"Tredici": una serie tv per il cammino degli adolescenti della Parrocchia


Qualcuno storcerà il naso per questa decisione azzardata di utilizzare la serie TV "13" della Netflix per il cammino dei gruppi giovanili della nostra Parrocchia. La storia è nota (e molto popolare tra gli adolescenti): una diciassettenne, Hannah, decide di suicidarsi e di lasciare incisi i 13 motivi (o persone) che l'hanno spinta a questo gesto estremo. Si parla di pettegolezzi, amicizie tradite, cyberbullismo, violenze sessuali... in una spirale di negatività sempre più agghiaccianti, ma insieme emotivamente avvincenti.

Se lo scorso anno abbiamo affrontato i temi legati all'amore e all'affettività, quest'anno tentiamo di affrontare tutto ciò che è disamore e che distrugge i legami. Accanto a molte voci critiche preoccupate per le crudezze e le possibili cattive influenze della serie TV, ho trovato due articoli incoraggianti. Uno è di Alessandro D'Avenia che titola: "13: l’assordante vuoto d’amore in una serie TV" e scrive:
(...) Nella serie l’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.
È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro allo psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che non basta il rispetto, non bastano le regole, che il consumismo relazionale è un veleno e che per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto (familiare, scolastico…). È l’adolescente protagonista che impara che il bene dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.
Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte di una storia, ma si riducono ad atomi incapaci di comprendere la realtà, perché nessuno gliene offre le parole adatte, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della società di oggi, quella americana sicuramente più avanti della nostra, ma neanche tanto: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere, cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello che si è e non per quelle altre tre cose. Ma la famiglia non ha tempo per fare questo, oppressa anche lei da un meccanismo soffocante. Non c’è tempo per le relazioni buone, il tempo che permette di far emergere le ferite e le gioie, che va a costruire quel nucleo forte di amore da cui un bambino ed un adolescente imparano a guardare ed affrontare il mondo.
(...)  La passione per questa serie da parte dei ragazzi la tradurrei così: «Insegnateci a voler bene davvero, ridateci relazioni significative e non consumistiche, trovate il tempo da impegnare per noi come la cosa più importante che vi è capitata nella vita, guardateci, andate oltre le apparenze, consegnatemi il testimone della vita perché io cominci la mia corsa e sappia perché sto correndo». (...) Tredici sono le ragioni per cui una ragazza si toglie la vita: e sono persone, cioè relazioni. Una è la ragione che le unifica tutte: la mancanza d’amore. L’amore è dare valore alle persone, e il valore sì dà solo quando si dona il proprio tempo a curare la relazione con l’altro, costi quel che costi
Un'altro articolo "incoraggiante" è stato pubblicato su Aleteia (network cattolico): "13: una serie TV che và vista assolutamente":
Ho da poco finito di vedere, su Netflix, 13 Reason Why, in italiano tradotto semplicemente “13”, un serie di 13 episodi che raccontano con realismo, crudezza e poesia la storia della giovane Hannah Baker e i motivi (tredici per l’appunto) che alla giovane età di circa 17 anni ha deciso di suicidarsi.
Cercando di evitare gli spoiler (tranne forse qualcosa del primo episodio, ndr) la trama di “13” è facile da raccontare: una ragazza di un liceo americano si suicida e decide di far sapere – tramite 7 audiocassette – a quelli che lei ritiene i responsabili della sua scelta il perché. Sono 13 persone della scuola, le cassette hanno un preciso ordine di ascolto, e – questa è l’istruzione della ragazza – vanno passate al successivo della lista nell’ordine di ascolto in modo che tutti sappiano le colpe degli altri.



Osserviamo lo svolgersi delle puntate con flashback e attraverso i dialoghi tra i protagonisti, in un continuo rimando tra presente e passato. Vediamo in particolare il punto di vista di Clay Jensen, uno degli ultimi a ricevere le cassette, distrutto dalla morte di Hannah e che subirà la voce della ragazza di cui era segretamente innamorato come una punizione lunga ed estenuante. Ci si affeziona a Clay, così come si prova pena per Hannah. Nel frattempo si vedono gli effetti del suicidio sulla comunità scolastica e ancora di più il dramma dei genitori della ragazza, incapaci di comprendere i motivi del gesto e alla ansiosa ricerca di risposte e di colpevoli. Ma ci si innamora, in qualche modo, anche delle piccole povertà degli altri personaggi, si intuisce tutto il disastro emotivo che si svolge dentro di loro facendo capire allo spettatore che questa non è una storia di buoni contro cattivi (tranne forse, ma non vogliamo dirvi nulla, ndr) quanto di adolescenti insicuri, che cercano di trovare un modo di sopravvivere in una società che fa della fama, dello status e del prestigio l’unica moneta di scambio nelle relazioni. Se non reggono la tensione insomma, non è solo colpa loro.
Come dice l’aforisma: Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre



Nonostante alcune associazioni di psicologi americane australiane si siano dette preoccupate di una così esplicita messa in scena della morte per suicidio, onestamente non riesco a pensare a questa serie come ad una apologia della morte o del tentativo di rendere romantico un gesto così estremo. Anzi. La serie è bella e ti prende proprio a partire dal peso e dall’angoscia il protagonista e per i genitori della giovane Hannah che fino alla fine non sanno cosa ha portato la loro unica figlia alla morte e si disperano. Mostrare la disperazione di amici e parenti, è anzi un buon modo per aiutare a capire gli effetti sugli altri, comprendere lo strazio potrebbe chissà far cambiare idea. Ma non è questo il punto. La serie è davvero ben fatta non perché voglia prevenire il suicidio (lo vuole, sia chiaro) ma perché mette tutti gli altri in guardia sui segnali e soprattutto sui comportamenti. In una società che vuole combattere il bullismo e le sue manifestazioni sui social network (forse persino peggiori di un pugno o di un insulto nei corridoi) bisogna avere lo stomaco di vedere gli effetti delle proprie azioni, e imparare l’empatia, mettersi nei panni dell’altro è l’unico modo per evitare che i ragazzi si facciano male l’un l’altro. La serie dimostra che l’adolescenza non è un pranzo di gala, e lo fa con un pugno allo stomaco, quasi a volervi far provare cosa vuol dire essere vittima di bullismo.
Vedete la serie se vi è possibile, fatela vedere se vi è piaciuta, non fosse altro perché i personaggi sono niente affatto piatti, tutti sono ben caratterizzati ed è facile immedesimarsi, ma soprattutto perché il messaggio della serie è questo: comunicate, imparate a raccontare il vostro stato d’animo, confidatevi, trattatevi l’un l’altro con gentilezza. Una richiesta per nulla banale…
Vedi anche: 


Presto pubblicherò le prime schede preparate per discutere in gruppo di ciascuna puntata. 

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