La fede in Parlamento: crisi e uso politico dei simboli religiosi



Era da anni che non mi appassionavo più di politica: questo è forse l'unico merito che riconosco all'attuale crisi. Per il resto, oltre alle dovute preoccupazioni e alle lecite opinioni, sono rimasto sorpreso di quanto la fede sia entrata nei discorsi parlamentari di ieri. Ecco alcune reazioni che ho raccolto sulla stampa.

Scrive l'AGI:
Va in scena lo scontro tra i due avversari omonimi, ognuno dei quali ha scelto l’altro come bersaglio principale. E viene tirato per la tunica anche un terzo Matteo, l’evangelista. Renzi, a proposito del caso Open Arms, ricorda il passaggio del suo Vangelo ove Cristo recita: “Ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Solo uno dei tanti momenti in cui la religione è diventata protagonista del dibattito. Conte critica lo sfoggio fatto da Salvini di simboli religiosi. L’interessato replica di aver invocato il Cuore Immacolato di Maria per gli italiani ma non per sé stesso. Decidere se ciò sia legittimo o sia invocare invano è una valutazione che lasciamo agli uomini di Chiesa, che ultimamente appaiono poco concordi su questo punto come su tanti altri.   
E il Corriere
«Dio ti vede, Stalin no» era lo slogan coniato per la Democrazia Cristiana da Giovanni Guareschi durante la campagna elettorale del 1948. Da allora, mai come oggi la religione ha fatto irruzione in un dibattito politico. Crocifissi, rosari, immacolato cuore di Maria, citazioni di papi e vangeli: i simboli della fede sono risuonate più volte nell’aula di Palazzo Madama, tempio laico della democrazia di uno stato laico.
Il primo a tirare in ballo l’Altissimo è stato il presidente del consiglio Conte: nella sua reprimenda contro Salvini il premier non ha tralasciato di sottolineare quanto il suo vice avesse fatto ricorso all’ostensione di rosari nelle piazze in cui teneva comizi, chiedendo che i simboli religiosi non entrassero nell’agone politico. In tutta risposta Salvini, che gli sedeva accanto, ha estratto di tasca un rosario e l’ha baciato.
Il gesto è stato replicato poco dopo dallo stesso Salvini, nel corso dell suo intervento: ha rivendicato il diritto a invocare la protezione sull’Italia «dell’immacolato cuore di Maria». Immediato e rumorosa la reazione dell’aula, tanto che la presidente dell’assemblea Elisabetta Casellati è dovuta intervenire invitando Salvini a non mostrare simboli religiosi in aula. Salvini, tuttavia, ha chiuso il suo intervento citando, sempre mentre l’aula rumoreggiava, Giovanni Paolo II.
Il sentimento religioso è tornato però a fare capolino durante l’intervento di Matteo Renzi: dai banchi del Pd l’ex premier e segretario dem ha detto di condividere con il rivale Salvini la fede cristiana e ha fatto ricorso a una citazione del Vangelo secondo Matteo («ovviamente...»): «Ero straniero e mi avete accolto, avevo fame e mi avete dato da mangiare...», citazione che ha accompagnato la richiesta di fare sbarcare subito i migranti bloccati sulla open Arms.
La commistione tra religione e politica ritorna anche nell’intervento del senatore del M5S Nicola Morra: anche l’esponente pentastellato, nonché presidente della commissione antimafia, critica il Salvini che sventola rosari in pubblico e in particolare fa riferimento al fatto che in alcune terre del Sud, questo è un simbolo non solo religioso ma anche mafioso.
Sempre sul Corriere la satira di Gramellini: "Per conto di D’Io"
Più che una crisi di governo, è una crisi mistica. La Trinità al centro dell’inquadratura: Conte, Salvini e Di Maio. Padre, Figlio e Spirito Stanco. La presidente del Senato in viola quaresima. Salvini che si ingobbisce sulla sedia per sbaciucchiare il rosario come una beghina. Renzi, l’ego della bilancia, che legge un passo del vangelo «ovviamente secondo Matteo». Salvini, in attesa delle stimmate, che cita papa Wojtyła e raccomanda l’Italia al cuore immacolato di Maria. Toninelli concentrato al punto da sembrare illuminato, o fulminato. C’è persino un miracolo, la resurrezione di Scilipoti. Bisogna riconoscerlo: in quasi mezzo secolo di potere la DC, che pure si chiamava Cristiana, non arrivò mai a tanto. Scalfaro aveva la spilla dell’Azione Cattolica all’occhiello, ma non la brandiva di continuo. Quanto a De Gasperi, si limitava ad andare a messa con Andreotti. Uno parlava con Dio e l’altro col prete, scrisse una volta Montanelli. Sì, ma a me il prete rispondeva, chiosò Andreotti, e la questione fini lì. 
Adesso il mondo dello spettacolo annovera ben tre don Matteo, però solo il più anziano non oscilla nei sondaggi, quello che da giovane faceva a botte al cinema con Bud Spencer. Gli altri due fingono di darsele tra loro in Parlamento. Il lombardo è un parroco alla mano, purché accessoriata di telefono per i selfie. Il toscano è un prelato algido, però ironico. Ostentano simboli e testi religiosi, ma non abbiate paura: rimangono ostinatamente in missione per conto di D’Io.  
Per i commenti si fa trovare pronto Avvenire che pubblica due riflessioni. La prima, del teologo Giuseppe Lorizio: I segni della fede. Si fa presto a dire «simboli». Un po' di vera e sana laicità
L'attuale stagione politica, compreso il dibattito cui abbiamo assistito al Senato sulle comunicazioni del presidente del Consiglio italiano, usa purtroppo a sproposito la parola "simbolo", affiancandola all’aggettivo "religioso". Il linguaggio è importante e talvolta va purificato, onde evitare volgari fraintendimenti. Come tutti sanno l’etimo del termine "simbolo" dice "tenere insieme" realtà distanti, ma dice anche ricomposizione di persone che si sono allontanate. Se poi si riflette sull’aggettivo "religioso" si tratta del tenere insieme il trascendente e l’immanente, l’infinito e il finito, l’eterno e il tempo. Non mi pare che da una parte e dall’altra si sia rispettato questo orizzonte di senso.
Certo ogni dimensione dell’esistenza deve cercare di coniugarsi con l’oltre, ogni aspetto della storia con il metastorico, ma sempre e comunque in un contesto preciso e ben determinato. Decontestualizzare i simboli, siano essi religiosi o sociali, naturali o culturali significa profanarli, banalizzarli e defraudarli della loro profonda valenza valoriale. E questo vale per tutto l’universo simbolico che è tipica espressione dell’umano, poiché l’uomo è un «animale simbolico», secondo la felice espressione di Ernst Cassirer. La bandiera, l’inno, la croce, l’icona hanno e rivelano il loro senso solo nel contesto che è loro proprio. Altrimenti vengono strumentalizzati e profanati.
Certo il simbolo ci identifica e al tempo stesso ci unisce, mai dovrebbe dividere e alimentare conflitti di civiltà e di appartenenze tanto meno politiche e, peggio ancora, partitiche. Ma, prima ancora che di deprecabili comportamenti di parte, questa funzionalizzazione e strumentalizzazione dei simboli è indice di una modalità culturale, che nemmeno il ricorso alla barbarie può giustificare, in quanto anche il "mondo dei barbari" era un universo profondamente e autenticamente simbolico.
La contrapposizione su questo terreno è a mio avviso sterile, se non nociva e serve solo a chi intende enfatizzare il conflitto. Insomma così facendo in ultima analisi si fa il gioco dell’avversario. Meglio il silenzio, unitamente alla capacità di tornare a esprimere il nostro universo simbolico nel contesto che gli è proprio: quello autenticamente religioso e credente, civile e culturale. E questa di chiama laicità.
Quando subisco a questo proposito il blaterare dei politici di turno, mi tornano in mente i versi di Charles Baudelaire, in "Corrispondenze": «La natura è un tempio dove pilastri viventi / lasciano talvolta sfuggire confuse parole; / l’uomo vi passa, attraverso foreste di simboli, / che lo guardano con sguardi familiari. / Simili a lunghi echi, che di lontano si confondano / in una tenebrosa e profonda unità / vasta come la notte e come la luce / i profumi, i colori e i suoni si rispondono. / Profumi freschi come carni di bimbi, / dolci come il suono dell’oboe, verdi come praterie. / E altri corrotti, ricchi e trionfanti, / vasti come le cose infinite: / l’ambra, il muschio, il benzoino e l’incenso, / che cantano i rapimenti dello spirito e dei sensi».
Teologo, Pontificia Università Lateranense
L'altro commento è del giornalista Mimmo Muolo:  Crisi di governo. Rosario, Vangelo e Giovanni Paolo II tirati in ballo a sproposito
Rosari esibiti e baciati, citazioni di Giovanni Paolo II e consigli per la lettura del Vangelo. Di Matteo, ovviamente. Dal Matteo ex premier a quello ormai quasi ex ministro dell’Interno e vicepremier. La cronaca della formalizzazione della crisi di governo registra anche questo ennesimo uso improprio dei simboli religiosi, ridotti a meri oggetti, quasi dei portafortuna. Non è una novità, dato che Salvini vi aveva ampiamente e platealmente fatto ricorso durante la campagna elettorale per le europee.
Ma ieri c’è stato un ulteriore salto di "qualità", perché il tutto si è svolto nell’aula del Senato (ed è probabilmente una prima volta), dove l’uso di quei simboli è vietato dal regolamento, come ha fatto notare il presidente, Maria Elisabetta Alberti Casellati, stigmatizzando prontamente lo "sgarbo istituzionale" del leader leghista. E dove il comportamento di Salvini ha dato la stura a un dibattito nel dibattito, che ha alternato toni seri, sfottò francamente censurabili ed evidenti esagerazioni come quella del presidente della commissione antimafia, Nicola Morra (M5s) che equipara di fatto l’ostentazione del Rosario e il votarsi alla Madonna a mandare messaggi alla ’ndrangheta.
Il tutto è stato originato da un passaggio del premier Giuseppe Conte che ha rimproverato proprio a Salvini la sua disinvolta condotta rispetto agli oggetti sacri. «Chi ha compiti di responsabilità dovrebbe evitare, durante i comizi, di accostare agli slogan politici i simboli religiosi. Matteo – gli ha ricordato, rivolgendoglisi direttamente – nella mia valutazione questi comportamenti non hanno nulla a che vedere con il principio di libertà di coscienza religiosa, piuttosto sono episodi di incoscienza religiosa, che rischiano di offendere il sentimento dei credenti e nello stesso tempo, di oscurare il principio di laicità, tratto fondamentale dello Stato moderno».
L’elegante richiamo istituzionale del premier ha avuto però l’effetto della benzina sul fuoco. Quasi presagisse la tirata d’orecchie, il ministro dell’Interno (che fin dall’inizio della seduta teneva stretto in pugno di Rosario di Medjugorie), ha tirato nuovamente fuori la coroncina e l’ha baciata coram populo. Poi, quando è toccato a lui replicare, ha rivendicato: «Sono orgoglioso del fatto che credo, non ho chiesto mai per me la protezione, ma la protezione del Cuore Immacolato di Maria per il popolo italiano la chiedo finché campo». E di nuovo baciando il Rosario ha concluso il suo intervento.
Non prima di aver citato san Giovanni Paolo II: «Lui diceva e scriveva che la fiducia non si ottiene con le sole dichiarazioni o con la forza, ma con gesti e fatti concreti». Citazione tratta da una delle tante "cartoline" di aforismi che circolano su internet senza citazione della fonte. E che comunque certifica il trasformismo leghista (oltre che riguardo ai meridionali) rispetto ai tempi in cui La Padania di Bossi infieriva gratuitamente su papa Wojtyla all’indomani della sua scherzosa frase in romanesco ai preti di Roma.
Dopo il gesto di Salvini (che poi con i giornalisti ha ribadito: «Posso tenere il Rosario, senza che nessuno lo ritenga un pericolo per la democrazia? Ricordo Conte con padre Pio da Vespa»), in aula è scoppiata la bagarre. Il leghista Simone Pillon ha imitato il suo leader, il senatore socialista Riccardo Nencini gli ha gridato: «Facci vedere le stimmate» e un esponente di FI ha notato: «Sembra di essere a una funzione religiosa».
Matteo Renzi, invece, nel suo intervento, è andato nel merito di un riferimento coerente al Vangelo: «Salvini legga il Vangelo, ovviamente secondo Matteo, quando dice "avevo freddo e mi avete accolto, avevo fame e mi avete dato da mangiare". Se crede in quei valori, faccia sbarcare quelle persone che sono ferme, ancora adesso, ostaggio di una politica vergognosa».
 Su fronte opposto c'è il commento su La Nuova Bussola Quotidiana di Andrea Zambrano: 
  • LA FIDUCIA TRA SACRO E PROFANO. E al sentir di Maria, dal Pd schiumarono di rabbia
  • Il dibattito in Senato attraversato da citazioni e rimandi cattolici: il predicozzo di Conte, lui devoto di Padre Pio - su slogan e simboli religiosi e il Vangelo dell'accoglienza di Renzi. Ma al sentire il Cuore Immacolato di Maria pronunciato da Salvini, dai banchi del Pd iniziano a schiumare di rabbia come satanassi. Va bene crederci, ma agire di conseguenza a quando?
    Salvini bacia il Rosario mentre parla Conte
    La foto simbolo è quella di Salvini che bacia il Rosario quasi di nascosto, come lo scolaretto a scuola che copia, ma sapendo che in quel momento tutti i fotografi appostati nella piccionaia di Palazzo Madama con i loro teleobiettivi non aspettavano altro. Accanto a lui c’è il di lì a poco ex premier Giuseppe Conte che lo ha appena rimbrottato: «Lascia che te lo dica Matteo, non si usano i simboli religiosi per fare politica». E’ forse il primo momento in cui l’avvocato dei Cinque Stelle strappa il convinto applauso del Pd. Che non aspettava altro. Inchiodare il Truce alla croce preparata da tempo con il livore e il fastidio di chi trema appena vede un Rosario o un crocifisso. E questo Salvini lo sa. 
    Il dibattito di ieri sulla fiducia ha avuto come filo rosso un elemento che ha unito Salvini e Conte passando per quel terzo incomodo ormai redivivo che è l’altro Matteo, Renzi: Rosari da baciare, passi del Vangelo da citare e prediche sulla libertà di coscienza religiosa (che sarà mai poi…?) da impartire. 
    Si scontrano due politiche in lotta l’una con l’altra? Vero, Europa contro anti Europa, Euro contro no Euro, globalizzazione contro protezionismo, atlantismo contro putinismo, porti aperti contro porti chiusi. Verissimo, come ha detto ieri il Foglio. Ma la lotta è anche tra due visioni opposte della fede, due modi di concepire la presenza e il ruolo della religiosità. Uno scontro interessante da raccontare e difficilmente incasellabile perché visto quanto è accaduto ieri in Senato viene da chiedersi se in un qualche modo la fede cattolica non venga utilizzata ancora come instrumentum regni. Il punto non è chi ci crede di più, ma chi riuscirà a risultare più credibile.
    Con la Patria e la Famiglia ormai compromesse, ci rimane Dio. E ognuno ha giocato la sua parte in commedia. Un po’ per strappare l’applauso, un po’ per lanciare un messaggio all’elettorato cattolico che è ormai più balcanizzato della Jugoslavia dopo Tito.  
    Proprio come a scuola ci vuole qualcuno che incominci. Conte parla di libertà di coscienza religiosa rimproverando a Salvini che “non si usano i simboli religiosi come slogan politici”. Tempo pochi minuti e dal suo studio ai piani alti vaticani l’internauta compulsivo padre Antonio Spadaro gongola e rilancia: “Oh yeah…”. “Incoscienza religiosa” e “oscuramento della laicità dello Stato”, musica alle orecchie di certi vescovoni...
    Lamentavamo dei preti che fanno politica in omelia. Bè, se è per questo abbiamo però politici che fanno ormai le omelie. Il rimprovero, fatto poi da un premier che non ha mai fatto mistero di essere un devoto di Padre Pio nella carta di identità, fa però sorridere. 
    E Salvini non se lo lascia scappare. Verso la fine del suo intervento, quando il picco del pathos deve per forza rianimarsi, il ministro degli Interni tra poco ex parla del futuro di crescita che vuole offrire agli italiani e alle famiglie: «Mi permetta signore Presidente - dice rivolto a Conte - lei fa un torto ai cattolici italiani quando pensa che votano in base a un Rosario e io sono orgoglioso di credere e di testimoniare con il mio lavoro il fatto che credo e non ho mai chiesto per me la protezione, ma per il popolo italiano e finché campo chiederò la protezione del Cuore Immacolato di Maria perché questo è un Paese che merita tutto e non me ne vergogno di consegnare nelle mani di Maria il destino del popolo italiano. Non me ne vergogno». 
    Qualcuno estrae un Rosario, la presidente Casellati si volge alla sua destra per ricordare che non si mostrano simboli religiosi. Poi si volge a sinistra e assiste ad uno spettacolo incredibile: non appena viene pronunciato il nome del Cuore Immacolato di Maria dai banchi del Pd e dei Cinque Stelle partono urla schiumanti rabbia davvero impressionanti. E’ questo il momento clou: una truppa di scalmanati che digrigna i denti al solo sentire il nome di Maria. Come diavoletti scatenati al solo sentire quel nome. Da notare comunque, al di là delle intenzioni di Salvini, ma comunque da notare. 
    Ma ormai Spadaro sulla sua seggiolina ha un infarto. E quando il leader leghista auspica un Paese «libero e sovrano con figli e una mamma e un papà» la senatrice Cirinnà diventa una furia tanto da venire richiamata. In conclusione c’è spazio per una citazione di san Giovanni Paolo II sulla fiducia. Il Pd torna a scaldarsi come un satanasso: «Bè, che c’è?», fa eco Salvini: «Voi citerete Saviano e io San Giovanni Paolo II… posso essere libero di rifarmi alle opere, alla vita e ai miracoli di chi meglio ritengo?». Ancora urla e applausi in un mix inestricabile. Di Spadaro non si hanno notizie, ma la tranvata l’ha sentita tutta. 
    Arriva Renzi e per non essere da meno cita il terzo Matteo, quello del Vangelo: «Io rispetto la sua fede religiosa che condivido anche se con accenti diversi e allora legga il Vangelo, ovviamente secondo Matteo, quando dice “avevo freddo e mi avete accolto, avevo fame e mi avete dato da mangiare”. Se crede in quei valori faccia sbarcare quelle persone che sono ferme, ancora adesso, ostaggio di una politica vergognosa». Applaudono solo i suoi, ma nessuno dall’altra parte schiuma di rabbia e anche questo vorrà pur dir qualcosa. Spadaro forse si riprende un po’, ma la botta prima era stata di quelle grosse. 
    Che poi, con tutto questo citare e evocare, nessuno a cui venga mai in mente sempre Matteo, ma al capitolo 7: “Non chiunque mi dice: SignoreSignore, entrerà nel regno dei Cieli, ma...”. Va bene crederci, ma agire di conseguenza a quando? 
  • ***
  • Infine un articolo precedente al dibattito parlamentare apparso su SanFrancesco.it:
  • La politica e l'uso dei simboli religiosi tra passato e presente

    Anche in tempi lontani il Rosario era usato come baluardo contro le invasioni, ma ci sono differenze sostanziali

    I leader della nuova “destra cristiana” non sembrano realmente attenti ai valori religiosi. Ad esempio, pur avendo sostenuto la convocazione del congresso mondiale sulla famiglia, il leader leghista parlando delle difficoltà con i 5 Stelle ha detto che quando una coppia non funziona più i coniugi hanno una cosa sola da fare, divorziare. Non sembra proprio il manifesto del tutore della famiglia tradizionale. Eppure nell’azione politica di Matteo Salvini la religione è davvero importante e l’unione tra culto mariano e chiusura ai migranti, pregiudizio etnico, ostilità ai musulmani ne è un cardine. Non si tratta di una peculiarità italiana: anche in Polonia e in Libano si notano tendenze simili. In Italia abbiamo avuto prima l’esibizione del rosario nei comizi, poi il ringraziamento proprio alla Beata Vergine Maria per l’approvazione del decreto sicurezza bis.

    La visione politico-religiosa di Salvini su cosa farà perno? Indubbiamente sulla battaglia di Lepanto, quando la coalizione cristiana voluta da Pio V, di cui Venezia fu parte prioritaria, sconfisse la flotta del Sultano ottomano. Le ore della battaglia furono accompagnate da continue recite del rosario e la leggende vuole che papa Pio V ebbe la visione della vittoria proprio nel momento in cui questa arrise ai cristiani. Nel giorno della battaglia di Lepanto, 7 ottobre, fu istituita la festa della Madonna del Rosario. Nei secoli successivi il rosario è divenuto un cardine della battaglia contro il modernismo.

    Ma è l’ identificazione del rosario e di Maria con la battaglia contro il nemico musulmano a primeggiare nel progetto leghista e il suo concetto fondamentale ha avuto un avallo ecclesiale in passato, eliminato dal Concilio Vaticano II, quello che ha sradicato il pregiudizio anti ebraico dalla Chiesa e dalla sua liturgia e avviato il dialogo con l’Islam.

    Da quando il flusso migratorio ha portato molti musulmani verso l’Europa alcuni episcopati hanno usato il rosario proprio contro di essi, quasi a rivedere nella Madonna un simbolo anti islamico e nei migranti gli eredi dei soldati ottomani, che intendevano conquistare territori europei. Basti per tutti costoro ricordare l’episcopato polacco che ha coinvolto milioni di fedeli in una marcia con il rosario in mano lungo i confini della Polonia, quasi a farne uno scudo, o una recinzione, contro i profughi invasori.

    Tutto questo è importantissimo per le politiche costruire sull’idea di un nemico esterno. A popoli o società che non possono o non devono vedere il nemico interno, che può essere un ceto, una politica economica o una visione sociale, viene offerto un surrogato di identità che unisce contro il nemico esterno, sempre musulmano o cristiano, a seconda dei Paesi e dei proponenti: e il nemico è sempre identificato con la sua fede e viene sempre definito invasore. Lo stesso discorso dei terroristi, siano jihadisti o suprematisti, originari di qui.

    Nel mondo musulmano l’esempio più estremo e trasparente è quello di Bin Laden, dal quale l’Occidente è stato definito crociato, cioè invasore di un mondo arabo-islamico a volte affidato a tiranni da esso delegati a opprimerlo. Nel complesso per Bin Laden l’Occidente è impegnato in una crociata eterna, che richiede una reazione uguale e contraria. Di più, egli ha contestato agli Stati Uniti le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, dove non c’erano musulmani. Patrick Crusius, il terrorista bianco che ha ucciso 22 persone a El Paso, si è riferito allo stragista delle moschee neozelandesi, parlando di “Great Replacement”, la grande sostituzione, evidentemente etnica.

    Il Great Replacement è, nel linguaggio di Bin Laden, l’eterna crociata. Il terrorismo per Bin Laden è la risposta al terrorismo americano. Conta poco in questo contesto che per molti Bin Laden in realtà puntasse a conquistare il potere interno alla sua comunità.

    Ovviamente questo uso del nemico esterno è un propellente potente se si riesce a piegare la religione alle proprie finalità. In Italia l’idea del Great Replacement è ben nota, in chiave di islamizzazione o arabizzazione del vecchio continente. I migranti sono sempre invasori e musulmani anche se spesso non sono musulmani: è così che il riferimento o il rimando a Lepanto può divenire importantissimo. Allora come oggi deve essere il rosario a tutelare la coalizione cristiana contro gli invasori. Da una narrazione del genere deriva che la religione sacralizza la politica, usando un’ansia profonda. La religione diviene un involucro, un’armatura da indossare per difendersi dall’altro, è lui il vero pericolo. L’ovvia considerazione che il nemico di ieri oggi non arriva con galeoni ma disperato e vestito di stracci, chiedendoci di salvarlo e quindi capovolgendo il senso della storia dalla passata inimicizia all’odierna richiesta di fratellanza viene cancellato in nome della paura. Il culto e la contrapposizione in nome di esso è fondamentale per convincere.

    Siamo dunque davanti ad un culto mariano evidentemente distorto da vicende storiche legate a un contesto storico molto particolare come quello della battaglia di Lepanto, preceduta dal trattato di alleanza franco ottomano e seguita da altre alleanze, trasformato in avversione eterna e universale, che non ha nulla a che fare con la Vergine Maria dei Vangeli. La dimostrazione più semplice la dà il Vangelo di Luca, con la celebre preghiera mariana del Magnificat. Leggere questa preghiera mariana è semplice ma importantissimo per vedere come sia molto più vicina alla realtà l’immagine di Maria con il giubbotto salva-vita sul barcone dei migranti che quella di custode della chiusura dei porti. Eccola:

    L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.

    Il riferimento alla discendenza di Abramo, che notoriamente avrebbe presto incluso i musulmani, sembra già porre le basi della notissima devozione coranica per Maria. Ma è nella parte centrale del Magnificat che figura tutta l’essenza dell’impossibilità di utilizzare Maria contro i migranti. La misericordia, i ricchi rimandati a mani vuote, gli affamati ricolmati di beni, i superbi dispersi, gli umili innalzati. Tutto questo è assai più vicino a centinaia di testi di teologia della liberazione, al di là di alcune derive dovute anche quelle al contesto e ai tempi, che a chiusure, respingimenti, muri. Eppure la tendenza a fare della religione un muro che separa dagli altri e dà un’identità tribale alle comunità è diffusa.

    L’esempio più lampante è quello libanese, dove la leadership politica libanese, dopo aver consegnato il paese ad Hezbollah, ha tentato di convincere i membri della propria comunità comunità di avere potere politico impedendo il concerto di una band rock perché si sarebbe macchiata di vilipendio della religione esibendo fu facebook un’icona della Madonna con Bambino sostituendo il volto della Madonna con il volto della rockstar Madonna. E’ la riprova di come la religione possa servire al potere politico per porre dei falsi problemi non potendo risolvere quelli veri. Ma le conseguenze possono essere gravissime. I libanesi possono aver dimenticato che dopo la guerra civile la polizia siriana li inquisiva in base ai propri gusti musicali (che indicavano tendenze filo-americane)? L’esito è sempre quello indicato dall’imperatore Teodosio tanti secoli fa: non conferma i valori della fede professata, ma trasforma l’impero in teocrazia, attribuendo all’imperatore i poteri di giudice supremo della nuova religione di stato. Il problema è capire chi sarà Teodosio, e il Libano pochi sono i dubbi al riguardo.

    Torniamo a Salvini e alla sua indicazione che il sì al decreto sicurezza abbia coinciso con la data di nascita della Vergine Maria, il 5 agosto. Questa data, ha spiegato, viene indicata nelle apparizioni di Madjugorje. Qui la finalità è evidente: stabilire un rapporto di politico con il popolo di Madjugorje, che esiste e che si sarà sentito accolto, rappresentato, a prescindere da qualsiasi interesse per il valore spirituale della sua partecipazione al “fenomeno” Madjugorje.

    Ecco perché, a mio avviso, tanto il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, che il direttore di Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, hanno usato espressioni cruciali e chiarissime, parlando di cristianesimo contrario alla xenofobia il primo e di tempo di resistenza il secondo. In definitiva loro sanno perfettamente e ci avvisano che il rischio presente è quello del ritorno alla religione ancella della politica, “istrumentum regni”. E questo oggi passa attraverso la “perversione” dell’identitarismo.

    Come ha scritto con assoluta precisione Mattia Ferraresi su Il Foglio, l’ identitarismo nega che ogni identità sia plurima, ma cerca di nazionalizzare le coscienze individuali convincendo che “Ciò che definisce una persona è la sua dimensione etnica e razziale, che diventa la lente attraverso cui legge qualunque cosa. Da questo si deduce che le etnie, che si esprimono al massimo grado quando sono pure, devono rimanere il più possibile separate.” Ecco che chi è fuori di noi è nostro nemico, come dimostra la storia dei nazionalismi. Si arriva così fino alle idee che propugnano i terroristi che non chiamiamo così, cioè quelli che in modo da non rendere chiaro il loro progetto chiamiamo “suprematisti bianchi”, in California, nel Texas, in Nuova Zelanda e ancora.

    Questo pericolo che appare lontano è ben chiaro a chi ha consapevolezza del carattere universale della religione monoteista, mentre per la stessa religione ma nazionalista diventa un rischio naturale. La religione infatti è così potente da potersi trasformare in strumento di esclusione finalizzata a rappresentare “una comunità”: allora può accadere che l’altro-etnico sia un nemico anche se è della stessa fede: il caso americano è lampante essendo i latinos cristiani come i suprematisti bianchi.

    Piegare la figura di Maria a questa cultura è un’impresa che da noi può trovare solo nel mito della battaglia di Lepanto un’arma capace di capovolgere il senso naturale della devozione a Maria quale nostra personalissima madre in quanto madre per tutti e di tutte, come persone e come popoli e in particolare di tutte le vittime: il rischio è enorme e sottovalutarlo sarebbe da irresponsabili. Se Cristo si è fermato a Eboli allora Maria può fermarsi a Lepanto, ma in questo caso non ci sarebbe nulla da scoprire, ma solo da temere.

    Il mondo laico in particolare è chiamato a capire il messaggio culturale di Bassetti e Spadaro: loro non lo dicono ma è evidente che oggi esiste una leadership morale globale contro il nichilismo immorale dei neo-identitarismi, quella di Papa Francesco: riconoscere la priorità odierna dell’impegno per le libertà sociali, la “libertà da”, quale nuova priorità davanti a un sistema che si è fatto edonista e mercantile, creerebbe le condizioni per un nuovo incontro. Alle volte i problemi, se capiti, possono aprire una prospettiva. Il fatto è che questa prospettiva oggi appare urgente, urgentissima.

    Riccardo Cristiano

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