Papa Francesco sul fine vita ha solo ribadito la posizione della Chiesa


Nel messaggio alla Pontifica Accademia per la Vita papa Francesco ha ribadito il no all’accanimento terapeutico. Ma alcuni giornali parlano di "svolta" o di "novità".

Cosa ha scritto il Papa? (vedi anche la sintesi di Famiglia Cristiana)
...le domande che riguardano la fine della vita terrena. Sono domande che hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. D’altra parte, oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare. Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.
Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene. È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure”. L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione «il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali» (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”.
È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire», come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte.
Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. È una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo.
Va poi notato il fatto che questi processi valutativi sono sottoposti al condizionamento del crescente divario di opportunità, favorito dall’azione combinata della potenza tecnoscientifica e degli interessi economici. Trattamenti progressivamente più sofisticati e costosi sono accessibili a fasce sempre più ristrette e privilegiate di persone e di popolazioni, ponendo serie domande sulla sostenibilità dei servizi sanitari. Una tendenza per così dire sistemica all’incremento dell’ineguaglianza terapeutica. Essa è ben visibile a livello globale, soprattutto comparando i diversi continenti. Ma è presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura.
Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr Luca 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accomuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia! E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine.
In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi. Se questo nucleo di valori essenziali alla convivenza viene meno, cade anche la possibilità di intendersi su quel riconoscimento dell’altro che è presupposto di ogni dialogo e della stessa vita associata. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete...
Commenta Tornielli:
 C’è da chiedersi perché un no chiaro e ribadito all’eutanasia e all’abbandono dei malati terminali, insieme a un convinto no all’accanimento terapeutico, suoni agli orecchi di molti come una novità... Non è affatto una novità che la Chiesa, nel ribadire il suo no al suicidio assistito, dica anche un no all’accanimento terapeutico, cioè a quelle cure divenute ormai sproporzionate che magari mantengono in vita l’organismo umano ma non tengono conto del «bene integrale della persona». Non è affatto una novità ricordare che ci sono casi in cui è lecito astenersi da somministrare cure e trattamenti che pure potrebbero prolungare di qualche tratto la vita di un paziente ormai terminale. Eppure se le parole del Pontefice vengono percepite da una parte dell’opinione pubblica e della platea mediatica come «una novità» o «un’apertura», questo è un motivo per interrogarsi. E la questione non può essere qui ridotta soltanto a qualche ripresa interessata da chi volontariamente o involontariamente finisce per strumentalizzare il Papa per portare acqua al mulino delle proprie posizioni. C’è qualcosa di più. Ci si può infatti legittimamente chiedere se questo effetto «novità» non sia anche l’esito di decenni di contrapposizioni ideologiche sui temi etici e più sensibili. Contrapposizioni spesso urlate, che hanno avuto l’effetto di provocare incomunicabilitàQuell’incomunicabilità che traspare da certi attacchi mirati a tutti coloro che promuovono dialogo e confronto, senza dimenticare l’insegnamento della Chiesa su questi temi ma anche senza preclusioni. Le agende aperturiste imposte a suon di colonizzazioni ideologiche (con le loro sponde mediatiche) hanno finito per provocare reazioni talvolta scomposte e persino parossistiche. Ed è così sembrato che per certi cattolici ormai nessun caso potesse rientrare nei canoni dell’accanimento terapeutico. Ecco perché le parole del Papa possono contribuire a riequilibrare la situazione e a favorire spazi di confronto, come pure a riscoprire pagine del magistero messe un po’ in ombra.  
Su formiche.net si offre una panoramica delle reazioni mediatiche e politiche:
 “Discorso vibrante”, ha infatti annottato la Radio Vaticana riportando la notizia. Ma “in difesa della vita umana”, ha aggiunto. Perché a leggere i titoli dei quotidiani, e i primi commenti a caldo, a molti sembrava quasi che il Papa avesse proclamato esattamente il contrario, vale a dire che avesse aperto all’accettazione dell’eutanasia, nonostante le dure parole continuamente spese da Bergoglio in numerose occasioni. Nel dare la notizia il vaticanista de La Repubblica Paolo Rodari ha così quasi dovuto specificare, all’inizio dell’articolo intitolato “Fine vita. Svolta del Papa” (svolta che non pondera le citazioni di Pio XII e del Catechismo): “Le parole di Francesco non aprono sull’eutanasia”. Tuttavia lo storico Alberto Melloni, sempre sul quotidiano diretto da Mario Calabresi, ha commentato: “Il messaggio di Papa Francesco alla Pontificia Accademia della Vita contro l’accanimento terapeutico è un monito chiaro per la destra clericale e la destra tout court a non intervenire con superficialità e ruvidezza su una fase dell’esistenza così delicata”. Mentre Il Fatto Quotidiano ha riportato, fin dal titolo: “Fine vita, il Papa toglie l’alibi alla politica: “Può essere moralmente lecito rinunciare o sospendere le cure”. Parlando addirittura di “messaggio rivoluzionario del pontefice”, proprio “mentre il ddl che istituisce il Biotestamento è bloccato in Senato e rischia di non essere mai approvato”. Per lasciare spazio all’intervento dell’esponente dei Radicali Marco Cappato, attualmente sotto processo per la morte di dj Fabo, che parla di “segnale di apertura del Papa” anche sul “diritto di ciascuno a vedere rispettate le proprie volontà sul biotestamento e sull’interruzione delle cure”. Nonostante Francesco non abbia mai detto che la persona detiene, in totale individualità, la libertà assoluta sulla propria vita, idea che rappresenterebbe una distorsione basilare del messaggio cattolico.
LA LEGGE SUL FINE VITA E L’USO STRUMENTALE DELLE PAROLE DEL PONTEFICEPerché di fatto il tema all’attenzione di molti, più che le parole e gli insegnamenti del pontefice, è la legge sul biotestamento attualmente ferma in Senato, che in molti vorrebbero approvare con la fiducia entro la fine della legislatura, e che si occupa di numerosi punti, tra cui il consenso informato, le Dat, abbandono delle cure, obiezione di coscienza, sedazione profonda e sostegno psicologico. Passaggi controversi su cui non si è ancora trovata un’intesa. “Da Francesco il no ad eutanasia ed accanimento terapeutico. I trattamenti siano proporzionali alla situazione concreta del malato”, ha così semplicemente ribadito il quotidiano della Cei Avvenire. Chiaro invece il commento del quotidiano Il Foglio: “In realtà, il Pontefice non ha fatto altro che ribadire la dottrina della Chiesa sul tema”, “eppure, ogni volta sembra di essere dinnanzi alla rivoluzione, al cambiamento totale della dottrina della Chiesa. Salvo poi nascondere gli interventi del Papa contro il pensiero dominante e alla moda, le sue intemerate contro il gender, definito nel suo viaggio in Georgia ‘una guerra mondiale contro il matrimonio’”. “Concetti netti e chiari che però poco o nessuno spazio hanno ottenuto nel battage mediatico, a differenza di quel ‘chi sono io per giudicare?’ riferito agli omosessuali, senza però riportare il resto della frase papale, che comprendeva anche un ‘se uno cerca il Signore e ha buona volontà’ e il rimando a quanto da tempo dice il catechismo della Chiesa cattolica”.
Non manca la voce critica della Nuova Bussola Quotidiana che parla di un "intervento problematico". 

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