincitore... Molti di noi, ultra cinquantenni, si aspettavano trionfasse Abbi cura di me di Simone Cristicchi, così come Sanremo 2018 si era sicuri dovesse vincerlo Che sia Benedetta di Fiorella Mannoia (seconda). Cristicchi solo 5°, dietro alla canzone, “modesta”, di Loredana Bertè, che, almeno risorge finalmente dalle proprie ceneri, come l’Araba fenice. È stato fin troppo facile percepire che su tutto questo ci fosse qualcosa di “costruito”...». Parola di un critico musicale fuori dal coro: don Tonino Staglianò, il vescovo di Noto, nonché “ideologo” riconosciuto, discusso e comunque assai amato dai giovani - della “pop-Theology”. Un “predicatore canoro” don Tonino, e chi frequenta la Santa Messa che officia nella cattedrale di San Nicolò sa bene che tra una lettura e un’omelia può intonare e far partire il coro sulle note di Esseri umanidell’amato («uno dei molti cantanti a me cari») Marco Mengoni. Il cantautore di Ronciglione è stato uno degli ospiti del 69° Festival, sul quale, una settimana dopo, don Tonino vorrebbe offrirci una sua «personalissima rilettura».
Domanda per e da neofiti: ma la filosofia pop-theologica come si pone dinanzi alla musica sanremese?
La teologia è scienza, è esercizio critico intensivo della ragione. Deve perciò fare molto, molto di più: penetrare con intelligenza (intus legere,leggere dentro) la grammatica musicale e seguire attentamente la sintassi canora. Le canzoni, e non solo, tutto lo show televisivo, pronunciano i loro discorsi, stabiliscono le loro tesi, organizzano i loro valori umani o comunicano anche “dis-valori”, ovviamente perché percepiti e interpretati come nuovi valori.
Però alla fine della gara gli unici valori emersi sono stati quelli negativi, vedi le decisioni assai controverse delle giurie e del televoto.Sinceramente trovo singolare che a vincere il Festival sia stata proprio la canzone Soldidi Mahmood... Ma a bocce ferme, lo ritengo un verdetto giusto... «Ti sembrava amore, era altro», canta Mahmood, perché non c’è amore quando si sta con l’altro solo per «soldi, soldi, soldi» (accenna divertito don Tonino). D’altronde, Gesù venne venduto per trentatré denari. Se è vero quello che dice Mahmood, l’umanità di oggi deve aprirsi all’umanità di Gesù per riscattare l’amore vero, e Gesù può essere predicato, attraverso la testimonianza. E io uomo, come Nek «mi farò trovare pronto» ad accoglierla e a viverla: dobbiamo essere uditori e testimoni di questa Parola del Dio-agape.
Uno dei temi centrali è stato il pericolo e la dipendenza delle ultime generazioni digitali, cadute, e spesso perse, nella Rete.Connessi nel web e sconnessi alla realtà, i giovani di oggi non comunicano tra loro. «La Rete non piglia pesci, incatena noi», ha giustamente sottolineato Enrico Nigiotti nella sua bella canzone, Nonno Hollywood,dedicata alla saggezza dei nonni.La ricchezza sta nel semplice. La critica all’impotenza educativa dei genitori mi è parsa ancora più cruda e reale in Argentovivo di Daniele Silvestri che descrive il suo sedicenne così: «L’avete messo da solo davanti allo schermo e adesso vi domandate se sia normale se il solo mondo che apprezzo è un mondo virtuale». Cos’è l’inferno? Ciò che è specchiato dall’apparecchio che ho in tasca, «dove viaggio, dove vivo, dove mangio», gli fa eco il suo adolescente “interpretato” dal rapper Rancore.
A proposito, cosa ne pensa della calata massiccia dei rapper su Sanremo?Sono cresciuto ascoltando stili più melodici, perciò il rap e la trap faccio fatica a comprenderli fino in fondo. Ma devo, dobbiamo accettare, il dato di fatto che ai ragazzi questo genere piace e la sua forza linguistica e la capacità poetica che ha il rapper di piazzare tanti argomenti all’interno di una singola canzone è molto interessante, anche per l’osservatorio della pop-Theology.
E del “caso” Achille Lauro invece che idea si è fatta?Con Rolls Royce Achille Lauro ci provoca con il suo “C’est la vie”. Ma formula anche la preghiera: «Dio ti prego, salvaci da questi giorni». Anche se parla di gente morta per problemi di droga e del disagio della sua generazione ripiombata pesantemente nelle dipendenze, c’è uno spiraglio di speranza nella canzone di Achille Lauro quando invoca la trascendenza. Perciò il suo messaggio mi interessa. Trovo invece meno interessante questa svolta stilistica di Arisa che si è allontanata dalla positività di Controvento in cui diceva l’esatto contrario di questo menefreghismo sbandierato in una poco sincera Mi sento bene. Canzone bocciata cristianamente e umanisticamente. Un consiglio: Arisa torni a fare Arisa.
In un Sanremo apparentemente apolitico Dov’è l’Italia di Motta, è forse stato l’unico lampo politicizzato?Quella di Motta però non è una canzone politica ma un appello alla coscienza del Paese, che scava nel profondo dell’anima: dove sei, dove ti trovi? Inseguire solo la parte utilitaristica e commerciale, tipico della società contemporanea, non porterà mai alla quadratura del cerchio, perché solo l’amore fa miracoli... E l’amore è vita e «la vita è l’unico miracolo a cui non puoi non credere», ci dice il raffinato e sensibilissimo Cristicchi.
Meno raffinato forse è il giovane Ultimo: 2° classificato e per questo arrabbiato col mondo intero.L’atteggiamento finale tenuto da Ultimo rivela l’immaturità del momento... Il testo però della sua canzone mi piace, specie laddove corrisponde al problema dello scrivere parole nuove all’«altezza dell’amore», come sostiene sempre Nek. Ultimo conclude I tuoi particolari con «se solamente Dio inventasse delle nuove parole potrei scrivere per te nuove canzoni d’amore e cantartele qui». Messaggio che custodisce un valore religioso e teologico assai profondo.
Lei è rimasto incantato da questi “versi”: «Non siamo un soffio di vento, non siamo un momento, siamo sole in un giorno di pioggia». Cantano Il Volo, forse i più insultati nella storia della kermesse sanremese.Sono stati vittima di quello che io chiamo il “narcisismo fetente”. Che non è quello del povero Narciso perché quello è tenero, ma è il narcisismo crudele dello specchio delle mie brame in Biancaneve. Questi tre ragazzi de Il Volo insieme fanno sempre la differenza: volano leggeri sulle ali del pop e possiedono il dono profondo e lirico di Bocelli. Troppo bravi e troppo bello il loro canto per non suscitare quell’odio sociale che vorrebbe farli fuori... Ma sarà difficile che il bello soccomba al narcisismo fetente.
Se dipendesse da lei don Tonino, Claudio Baglioni avrebbe un terzo mandato a Sanremo?Baglioni ha sparigliato tutto. Il suo Festival è diventato finalmente uno show nel quale si esibiscono i cantanti, con proposte musicali attente al cambiamento epocale. Baglioni ha il merito di aver riacceso la curiosità e l’attenzione dei giovani su Sanremo, un merito non da poco.
Di Claudio Bisio ha apprezzato il monologo padre e figlio, della Virginia Raffaele le piace la comicità che però è stata oggetto di analisi critiche perfino degli esorcisti...Personalmente non ho rintracciato nessuna forma di “satanismo” nella performance della Raffaele, anzi quel far girare i brani al contrario è stato un modo intelligente per banalizzare quelli che storicamente hanno inteso celare in maniera subliminale certi messaggi luciferini nei loro dischi.
Ma papa Francesco cosa pensa della pop-Theology?Gli ho parlato ed è rimasto contento. Papa Francesco la vede come un filone dell’urgenza educativa della pastorale giovanile, una giusta apertura ai nuovi linguaggi per parlare di Gesù ai ragazzi. Il Papa sa come io l’ho scritta la pop-Theology e questa corrisponde ai nuovi input dettati dalla sua Evangelii Gaudium in cui invita a superare e a rompere gli schemi laddove è necessario.
L’anno prossimo sarà il 70° di Sanremo, dica la verità: se la chiamassero salirebbe sul palco dell’Ariston per cantare?Non vado a Sanremo per cantare, perché sono un vescovo. Attenzione a non alimentare i già fin troppi falsi equivoci: io sono un predicatore e non un cantante. Semmai accetterei di salire su quel palco per commentare i testi delle canzoni e per dialogare con tutti quelli che ancora non hanno ben chiari gli orizzonti infiniti della pop-Theology, che è fatta di «cieli immensi e immenso amore» (intona salutando)... Sì, proprio come ci insegna Lucio Battisti.

Il Mahmood che non ti aspetti: tra fede cattolica e coro a messa (Aleteia)

Il fatto che il padre ha origini egiziane non deve trarre in inganno: c'è un lato cristiano nel vincitore del Festival di Sanremo. Di cui spicca una profonda serenità interiore

Il Festival di Sanremo l’ha vinto davvero, la canzone “Soldi” è la più ascoltata della settimana e il suo disco “Gioventù bruciata” ha già migliaia di richieste.
Così adesso Alessandro Mahmoud, in arte Mahmood, non può fare più di tre passi di fila nel suo quartiere Gratosoglio, periferia meridionale di Milano. Ma è tutto tranne che un problema: a divo non si atteggia neanche ora che ne avrebbe diritto.
 Il resto lo fa un carattere mite, con un sorriso malinconico stampato in viso e gli occhi dolci, così lo descrive La Repubblica (18 febbraio) in un reportage insieme al cantautore che ha trionfato a Sanremo.
«Sono e resto la persona semplice e normale di prima – dice Mahmood – Ma ho capito che qui sono diventato l’eroe per chi vede in me il simbolo del possibile riscatto sociale: anche abitando in un posto come questo si può avere successo, non si è condannati a una vita triste».
San Barnaba
Tra i luoghi simboli di quel quartiere, per Alessandro Mahmood ce n’è uno speciale: la chiesa di San Barnaba.
Pur non praticante, Mahmood è cattolico, battezzato, cresimato, con esperienze nel coro a messa («l’unico maschietto in mezzo alle donne»).
Quando lo incontra per strada, la signora Anna Cervo, la sua catechista, sorride: «Era fantastico già all’oratorio».
Di questo giovane 26enne milanese a tutti gli effetti, colpisce la serenità, che non è lo sforzo estremo di chi deve tenere i piedi per terra per non volare chissà dove.
La scuola multietnica
«Davvero, non ho capito le polemiche intorno a me – osserva – Sono nato alla clinica “Mangiagalli”, dove partoriscono i milanesi, e la scuola che ho frequentato era già multietnica 20 anni fa: in classe avevo cinesi, rumeni, algerini. Milano per me è la città del mondo, io e i miei coetanei non badiamo neppure all’etnia».
Certo, il papà è egiziano, nota La Repubblica, «ma è andato via che avevo 6 anni – replica Mahmood – al Cairo sono stato due volte e ricordo un quartiere poverissimo, coi bimbi scalzi eppure pieni di gioia. Però mamma è sarda e a casa parliamo in sassarese. In più avendo fatto il Linguistico , so anche spagnolo (da Dio), francese (ahia) e inglese (decente). L’arabo poco, ma approfondirò».
Non è difficile intuire, dunque, che il cantante ha un rapporto speciale con la madre. «Devo tutto a mamma. All’inizio, mi accompagnava lei dal maestro di musica, partendo da Buccinasco, dove lavorava, e portandomi a Baggio. Ogni giorno, un viaggio. Mi ha fatto da madre e da padre».
L’omosessualità
Di Mahmood ha fatto molto discutere anche la partecipazione ad un concerto al Pride Village di Padova nel 2016 e un’intervista al portale gay.it. «Io non ho mai detto di essere gay – sottolinea – La mia è una generazione che non rileva differenze se hai la pelle di un certo colore o se ami qualcuno di un sesso o di un altro. Io sono fidanzato, ma troverei poco educata la domanda se ho una fidanzata o un fidanzato. Specificare significa già creare una distinzione» (Corriere della Sera, 17 febbraio).
Una visione che non combacia propriamente con quella della stessa Chiesa da cui ha ricevuto i sacramenti. Se da un lato le sue parole si incanalano bene con il rispetto nei confronti di chi fa oggi coming out (basti pensare al “Chi sono io per giudicare” di Papa Francesco o al supporto della Chiesa alle Pastorali omosessuali), dall’altro il giovane cantante, con le sue parole, spalanca le porte in modo superficiale al “love is love“, cavallo di battaglia di un mondo omosessuale che ha preteso di normalizzare le unioni civili e le adozioni. Un mondo assai distante dai valori cristiani che gli sono stati inculcati quando era più giovane. 
Vedi anche:
Un prete attacca Mahmood: "Il Volo? Non hanno vinto perché non sono musulmani, immigrati e con tatuaggi" (Huffington Post)
Sanremo: ha vinto l'integrazione (San Francesco)
Vita – Lasciamo che i bambini siano argentovivo
CRISTICCHI, IL SENSO DELLA VITA IN UNA CANZONE(FAMIGLIA CRISTIANA)
- Cristicchi: «nei monasteri sono cambiato, siamo parte di un disegno» (UCCR)

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