La Pasqua spiegata da Pinocchio e la bellezza di educare (Nembrini)


Franco Nembrini è stato recentemente ospite nella mia Parrocchia (Natività di Maria, Roma-Bravetta) e ci ha parlato della paternità di Geppetto e della bellezza di educare. Un incontro entusiasmante di cui riferisco nella seconda parte di questo post. Nella prima parte ripropongo un articolo di Tempi che propone una riflessione di Nembrini sempre a partire dal capolavoro di Collodi, collegandolo però alla Pasqua: "Il mistero della Resurrezione attraverso una pagina del libro di Franco Nembrini dedicato al burattino di Collodi":

Tutti conoscono Pinocchio, uno dei libri più popolari della storia, ma non tutti si sono resi conto che Collodi ha scritto una delle più belle parabole della condizione umana. In L’avventura di Pinocchio. Rileggere Collodi e scoprire che parla della vita di tutti (ed. Centocanti, 192 pagine) Franco Nembrini prende molto sul serio un’intuizione del cardinal Giacomo Biffi per rileggere l’avventura del celebre burattino, mostrando, passo dopo passo, come questa riproponga il dramma della vita, così come lo presenta la tradizione cristiana: la paternità, la fuga da casa, la libertà ferita, l’incontro con una possibile salvezza, la morte e la resurrezione. Pochi sanno infatti che verso la fine del 1880, Collodi mandò al suo amico Fernandino Martini, redattore capo di un giornale per ragazzi, un pacco di manoscritti che definì «una bambinata» e accompagnò da una missiva, «fanne quello che ti pare; ma, se la stampi, pagamela bene, per farmi venire voglia di seguitarla». Il 7 luglio 1881 sul Giornale per i bambini uscì la prima puntata della Storia di un burattino, il 27 ottobre l’ottava, che si concludeva con la morte di Pinocchio.
 Nelle intenzioni di Collodi Pinocchio era infatti morto davvero, la storia era finita, e invece la redazione del giornale venne subissata di lettere di protesta inviate da bambini di tutta Italia che rivolevano il loro eroe. Martini rintracciò Collodi: «Guarda che la storia deve andare avanti!», «Come, andare avanti?. È morto! Come faccio?». «E tu fallo risorgere!». E Collodi, racconta Nembrini, lo fece risorgere. Ecco uno dei passi più belli del libro, nel cui ultimo capitolo è raccontata l’avventura della salvezza, l’avvenimento della salvezza. Che avviene nel fondo degli inferi, nell’oscurità assoluta del ventre del Pesce-cane, dove Pinocchio trova un compagno di sventura, un Tonno.
Riportiamo di seguito un passo del libro di Nembrini, che inizia con una citazione di Collodi.
«- Ed ora, che cosa dobbiamo fare qui al buio?…
– Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane ci abbia digeriti tutt’e due!…
-
Ma io non voglio esser digerito! – urlò Pinocchio, ricominciando a piangere.
– Neppure io vorrei esser digerito, – soggiunse il Tonno – ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce Tonni, c’è più dignità a morir sott’acqua che sott’olio!…
– Scioccherie! – gridò Pinocchio.
– La mia è un’opinione – replicò il Tonno – e le opinioni, come dicono i Tonni politici, vanno rispettate!

- Insomma… io voglio andarmene di qui… io voglio fuggire…
– Fuggi, se ti riesce!…
Il Tonno è un cinico, un disilluso, un rassegnato. Un uomo di oggi, per il quale «i fatti non esistono, esistono solo interpretazioni», e tutte le opinioni sono equivalenti; forse un accenno di autoritratto di Collodi, con quel riferimento ai «Tonni politici», alla speranza che lo ha deluso…
Nel tempo che faceva questa conversazione al buio, parve a Pinocchio di vedere, lontano lontano, una specie di chiarore.

- Che cosa sarà mai quel lumicino lontano lontano? – disse Pinocchio.
– Sarà qualche nostro compagno di sventura, che aspetterà, come noi, il momento di esser digerito!…
– Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe darsi il caso che fosse qualche vecchio pesce capace di insegnarmi la strada per fuggire?
In qualsiasi circostanza, anche la più dura, la più cattiva, quella che senti più estranea, più nemica di te, quello sguardo, quel tenerti d’occhio di Dio fa in modo che sempre un lumicino da qualche parte ci sia. Il Tonno, cinico, alza le spalle, non si aspetta più niente. Pinocchio invece di quel lumino si fida. Sai mai che là dove vedo la luce possa incontrare qualcuno capace di insegnarmi la strada, che quest’ombra che non so nemmeno distinguere – come il Virgilio di Dante, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!» – sia proprio la guida venuta a prendermi per insegnarmi la strada?
Non importa se il Tonno lo avvisa che il Pesce-cane «è lungo più di un chilometro, senza contare la coda», che è come dire: “Non farti illusioni, è troppo lontano, non ci arriverai mai”. Pinocchio ha imparato ad avere il coraggio di guardare la realtà per quello che è, per i segni positivi che manda, attraverso i quali attrae e sollecita in qualche modo la libertà; perciò decide, fidandosi di un segnale così tenue, di percorrere il corpo del Pesce-cane per andare a vedere. Ed è per questo coraggio, per questa libera decisione di andare a vedere che l’ultima parola non sarà la morte, non sarà la vittoria del male, ma del bene. L’ultima parola della vita dell’uomo, così come della vicenda di Pinocchio, sarà la parola misericordia. Perché questi ultimi capitoli sono le pagine in cui la natura di Dio, e perciò in qualche modo anche la nostra, perché partecipiamo della natura di Dio, si svela come misericordia.
Pinocchio appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in mezzo a quel bujo, e camminando a tastoni dentro il corpo del Pesce-cane, si avviò un passo dietro l’altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano lontano. E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolona.
Non è magari un’autostrada, il cammino sarà anche faticoso, ma bisogna guardare là. Viene in mente il finale del bellissimo film Le ali della libertà,quando il protagonista riesce a fuggire dal carcere strisciando nel condotto di una fogna: la strada può essere ripugnante, ma vale la pena farla.
E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato… che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata, il quale se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.
A quella vista il povero Pinocchio ebbe un’allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioja, e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare:
– Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!
In fondo all’inferno, in fondo al nostro male, Dio ci viene a prendere. Viene in mente veramente la notte di Pasqua, il buio orrendo del venerdì santo e del sabato santo, la morte di Dio, il punto più fosco, più terribile della storia dell’umanità; ma da lì la Chiesa quella notte fa gridare: «Felice colpa, che ci ha meritato un così grande Redentore!». Che nel momento in cui noi siamo più lontani dal nostro bene qualcuno ci venga a prendere è il grande miracolo della vita. (…) E Pinocchio giustamente esulta perché è tornato a casa. Tornare alla casa del padre, tornare a consistere del rapporto che ti fa essere: questa è la salvezza. Capiamo allora l’entusiasmo di Pinocchio; ma più sconvolgente e più straordinaria ancora è la battuta successiva:
– Dunque gli occhi mi dicono il vero? – replicò il vecchietto, stropicciandosi gli occhi – Dunque tu se’ proprio il mi’ caro Pinocchio? Sì, sì, sono io, proprio io! E voi mi avete digià perdonato, non è vero?
La sintesi di tutto il bisogno che abbiamo, di tutta la domanda con cui ci alziamo al mattino, è: c’è qualcuno che può perdonarmi? C’è qualcuno che darebbe la vita per me adesso senza chiedermi di cambiare? E se Dio si mostra come Dio, si mostra per questo. Il sospetto di avere incrociato in qualche modo il Padreterno, il sospetto che questo avvenimento che hai davanti agli occhi abbia a che fare con Dio, viene quando senti la misericordia operante, quando ti senti guardato in quel modo. Perché quest’opera, il perdono, la fa solo Dio, e chi vive come Lui».

LA BELLEZZA DI EDUCARE. Nembrini e Geppetto

“I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti,
ma di genitori affamati di verità e di bellezza” (M. Camisasca)

La Parrocchia Natività di Maria di Roma ha recentemente proposto, su iniziativa del gruppo famiglie, tre incontri sul tema “Eppur educo: la sfida educativa e la bellezza di educare”. I relatori invitati sono tutti nomi noti nel panorama ecclesiale italiano: Costanza Miriano, giornalista e autrice di libri come “Sposati e sii sottomessa”, ora giunta al suo quinto libro con “Si salvi chi vuole”, ma, soprattutto, madre di quattro figli è intervenuta il 2 febbraio davanti ad una platea da grandi occasioni. Nel secondo incontro, il 19 marzo, è intervenuto Franco Nembrini, preside bergamasco noto per le sue pubblicazioni, conferenze e trasmissioni televisive dedicate, tra gli altri, a Dante e a Pinocchio. Infine attendiamo, il 20 aprile, padre Maurizio Botta, giovane sacerdote oratoriano noto per gli incontri romani dei “5 passi” (vedi anche l’omonimo blog).
Franco Nembrini: “Geppetto e il ruolo del padre nella sfida educativa”
La passione di Nembrini per il Pinocchio di Collodi ha inizio molti anni fa, con la scoperta di un “commento teologico” che il cardinal Biffi fece sulla favola. Scopre così il valore della morte di Pinocchio che ricorda da vicino la morte in croce di Gesù. Del resto Pinocchio, seppure di legno, è figlio di Geppetto, diminutivo di Giuseppe. E il burattino risorge da pezzo di legno divenendo bambino in carne ed ossa.
Ci racconta Nembrini che la storia di Collodi terminava con la morte del protagonista. Una volta consegnati i materiali all’editore, questi venne travolto da tantissime lettere di bambini contrariati per il tipo di fine che la storia aveva avuto. L’editore fu costretto a richiamare immediatamente Collodi chiedendogli di riprendere il racconto. E nonostante l’autore fosse ateo e laicista, questi riesce ad inventarsi una storia che parla di morte e resurrezione.
Da Geppetto alla paternità: tuo figlio che ti guarda, quanta felicità vede? I figli son disposti a perdonarci tutti gli sbagli, ma non l’assenza di speranza.
Pinocchio non ha ancora la bocca, ma lo sguardo di Geppetto sul suo burattino appena cominciato (ma già “vivo”) è uno sguardo di padre. La ribellione è imminente; dapprima con la creazione della bocca (il burattino lo canzona immediatamente) e poi con le braccia. Pinocchio non perde tempo nel fargli cadere la parrucca e farlo cadere. Eppure Geppetto gli risponde: “Birba d’un figliolo”. Non c’è dubbio: nel suo cuore è già suo figlio: “Non sei neanche finito che fai già del male al tuo babbo”. Quando mettiamo al mondo dei figli, nessuno ci garantisce nulla. E’ un puro atto d’amore.
Geppetto gli insegna a camminare tenendolo per mano, ma Pinocchio trova la porta aperta e scappa di casa. E’ il peccato originale. Quando Pinocchio è libero e Geppetto in carcere, il burattino sente “finalmente” sua quella casa. Sperimenta una falsa libertà.
Compare il grillo parlante (“Cacciato Dio dalla porta resta qualcosa di Dio che non puoi cacciare”), che cerca di far capire a Pinocchio che non è proprio come lui crede: questa non è libertà. E nonostante Pinocchio lo schiacci al muro, il grillo ricomparirà in altre forme nel seguito della favola (“neanche il figlio più bestia può uccidere completamente la voce di Dio”).
Di questa presunta libertà Pinocchio fa un’esperienza pessima ed il bisogno di bene che ha resta irrisolto. Non trova neanche da mangiare, finché non vede, su un cumulo di immondizia, un uovo. Già è triste l’immagine di andare a cercare un filo di felicità nella spazzatura, ancor di più se poi, da quell’uovo, esce un pulcino che sbeffeggiandolo scappa via.
Disperato corre in paese ma nessuno lo aiuta: “se non c’è un Padre gli uomini non riescono ad essere fratelli”.
Pinocchio è sconsolato; torna a casa e stanco si addormenta davanti al camino e il fuoco gli brucia i piedi. La salvezza arriverà dall’esterno; da quel padre (Geppetto) che torna ed è come Dio che bussa alla nostra porta per salvarci da una vita che rischiamo continuamente di buttare via. Anche Pinocchio ha ora capito che sarebbe bello riavere il padre ed entrambi vogliono incontrarsi nuovamente. Ma la porta si può solo aprire dall’interno e Pinocchio ha i piedi bruciati. La prima mossa spetta sempre ai genitori che, come Geppetto, devono inventandosi una strada diversa per raggiungere il figlio che si è bloccato.
Altra figura estremamente importante è la Fata Turchina (non a caso azzurra): rappresenta la madre Chiesa e le medicine che offre sono i Sacramenti. Ma Pinocchio continua a rifiutarli. Fino a tramutarsi in un asino, che poi si azzoppa. E’ la fine: un asino zoppo non lascia al suo padrone che una scelta: quella di ucciderlo per venderne la sua pelle da cui si possano ricavare dei tamburi. E prima di questo triste fato quell’asino ha ricevuto l’applauso degli spettatori del circo in cui si è esibito. Applausi che rappresentano la spaventosa pressione sociale a cui i nostri figli sono sottoposti.
La Chiesa [la madre] non può girargli le spalle e lo perdona. Pinocchio riconosce nel medaglione l’immagine della fata e la chiama o fa per chiamarla. Dalla gola però esce solo un raglio che fa morire tutti dalle risate. L’educatore, il padre, la madre, riconoscono in quel raglio, il grido di disperazione e la richiesta d’aiuto del figlio: “Fatina mia … / Babbino mio …”. Ed è proprio quando i nostri ragazzi bevono, si drogano e si buttano via che stanno ragliando e stanno implorando aiuto.
Siamo ai saluti e l’augurio che Nembrini fa a tutti i papà (e alle mamme) è che accada loro quello che ne “Le avventure di Pinocchio” succede alla fine: quando Pinocchio ritrova Geppetto nella pancia del pescecane, gli chiede immediatamente perdono, ma soprattutto, cerca di portare in salvo il padre, ormai vecchio.
Dalla bocca del pescecane si vede chiaro il cielo stellato (che richiama il dantesco: “Uscimmo fuori a riveder le stelle”) e finalmente Pinocchio prende il padre e lo salva. Ma tu – dice inconsciamente il figlio diventato adulto - continua ad essermi padre: continua ad indicarmi la strada.
Ed è proprio quando saremo come Geppetto, quando passeremo il testimone ai nostri figli, quando saremo vecchi e bisognosi di loro, che si compirà (speriamo) l’augurio più grande che si possa fare: quello di diventare figli dei nostri figli e vederli diventare nostri padri.

L’articolo è una rielaborazione tratta da http://www.inliberta.it/eppur-educo-incontro-franco-nembrini/ di Riccardo Fiori



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