Da Il timone:
Portare i bimbi piccoli a Messa è giusto o è meglio che i genitori si dividano e vadano a turni per non disturbare e vivere meglio la liturgia? Eterno dilemma, eterne discussioni tra genitori che cercano di fare del proprio meglio. Proprio per loro arrivano dall’Australia undici consigli per aiutare i più piccoli a partecipare alla Messa, sono scritti da Monsignor Shora Maree, parroco della parrocchia maronita di Nostra Signora del Libano a Sydney, insieme ad una sua parrocchiana Theresa Chahine.
  1. Siate coerenti. La Messa deve essere parte integrante della vita dei bambini. Prima vi partecipano, dopo la nascita (e anche mentre si trovano nell’utero) più diventano familiari con essa. Soprattutto non è mai troppo tardi per iniziare.
  2. Siate positivi. Specialmente durante la settimana è importante avere un atteggiamento positivo riguardo alla fede, alla Chiesa, alla Messa. L’approccio contrario può provocare riluttanza nei più piccoli a parteciparvi.
  3. La parrocchia come una casa. La parrocchia deve essere una casa spirituale: fatti coinvolgere con i tuoi figli, partecipa agli altri appuntamenti liturgici e sociali, oltre che alla Messa domenicale.
  4. Prima della partenza. a) Assicurati che i bambini abbiano mangiato prima di uscire di casa, così avranno energia per essere concentrati durante la liturgia. Meglio anche esortare i bimbi ad andare in bagno prima di uscire di casa. b) Vesti i bambini in modo speciale. Non è necessario indossare capi costosi o stravaganti, ma se i bimbi sono vestiti con qualcosa di speciale, inizieranno a capire che stanno andando in un posto speciale.
  1. Giochi. Per i bambini molto piccoli, se hai intenzione di portare un oggetto per loro, fai in modo che sia una Bibbia in modo che sappiano che questo è il “tempo di Gesù”. Tutti i giocattoli o i libri dovrebbero essere realizzati in materiale morbido in modo da non distrarre le persone intorno nel caso in cui cadessero.
  2. In macchina. Durante il viaggio è di aiuto recitare una preghiera, una decina del Rosario, o ascoltare musica religiosa. Inoltre durante la settimana è bene parlare coi bimbi del simbolismo della liturgia, anche leggere un brano di Vangelo la sera aiuta a capire. E più i bimbi capiscono, più saranno portati a seguire.
  3. In chiesa. Prima di entrare in chiesa prenditi un momento per ricordare ai tuoi figli cosa si sta per fare. Spiega loro come dovrebbero comportarsi, per esempio dicendo che il loro compito è quello di essere tranquilli e di partecipare pregando.
  4. In prima fila. Portate i bambini davanti. Sì, anche in prima fila, avranno la migliore visuale della liturgia, vedranno l’altare, il sacerdote, l’incenso. Inizialmente può essere difficile, ma consentire di vedere in 3D ciò che sta accadendo, e non solo di vedere molte spalle di persone davanti a loro, aiuta i più piccoli.
  5. Le “turbolenze”. Se tuo figlio fa rumore, non sentirti in colpa, la maggior parte delle persone l’ha vissuto e capisce. Uscire dalla chiesa ogni volta che fa un piccolo rumore potrebbe incoraggiarlo a farli di proposito. Al contrario se il rumore è forte o continuativo, è giusto uscire in silenzio, cercando di rientrare appena il bambino si è calmato.
  6. Azione. Assicurati di dare l’esempio i tuoi figli, ad esempio, rispondendo e partecipando alla liturgia. Incoraggiali a unirsi al coro, a servire all’altare, a leggere le preghiere di intercessione, a dare il segno della pace o a portare i doni all’altare.
  7. Feedback. Dopo la liturgia elogia i tuoi figli per il loro buon comportamento. Se hanno disturbato, spiega loro cosa devono migliorare per la prossima volta. È un buon aiuto anche rispondere alle domande dei bambini sulla Messa e o chieder loro dell’omelia che hanno ascoltato.
Da L'Osservatore Romano: "Come educare i figli alla fede secondo Robert Cheaib"
Preventiva, feriale, narrativa, responsabile e responsabilizzante. Se partecipassimo a uno dei tanti giochini televisivi oggi così di moda, a questo punto il presentatore porrebbe la fatidica domanda: «A che cosa si riferiscono i cinque attributi appena citati?». Non siamo in televisione, ma la risposta a quell’interrogativo diventa molto utile per comprendere un interessante libro di Robert Cheaib, noto scrittore e docente di teologia, membro del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita.
Un particolare della copertina del libro
L’autore, infatti, attribuisce quei cinque aggettivi all’educazione dei figli, un compito che mia madre, per quanto completamente ignara del fatto che già Siegmund Freud l’aveva definito in modo simile, sosteneva essere difficile, per non dire impossibile. Nel suo volume Educare i figli alla fede (Cinisello Balsamo, San Paolo 2019, pagine 208, euro 15) Cheaib dedica i cinque capitoli che lo compongono a illustrare ognuna delle suddette caratteristiche, giungendo a proporre al lettore una descrizione intelligente e coinvolgente dell’opera educativa a cui è chiamata la famiglia cristiana.
Fu uno dei più grandi educatori di tutti i tempi, san Giovanni Bosco, a sottolineare la dimensione preventiva dell’educazione: ciò non significa, come a volte si è tentati di pensare, che egli immaginasse di poter educare in assenza di regole e di sanzioni; prevenire — afferma con chiarezza Cheaib sulla scia del santo piemontese — vuol dire soprattutto concretizzare una presenza: soltanto un educatore che spende il proprio tempo per e con l’educando è in grado di indicargli la strada giusta prima che egli si incammini per quella sbagliata. La ferialità dell’educazione è caratterizzata da tre componenti fondamentali: l’amorevolezza, il gioco e la disciplina. Attraverso l’amore vissuto quotidianamente, il genitore cristiano testimonia al figlio una verità centrale della fede, ovvero che Dio è amore.
Il gioco è uno degli strumenti più importanti per attuare tale testimonianza: «Per dirla brevemente — si legge nel libro — se vuoi educare seriamente, devi accettare di essere ludico. Devi accettare, anzi, di essere buffo con i tuoi figli». Quella del gioco è l’ottica di chi si pone al livello della prole, non per omologarsi ma per sviluppare una forte empatia.
Diciamo la verità: il termine disciplina evoca sensazioni sgradevoli, sebbene ognuno sappia che senza di essa è impossibile qualsiasi azione educativa. Su ciò, Cheaib scrive considerazioni illuminanti: distinguendo la famiglia affettiva da quella normativa, indica il percorso per giungere a un giusto equilibrio che sa armonizzare legge e amore.
È l’autore stesso ad avvertire il lettore che il capitolo dedicato all’educazione narrativa ha un carattere fortemente autobiografico: padre di tre figli, Cheaib afferma con gioia di aver riscoperto il valore dei racconti che “sono un buon passatempo”: «Io spero che possano aiutarti a cogliere la preziosità del tempo della tua vita». D’altro canto, come non ricordare che Gesù fu un maestro che amò fare uso delle parabole? Spesso si insegna di più e meglio proponendo un racconto che tenendo una lezione. La Bibbia stessa è una straordinaria narrazione e all’inizio di ogni cammino di fede c’è l’ascolto di un racconto: di qui la certezza della necessità di narrare anche al fine di tramandare e di non dimenticare, come in numerose occasioni ci insegna proprio la Sacra Scrittura.
Il quarto capitolo del libro è incentrato sull’educazione responsabile, che ha come pilastro l’amore che unisce i genitori e dal quale deriva la loro autorevolezza. Accanto all’amore non può mancare la ragione: essa permette al babbo e alla mamma di corroborare la testimonianza esistenziale con importanti contributi culturali adatti a rispondere ai tanti interrogativi che i figli non mancheranno di sollevare: di qui l’importanza della lettura di buoni libri, l’ascolto di guide sagge e competenti, l’approfondimento di temi complessi. L’educatore responsabile trasmette ciò che ha ricevuto, fa valere i propri principi e orienta i figli verso di essi.
Infine, l’educazione è responsabilizzante: un pedagogo serio non può trasmettere ciò che non vive in prima persona. I genitori cristiani devono manifestare con chiarezza e coerenza la fede che vogliono insegnare ai figli, e ciò aumenta la loro responsabilità. Cheaib propone al lettore un’ultima illuminante riflessione nell’Epilogo, laddove si rivolge ai genitori dei figli prodighi. L’educazione è una “scommessa” difficile, che non sempre si riesce a vincere — ricorda l’autore. A questo proposito, il padre e la madre cristiani non possono perdere di vista la parabola evangelica del figlio che abbandona la famiglia per poi farvi ritorno dopo aver sperimentato il fallimento: egli viene riaccolto a braccia aperte. È quello che il Padre celeste fa con ciascuno di noi e che noi a nostra volta siamo chiamati a fare, nella certezza che la misericordia è una virtù profondamente educativa.
di Maurizio Schoepflin
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