Ancora sull'importanza del PRESEPE


Alessandro D'Avenia sul Corriere della Sera e Papa Francesco all'Udienza del 18 dicembre sono tornati a parlare del presepe. Il primo lo ha fatto rifacendosi a San Francesco e alla sua invenzione del presepe vivente, il secondo ribadendo - dopo la lettera apostolica consegnata a Greccio - l'importanza pastorale del presepe domestico.
ULTIMO BANCO 15 - 1223 d.c.
«Il significato del presepio»
di Alessandro D'Avenia


«Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una mangiatoia e giaceva sul fieno». Era metà dicembre del 1223 quando Francesco d’Assisi, fermandosi a Greccio, paesino vicino Rieti che amava molto, fece questa strana richiesta a Giovanni Velita, suo amico e signore del luogo. Giovanni preparò la mangiatoia (praesepium è la parola latina per la cassa con il fieno per gli animali) in una grotta, dove la notte di Natale i locali si radunarono. Sulla mangiatoia fu celebrata l’Eucarestia: il corpo di Cristo trasformava Greccio in Betlemme (toponimo che significa casa della carne in arabocasa del pane in ebraico). Il primo presepe non aveva statue o personaggi ma uomini e donne reali con le loro vite piene di fatiche e gioie, radunati per la Messa. Il gesto di Francesco lancia una sfida culturale che riguarda tutti, credenti e non: il nostro rapporto con lo scorrere del tempo. L’uomo, nella storia, ha elaborato due modi di fermare l’orologio: vivere nel passato o nel futuro. Per questo l’antropologo Lévi-Strauss divideva le società in fredde e calde.

Le società fredde, riproducendo il passato con riti e miti, cercano di annullare lo scorrere del tempo e di difendersi dall’irruzione della storia; le società calde amano invece il divenire e, attraverso la tecnica, cercano anzi di accelerare il tempo e l’avvento del futuro. Si tratta di una semplificazione, perché in ogni cultura si mescolano correnti fredde e calde, ma è vero che ciascuna ha delle note dominanti. Quella dell’antica Grecia è ad esempio una cultura prevalentemente fredda: lotta contro il tempo che tutto divora, cercando di riattualizzare l’età dell’oro, quando uomini e dei vivevano in armonia e la terra offriva spontaneamente i suoi frutti. Per una cultura cosiddetta tradizionale il divenire è un male e il nemico dell’uomo è l’oblio: l’immortalità è nella Memoria, che è infatti una dea, sposa di Zeus e madre delle Muse. Esistere significa resistere all’usura del tempo ed essere quindi «memorabili», come Achille. La modernità è invece prevalentemente calda, è nel potere dell’uomo domare il divenire e spronarlo al galoppo per raggiungere il paradiso in terra: non è nel passato che si trova l’energia per affrontare il presente, ma nel futuro. L’età dell’oro va realizzata, con il progresso e la tecnica: l’Azione, non la Memoria, rende immortali. Esistere significa immergersi nella corrente della storia. Queste due visioni del mondo ci guidano nelle scelte che facciamo nella vita di tutti i giorni ma, nonostante la loro spinta creativa, la fatica del vivere e lo scorrere del tempo restano un peso, perché in quel passato o in quel futuro aurei la mia vita così com’è non entra (non c’ero o non ci sarò): perché quindi sono nato così e vivo qui e adesso?

Il presepe di Francesco dà un’altra risposta: «In principio era il Verbo e il Verbo si fece carne, abitando tra noi», adesso, cioè per affrontare la vita non basta credere nel passato o nel futuro, ma serve farsi carne, accettare il peso del tempo, il presente. Cristo fa per 30 anni il carpentiere in un paesino sperduto della Galilea: se l’eterno si fa tempo allora il tempo è anche eternità. Gli uomini inventano divinità (da Prometeo al Progresso) che li liberino dal peso della vita, nel presepe invece - la mangiatoia non lascia spazio a teorie - questo peso viene accettato e riempito di senso: il lavoro, la festa, la fatica, il riposo, il pianto, la gioia, la malattia, il fallimento, la noia, il male, le relazioni, la meraviglia, la paura... tutto, proprio tutto, è occasione di vita. Il presente non è una condanna da scongiurare, mitizzando il passato (era meglio prima) o il futuro (sarà meglio dopo), ma una sfida: la libertà diventa così la chiave dell’esistenza, in quanto capacità di vivere ogni momento nella pienezza di senso che decidiamo di dargli. Per questo amo la frase di Cristo: «Non preoccupatevi del domani: a ogni giorno basta la sua pena» che fa il paio con: «Chi vuol venire dietro a me prenda la sua croce ogni giorno e mi segua». L’unità di misura del tempo è per lui «ogni giorno»; la vita di oggi, con tutto ciò che contiene, diventa l’occasione in cui, essendo sempre e comunque libero di amare Dio e gli altri, si può dare senso a ogni istante: nulla è assurdo e nulla va sprecato. Non è un vivere alla giornata, ma un vivere la giornata: né nostalgici né utopisti ma radicati e radicali nelle 24 ore. Nel presepe di Francesco il presente è tutto, non ci sono statue o personaggi, ma gli uomini e le donne di Greccio del 1223, attorno al Dio che si fa Carne e Pane per loro, lì e in quel momento. Il presepe ci interroga sul nostro essere qui e ora: che cosa ci fa vivere la giornata con gioia, libertà e iniziativa? Per cosa viviamo? Che cosa ci fa rinascere ogni 24 ore? Cercare la risposta è il Natale.

(fonte: CORRIERE DELLA SERA - ULTIMO BANCO 15 - 1223 d.c. - 16/12/2019)
 Catechesi: Il presepe, Vangelo domestico (18 dicembre)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Tra una settimana sarà Natale. In questi giorni, mentre si corre a fare i preparativi per la festa, possiamo chiederci: “Come mi sto preparando alla nascita del Festeggiato?”. Un modo semplice ma efficace di prepararsi è fare il presepe. Anch’io quest’anno ho seguito questa via: sono andato a Greccio, dove San Francesco fece il primo presepe, con la gente del posto. E ho scritto una lettera per ricordare il significato di questa tradizione, cosa significa il presepe nel tempo del Natale.

Il presepe infatti «è come un Vangelo vivo» (Lett. ap. Admirabile signum, 1). Porta il Vangelo nei posti dove si vive: nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e di ritrovo, negli ospedali e nelle case di cura, nelle carceri e nelle piazze. E lì dove viviamo ci ricorda una cosa essenziale: che Dio non è rimasto invisibile in cielo, ma è venuto sulla Terra, si è fatto uomo, un bambino. Fare il presepe è celebrare la vicinanza di Dio. Dio sempre è stato vicino al suo popolo, ma quando si è incarnato e nato, è stato molto vicino, vicinissimo. Fare il presepe è celebrare la vicinanza di Dio, è riscoprire che Dio è reale, concreto, vivo e palpitante. Dio non è un signore lontano o un giudice distaccato, ma è Amore umile, disceso fino a noi. Il Bambino nel presepe ci trasmette la sua tenerezza. Alcune statuine raffigurano il “Bambinello” con le braccia aperte, per dirci che Dio è venuto ad abbracciare la nostra umanità. Allora è bello stare davanti al presepe e lì confidare al Signore la vita, parlargli delle persone e delle situazioni che abbiamo a cuore, fare con Lui il bilancio dell’anno che sta finendo, condividere le attese e le preoccupazioni.

Accanto a Gesù vediamo la Madonna e San Giuseppe. Possiamo immaginare i pensieri e i sentimenti che avevano mentre il Bambino nasceva nella povertà: gioia, ma anche sgomento. E possiamo anche invitare la Sacra Famiglia a casa nostra, dove ci sono gioie e preoccupazioni, dove ogni giorno ci svegliamo, prendiamo cibo e sonno vicini alle persone più care. Il presepe è un Vangelo domestico. La parola presepe letteralmente significa “mangiatoia”, mentre la città del presepe, Betlemme, significa “casa del pane”. Mangiatoia e casa del pane: il presepe che facciamo a casa, dove condividiamo cibo e affetti, ci ricorda che Gesù è il nutrimento, il pane della vita (cfr Gv 6,34). È Lui che alimenta il nostro amore, è Lui che dona alle nostre famiglie la forza di andare avanti e perdonarci.

Il presepe ci offre un altro insegnamento di vita. Nei ritmi a volte frenetici di oggi è un invito alla contemplazione. Ci ricorda l’importanza di fermarci. Perché solo quando sappiamo raccoglierci possiamo accogliere ciò che conta nella vita. Solo se lasciamo fuori casa il frastuono del mondo ci apriamo all’ascolto di Dio, che parla nel silenzio. Il presepe è attuale, è l’attualità di ogni famiglia. Ieri mi hanno regalato un’immaginetta di un presepe speciale, piccolina, che si chiamava: “Lasciamo riposare mamma”. C’era la Madonna addormentata e Giuseppe con il Bambinello lì, che lo faceva addormentare. Quanti di voi dovete dividere la notte fra marito e moglie per il bambino o la bambina che piange, piange, piange. “Lasciate riposare mamma” è la tenerezza di una famiglia, di un matrimonio.

Il presepe è più che mai attuale, mentre ogni giorno si fabbricano nel mondo tante armi e tante immagini violente, che entrano negli occhi e nel cuore. Il presepe è invece un’immagine artigianale di pace. Per questo è un Vangelo vivo.

Cari fratelli e sorelle, dal presepe possiamo cogliere infine un insegnamento sul senso stesso della vita. Vediamo scene quotidiane: i pastori con le pecore, i fabbri che battono il ferro, i mugnai che fanno il pane; a volte si inseriscono paesaggi e situazioni dei nostri territori. È giusto, perché il presepe ci ricorda che Gesù viene nella nostra vita concreta. E, questo è importante. Fare un piccolo presepe a casa, sempre, perché è il ricordo che Dio è venuto da noi, è nato da noi, ci accompagna nella vita, è uomo come noi, si è fatto uomo come noi. Nella vita di tutti i giorni non siamo più soli, Egli abita con noi. Non cambia magicamente le cose ma, se Lo accogliamo, ogni cosa può cambiare. Vi auguro allora che fare il presepe sia l’occasione per invitare Gesù nella vita. Quando noi facciamo il presepe a casa, è come aprire la porta e dire: “Gesù, entra!”, è fare concreta questa vicinanza, questo invito a Gesù perché venga nella nostra vita. Perché se Lui abita la nostra vita, la vita rinasce. E se la vita rinasce, è davvero Natale. Buon Natale a tutti!

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