Galli della Loggia e la sua critica all' "ideologia" del Papa

L'editorialista di punta del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia, torna per la seconda volta in pochi giorni ad "attaccare" papa Francesco accusato di essere un "ideologo" più che una guida religiosa. Nel giornale di oggi scrive: "Il Papa, il sentimento religioso 
e il richiamo agli «ultimi»", con un sottotitolo ancora più esplicito: "Un messaggio che ponga in secondo piano l’obbligo dei credenti verso Dio diventa puramente ideologico".

Alla sua tesi ha risposto il teologo Francesco Cosentino su Settimana news con "Un papa scomodo" in cui scrive:

L’autorevole firma de Il Corriere della Sera sa scrivere bene, può anche “convincere” il lettore mettendo insieme, con retorica arte giornalistica, qualche sprazzo di verità insieme a qualche colossale bugia. Tuttavia, non incanta coloro che hanno occhi e cuore per leggere la storia reale di questo pontificato e di ciò che accade nella storia.

La cosa più ironica degli attacchi a Francesco è che, per colpirlo, finiscono per dire in modo semplice delle importanti verità, un po’ come successe a Caifa che, senza volerlo, pronunciò una profezia sul Cristo: «È meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non che perisca una nazione intera».

Così, Galli della Loggia afferma che «Il discorso pubblico di Francesco inclina a perdere ogni specificità di tipo religioso» appena esce dall’ambito delle cerimonie e dei riti; mentre separa culto e vita, lode ed impegno sociale, il giornalista dice una straordinaria verità: Francesco non è un papa religioso. Proprio così. Non gli interessa difendere un ruolo e marcare gli spazi di un’istituzione, né avere il controllo religioso delle coscienze e delimitare il potere religioso dinanzi a quello civile e politico. Al contrario, egli mette in atto la vecchia lezione di Ratzinger, secondo cui tanto più la Chiesa perde rilevanza sociale e politica e tanto più diventa la Chiesa di Cristo, spoglia da interessi mondani e preoccupata di portare la novità del Vangelo al mondo per trasformarlo non come forza politica, ma come lievito di una forza di altra natura. Il suo discorso non è specificatamente religioso perché sa che al cuore del Vangelo non c’è la religiosità ipocrita degli scribi e dei farisei, ma l’amore per Dio e per il prossimo.

Galli della Loggia accusa il Papa di fare un discorso sociale "staccato dalla stessa dottrina sociale della Chiesa e lo stesso messaggio evangelico rimangono sullo sfondo, trasformando tutto in un’ideologia anticapitalista, che attacca gli Stati Uniti e non fa mai riferimento all’Europa".
Gli ribatte Cosentino:

Le bugie hanno le gambe corte, specie in tempi di comunicazione social: basta recuperare la cronologia. Si potrà vedere bene come quasi mai un discorso ufficiale del pontefice prescinde dalla ricchezza del Vangelo e dalla bellezza dei gesti di Gesù, così come da ampi riferimenti al magistero del passato. Se poi a disturbare è la critica al capitalismo e neoliberismo odierni, la cosa è legittima; ma, dopo anni in cui un nemico altrettanto pericoloso come il comunismo ha occupato molti degli interventi sociali del magistero, è anche legittimo che oggi il papa denunci un sistema che continua a seminare nel mondo il cancro dell’ingiustizia. Circa l’Europa, sono numerosi gli interventi di papa Francesco, dal Discorso all’Europarlamento del 2014 fino al Regina Coeli di qualche ora fa.

Il fatto è – dice della Loggia – che, senza questa innervatura religiosa del discorso papale, si perde «ciò che ha sempre fatto la forza politica della Chiesa». E anche stavolta, suo malgrado, della Loggia dice la verità: Papa Francesco è convinto che la «Chiesa di Costantino» non fa una politica migliore a servizio del mondo, ma si caratterizza come un connubio con elementi mondani del potere politico-economico che, casomai, la snaturano. Essi la rendono potente da un punto di vista mondano, ma perdente quanto a logica evangelica. Egli sa – perché a differenza di chi lo accusa il Vangelo lo legge – che il seme evangelico dell’amore che trasforma il mondo, la società, le relazioni e le strutture, è diverso, e non sposa la logica del potere terreno e politico. Egli sogna una Chiesa spoglia, che non si sbraccia per esibire nel mondo la propria abilità nel saper entrare nel gioco della parti, ma si gloria solo dell’amore crocifisso di un re che non è di questo mondo. Un re che dalla sua Chiesa vuole una presenza storica e «politica» al modo del lievito e del piccolo seme nascosto.

L’ultima cosa che potremmo suggerire a della Loggia è rileggersi quanto scritto dalla sua compagna di vita, Lucetta Scaraffia, su L’Osservatore Romano del 2 dicembre 2018: «Con questa sua capacità di smascheramento, che sa applicare a molte questioni, Francesco dimostra come l’impegno spirituale cristiano sia sempre legato alla verità e quindi alla giustizia, e a come queste vengano vissute nel momento storico. Questo spiega il successo – ma anche le molte opposizioni – a colui che nei fatti è veramente un papa scomodo».

Anche questa è verità: un papa scomodo. Che speriamo adesso scomodi un po’ tutti a farci domande serie e sensate sulla nostra adesione al Vangelo. E, magari, scomodi anche i vescovi italiani, che forse sugli attacchi e le bugie rivolte da tempo contro papa Francesco, dovrebbero offrire qualche presa di posizione più netta.

Torniamo all'articolo di oggi. L'editorialista, volendo ribattere proprio alle critiche che gli sono state rivolte per queste parole, scrive:

"Sul rapporto della Chiesa cattolica con la politica ha sempre pesato un sospetto: che tale rapporto equivalesse in pratica a un tradimento del Vangelo". Un tradimento del Vangelo che è diventato particolarmente evidente in questi ultimi decenni in cui i cattolici "si sono divisi in due schieramenti politicamente contrapposti: quelli orientati in senso genericamente conservatore (i quali accettavano il modo in cui la Chiesa era solita gestire da sempre il suo rapporto con la politica), e quelli invece di orientamento progressista (prima liberale, poi democratico e/o socialista) i quali invece hanno sempre rimproverato alla Chiesa un eccessivo politicismo e una scarsa attenzione al messaggio evangelico. Con papa Francesco questi secondi pensano di aver finalmente trovato chi finalmente realizza il loro ideale. Egli infatti farebbe certamente politica, sì, ma mettendo il Vangelo al primo posto: come dimostrerebbe per l’appunto il suo richiamo costante agli «ultimi», considerati i destinatari principali del messaggio evangelico".

Ora accade che Adriano Sofri e Gianni Vattimo, approvando del tutto un tale orientamento, dichiarino il proprio reciso disaccordo con un mio articolo (Corriere, 10 maggio) nel quale io ho invece sostenuto che la scelta di Bergoglio proprio con la sua insistenza sugli «ultimi» quasi mai accompagnata da un’eguale insistenza sugli aspetti religiosi in realtà finisca per essere più che altro una scelta ideologica, e di conseguenza politicamente inefficace. In realtà la discussione su questi temi risulterebbe più chiara e quindi più utile se preliminarmente ci si chiarisse su alcune premesse. Per quello che mi riguarda proverò per l’appunto a farlo, naturalmente nel modo molto sommario e perentorio inevitabile in questa sede.
1)La Chiesa in quanto organismo storico sviluppatosi nei secoli non è nata solamente per predicare il Vangelo bensì per un’impresa in certo senso ben più ardua, cioè per mediare tra il Vangelo e il mondo: la politica consiste per l’appunto, in tal caso, nello spazio richiesto da questa mediazione. Se il gruppo dei primi discepoli del Cristo non avesse annoverate personalità straordinarie, Paolo in primis, capaci di compiere la fondamentale scelta geopolitica di venire a Roma e — dopo tre secoli di ardente proselitismo religioso segnato dalla persecuzione — di compiere la scelta ancor più decisiva (e difficile) di stipulare un accordo intimamente politico con l’Impero, la Chiesa non esisterebbe. Chi ha letto qualche libro di storia sa che da allora è stata questa la via percorsa da Roma: il Vangelo ma sapendo di dover per arrivare prima o poi alla politica, e la politica per guadagnare spazio alla Chiesa e al Vangelo. Quando ad esempio nel Natale dell’800 d. C. Carlo Magno fu incoronato dal papa Sacro Romano Imperatore nessuno, presumo, gli chiese conto della strage di 20 mila Sassoni compiuta allo scopo di convertirli al Cristianesimo. Semplicemente la Santa Sede capì il vantaggio che ne aveva e si era convinta che il mondo e la sua storia non sono propriamente un idillio. Che se si vuole stare dentro all’uno e all’altra non sempre è possibile farlo obbedendo ai dieci comandamenti. Assai più spesso è necessario ricercare un compromesso tra essi e il principio di realtà, tra le ragioni di Dio e le ragioni degli uomini, cioè del potere (come del resto sa bene la stessa Chiesa di Francesco allorché per giungere a quell’ accordo con il potere comunista cinese che le sta massimamente a cuore chiude disinvoltamente gli occhi sulle sue innumerevoli malefatte). E’ da questa realistica presa d’atto che è sorta l’opera di altissimo equilibrismo intellettuale in cui si riassume l’esperienza bimillenaria della Chiesa cattolica. La cui moralità mi pare sia consistita in ciò: fino ai più ampli limiti del possibile nel non allontanare mai da sé chi intendeva rappresentare un punto di vista diverso, chi al principio di realtà opponeva per l’appunto il Vangelo. Vangelo che nel corso della storia della Chiesa non ha mai cessato di rappresentare il formidabile principio di contraddizione impossibile da cancellare e mai cancellato. Anche perché in ultima analisi era ad esso, al suo messaggio di salvezza, che la Chiesa sapeva bene di dovere il proprio seguito di massa e quindi la propria stessa forza politica.
2)Quanto al Vangelo, se posso osare di dire qualcosa, a me sembra che esso contenga non soltanto una predilezione per il peccatore, come scrive Sofri, ma in egual misura l’anatema per l’ipocrisia, per la spietatezza ipocrita di coloro che si affrettano a condannare il peccatore compiacendosi della propria finta osservanza della legge, finta perché in realtà peccatori anch’essi. E’vero d’altra parte che il Cristianesimo ha significato una straordinaria rivalutazione storica, se così posso dire, della figura dei poveri, degli «ultimi».Ha fatto ciò, tuttavia, non già perché il suo testo ispiratore, il Vangelo, fosse un testo di riscatto sociale o perché al suo fondatore, a Gesù, interessasse un tale riscatto, ma semplicemente perché il Cristianesimo ha posto l’obbligo dell’amore e della pietà come obbligo dei credenti verso Dio, come l’essenza del suo messaggio religioso.
Da ciò il mio rilievo nei confronti di papa Francesco: perché mi pare che qualsiasi discorso in favore degli «ultimi» che però ponga in secondo piano l’obbligo ora detto — un obbligo che significa la necessità della conversione e insieme un rapporto personale con la verità della trascendenza — diventa puramente ideologico. E quindi tenderà inevitabilmente a fare della Chiesa un partito: il quale, come è proprio di ogni partito, piacerà agli uni e dispiacerà agli altri, piacerà alla Sinistra e dispiacerà alla Destra o viceversa, ma non produrrà la nascita di un sentimento religioso di nessun tipo in alcuno, assolutamente nulla che abbia a che fare con Dio. E perciò tantomeno servirà a far conseguire alla Chiesa stessa un qualunque obiettivo anche politico. Certamente potrà accrescere la popolarità del Papa presso l’opinione che conta, certamente potrà quindi consentire a Vattimo, come egli stesso ci ha detto, di sentirsi meno imbarazzato a dirsi cristiano, ma difficilmente produrrà qualcosa di più.

Vedi anche l'articolo di Franco Monaco, sempre su Settimana news: "Una Chiesa politicamente sterile?" , quello anti-Bergoglio di Stefano Fontana per La Nuova Bussola Quotidiana ("Galli della Loggia e il pontificato ideologico. Ha ragione")

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