Christus vivit: sintesi e commenti di A. Spadaro ed altri esperti

«Cristo vive. Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che Lui tocca diventa giovane, diventa nuovo, si riempie di vita. Perciò, le prime parole che voglio rivolgere a ciascun giovane cristiano sono: Lui vive e ti vuole vivo!».
Inizia così l’Esortazione Apostolica postsinodale “Christus vivit” (Testo integrale) di Francesco, firmata lunedì 25 marzo nella Santa Casa di Loreto e indirizzata «ai giovani e a tutto il popolo di Dio». Nel documento, composto di nove capitoli divisi in 299 paragrafi, il Papa spiega di essersi lasciato «ispirare dalla ricchezza delle riflessioni e dei dialoghi del Sinodo» dei giovani, celebrato in Vaticano nell’ottobre 2018.
Seguono: la sintesi dell'esortazione offerta da Vaticanews, la presentazione articolata di p.Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, "5 glosse di Settimana news" e la presentazione di Famiglia Cristiana. Vedi anche il testo integrale con le sottolineature di "Gli Scritti" (don A.Lonardo)

1. SINTESI di Vaticanews:

Primo capitolo: «Che cosa dice la Parola di Dio sui giovani?»

Francesco ricorda che «in un’epoca in cui i giovani contavano poco, alcuni testi mostrano che Dio guarda con altri occhi» (6) e presenta brevemente figure di giovani dell’Antico Testamento: Giuseppe, Gedeone (7), Samuele (8), il re David (9), Salomone e Geremia (10), la giovanissima serva ebrea di Naaman e la giovane Rut (11). Quindi si passa al Nuovo Testamento. Il Papa ricorda che «Gesù, l’eternamente giovane, vuole donarci un cuore sempre giovane» (13) e aggiunge: «Notiamo che a Gesù non piaceva il fatto che gli adulti guardassero con disprezzo i più giovani o li tenessero al loro servizio in modo dispotico. Al contrario, chiedeva: “Chi tra voi è più grande diventi come il più giovane” (Lc 22,26). Per Lui, l’età non stabiliva privilegi, e che qualcuno avesse meno anni non significava che valesse di meno». Francesco afferma: «Non bisogna pentirsi di spendere la propria gioventù essendo buoni, aprendo il cuore al Signore, vivendo in un modo diverso» (17).

Secondo capitolo: «Gesù Cristo sempre giovane»

Il Papa affronta il tema degli anni giovanili di Gesù e si ricorda il racconto evangelico che descrive il Nazareno «in piena adolescenza, quando ritornò con i suoi genitori a Nazaret, dopo che lo avevano perso e ritrovato nel Tempio» (26). Non dobbiamo pensare, scrive Francesco, che «Gesù fosse un adolescente solitario o un giovane che pensava a sé stesso. Il suo rapporto con la gente era quello di un giovane che condivideva tutta la vita di una famiglia ben integrata nel villaggio», «nessuno lo considerava un giovane strano o separato dagli altri» (28). Il Papa fa notare che Gesù adolescente, «grazie alla fiducia dei suoi genitori… si muove con libertà e impara a camminare con tutti gli altri» (29). Questi aspetti della vita di Gesù non dovrebbero essere ignorati nella pastorale giovanile, «per non creare progetti che isolino i giovani dalla famiglia e dal mondo, o che li trasformino in una minoranza selezionata e preservata da ogni contagio». Servono invece «progetti che li rafforzino, li accompagnino e li proiettino verso l’incontro con gli altri, il servizio generoso, la missione» (30).


Gesù «non illumina voi, giovani, da lontano o dall’esterno, ma partendo dalla sua stessa giovinezza, che egli condivide con voi» e in Lui si possono riconoscere molti aspetti tipici dei cuori giovani (31). Vicino «a Lui possiamo bere dalla vera sorgente, che mantiene vivi i nostri sogni, i nostri progetti, i nostri grandi ideali, e che ci lancia nell’annuncio della vita che vale la pena vivere» (32); «Il Signore ci chiama ad accendere stelle nella notte di altri giovani» (33).
Francesco parla quindi della giovinezza della Chiesa e scrive: «Chiediamo al Signore che liberi la Chiesa da coloro che vogliono invecchiarla, fissarla sul passato, frenarla, renderla immobile. Chiediamo anche che la liberi da un’altra tentazione: credere che è giovane perché cede a tutto ciò che il mondo le offre, credere che si rinnova perché nasconde il suo messaggio e si mimetizza con gli altri. No. È giovane quando è sé stessa, quando riceve la forza sempre nuova della Parola di Dio, dell’Eucaristia, della presenza di Cristo e della forza del suo Spirito ogni giorno» (35).
È vero che «noi membri della Chiesa non dobbiamo essere tipi strani», ma al contempo «dobbiamo avere il coraggio di essere diversi, di mostrare altri sogni che questo mondo non offre, di testimoniare la bellezza della generosità, del servizio, della purezza, della fortezza, del perdono, della fedeltà alla propria vocazione, della preghiera, della lotta per la giustizia e il bene comune, dell’amore per i poveri, dell’amicizia sociale» (36). La Chiesa può essere tentata di perdere l’entusiasmo e cercare «false sicurezze mondane. Sono proprio i giovani che possono aiutarla a rimanere giovane» (37).
Il Papa torna poi su uno degli insegnamenti a lui più cari e spiegando che bisogna presentare la figura di Gesù «in modo attraente ed efficace» dice: «Per questo bisogna che la Chiesa non sia troppo concentrata su sé stessa, ma che rifletta soprattutto Gesù Cristo. Questo comporta che riconosca con umiltà che alcune cose concrete devono cambiare» (39).
Nell’Esortazione si riconosce che ci sono giovani i quali sentono la presenza della Chiesa «come fastidiosa e perfino irritante». Un atteggiamento che affonda le radici «anche in ragioni serie e rispettabili: gli scandali sessuali ed economici; l’impreparazione dei ministri ordinati che non sanno intercettare adeguatamente la sensibilità dei giovani;… il ruolo passivo assegnato ai giovani all’interno della comunità cristiana; la fatica della Chiesa di rendere ragione delle proprie posizioni dottrinali ed etiche di fronte alla società» (40).
Ci sono giovani che «chiedono una Chiesa che ascolti di più, che non stia continuamente a condannare il mondo. Non vogliono vedere una Chiesa silenziosa e timida, ma nemmeno sempre in guerra per due o tre temi che la ossessionano. Per essere credibile agli occhi dei giovani, a volte ha bisogno di recuperare l’umiltà e semplicemente ascoltare, riconoscere in ciò che altri dicono una luce che la può aiutare a scoprire meglio il Vangelo» (41). Ad esempio, una Chiesa troppo timorosa può essere costantemente critica «nei confronti di tutti i discorsi sulla difesa dei diritti delle donne ed evidenziare costantemente i rischi e i possibili errori di tali rivendicazioni», mentre una Chiesa «viva può reagire prestando attenzione alle legittime rivendicazioni delle donne», pur «non essendo d’accordo con tutto ciò che propongono alcuni gruppi femministi» (42).
Francesco presenta quindi «Maria, la ragazza di Nazaret», e il suo sì come quello «di chi vuole coinvolgersi e rischiare, di chi vuole scommettere tutto, senza altra garanzia che la certezza di sapere di essere portatrice di una promessa. E domando a ognuno di voi: vi sentite portatori di una promessa?» (44). Per Maria «le difficoltà non erano un motivo per dire “no”» e così mettendosi in gioco è diventata «l’influencer di Dio». Il cuore della Chiesa è anche pieno di giovani santi. Il Papa ricorda san Sebastiano, san Francesco d’Assisi, santa Giovanna d’Arco, il beato martire Andrew Phû Yên, santa Kateri Tekakwitha, san Domenico Savio, santa Teresa del Gesù Bambino, il beato Ceferino Namuncurá, il beato Isidoro Bakanja, il beato Pier Giorgio Frassati, il beato Marcel Callo, la giovane beata Chiara Badano.

Terzo capitolo: «Voi siete l’adesso di Dio»

Non possiamo limitarci a dire, afferma Francesco, che «i giovani sono il futuro del mondo: sono il presente, lo stanno arricchendo con il loro contributo» (64). Per questo bisogna ascoltarli anche se «prevale talora la tendenza a fornire risposte preconfezionate e ricette pronte, senza lasciar emergere le domande giovanili nella loro novità e coglierne la provocazione» (65).
«Oggi noi adulti corriamo il rischio di fare una lista di disastri, di difetti della gioventù del nostro tempo… Quale sarebbe il risultato di questo atteggiamento? Una distanza sempre maggiore» (66). Chi è chiamato a essere padre, pastore e guida dei giovani dovrebbe avere la capacità «di individuare percorsi dove altri vedono solo muri, è il saper riconoscere possibilità dove altri vedono solo pericoli. Così è lo sguardo di Dio Padre, capace di valorizzare e alimentare i germi di bene seminati nel cuore dei giovani. Il cuore di ogni giovane deve pertanto essere considerato “terra sacra”» (67). Francesco invita inoltre a non generalizzare, perché «esiste una pluralità di mondi giovanili» (68).
Parlando di ciò che succede ai giovani, il Papa, ricorda i giovani che vivono in contesti di guerra, quelli sfruttati e vittime di rapimenti, criminalità organizzata, tratta di esseri umani, schiavitù e sfruttamento sessuale, stupri. E anche quelli che vivono perpetrando crimini e violenze (72). «Molti giovani sono ideologizzati, strumentalizzati e usati come carne da macello o come forza d’urto per distruggere, intimidire o ridicolizzare altri. E la cosa peggiore è che molti si trasformano in soggetti individualisti, nemici e diffidenti verso tutti, e diventano così facile preda di proposte disumanizzanti e dei piani distruttivi elaborati da gruppi politici o poteri economici» (73). Ancora più numerosi quelli che patiscono forme di emarginazione ed esclusione sociale per ragioni religiose, etniche o economiche. Francesco cita adolescenti e giovani che «restano incinte e la piaga dell’aborto, così come la diffusione dell’HIV, le diverse forme di dipendenza (droghe, azzardo, pornografia, ecc.) e la situazione dei bambini e ragazzi di strada» (74), situazioni rese doppiamente dolorose e difficili per le donne. «Non possiamo essere una Chiesa che non piange di fronte a questi drammi dei suoi figli giovani. Non dobbiamo mai farci l’abitudine… La cosa peggiore che possiamo fare è applicare la ricetta dello spirito mondano che consiste nell’anestetizzare i giovani con altre notizie, con altre distrazioni, con banalità» (75). Il Papa invita i giovani a imparare a piangere per i coetanei che stanno peggio di loro (76).
È vero, spiega Francesco, che «i potenti forniscono alcuni aiuti, ma spesso ad un costo elevato. In molti Paesi poveri, l’aiuto economico di alcuni Paesi più ricchi o di alcuni organismi internazionali è solitamente vincolato all’accettazione di proposte occidentali in materia di sessualità, matrimonio, vita o giustizia sociale. Questa colonizzazione ideologica danneggia in modo particolare i giovani» (78). Il Papa mette in guardia anche dalla cultura di oggi che presenta il modello giovanile di bellezza e usa i corpi giovani nella pubblicità: «non è un elogio rivolto ai giovani. Significa soltanto che gli adulti vogliono rubare la gioventù per sé stessi» (79).
Accennando a «desideri, ferite e ricerche», Francesco parla della sessualità: «in un mondo che enfatizza esclusivamente la sessualità, è difficile mantenere una buona relazione col proprio corpo e vivere serenamente le relazioni affettive». Anche per questo la morale sessuale è spesso causa di «incomprensione e di allontanamento dalla Chiesa» percepita «come uno spazio di giudizio e di condanna», nonostante vi siano giovani che si vogliono confrontare su questi temi (81). Il Papa, di fronte agli sviluppi della scienza, delle tecnologie biomediche e delle neuroscienze ricorda che «Possono farci dimenticare che la vita è un dono, che siamo esseri creati e limitati, che possiamo facilmente essere strumentalizzati da chi detiene il potere tecnologico» (82).
L’Esortazione si sofferma poi sul tema dell’«ambiente digitale», che ha creato «un nuovo modo di comunicare» e che «può facilitare la circolazione di informazione indipendente». In molti Paesi, il web e i social network sono «ormai un luogo irrinunciabile per raggiungere e coinvolgere i giovani» (87). Ma «è anche un territorio di solitudine, manipolazione, sfruttamento e violenza, fino al caso estremo del dark web. I media digitali possono esporre al rischio di dipendenza, di isolamento e di progressiva perdita di contatto con la realtà concreta... Nuove forme di violenza si diffondono attraverso i social media, ad esempio il cyberbullismo; il web è anche un canale di diffusione della pornografia e di sfruttamento delle persone a scopo sessuale o tramite il gioco d’azzardo» (88).  Non si deve dimenticare che nel mondo digitale «operano giganteschi interessi economici», capaci di creare «meccanismi di manipolazione delle coscienze e del processo democratico». Ci sono circuiti chiusi che «facilitano la diffusione di informazioni e notizie false, fomentando pregiudizi e odio... La reputazione delle persone è messa a repentaglio tramite processi sommari on line. Il fenomeno riguarda anche la Chiesa e i suoi pastori» (89). In un documento preparato da 300 giovani di tutto il mondo prima del Sinodo si afferma che «le relazioni online possono diventare disumane» e l’immersione nel mondo virtuale ha favorito «una sorta di “migrazione digitale”, vale a dire un distanziamento dalla famiglia, dai valori culturali e religiosi, che conduce molte persone verso un mondo di solitudine» (90).
Il Papa prosegue presentando «i migranti come paradigma del nostro tempo», e ricorda i tanti giovani coinvolti nelle migrazioni. «La preoccupazione della Chiesa riguarda in particolare coloro che fuggono dalla guerra, dalla violenza, dalla persecuzione politica o religiosa, dai disastri naturali dovuti anche ai cambiamenti climatici e dalla povertà estrema» (91): sono alla ricerca di un’opportunità, sognano un futuro migliore. Altri migranti sono «attirati dalla cultura occidentale, nutrendo talvolta aspettative irrealistiche che li espongono a pesanti delusioni. Trafficanti senza scrupolo, spesso legati ai cartelli della droga e delle armi, sfruttano la debolezza dei migranti... Va segnalata la particolare vulnerabilità dei migranti minori non accompagnati... In alcuni Paesi di arrivo, i fenomeni migratori suscitano allarme e paure, spesso fomentate e sfruttate a fini politici. Si diffonde così una mentalità xenofoba, di chiusura e di ripiegamento su se stessi, a cui occorre reagire con decisione» (92) I giovani migranti spesso sperimentano anche uno sradicamento culturale e religioso (93). Francesco chiede «in particolare ai giovani di non cadere nelle reti di coloro che vogliono metterli contro altri giovani che arrivano nei loro Paesi, descrivendoli come soggetti pericolosi» (94).
Il Papa parla anche degli abusi sui minorifa proprio l’impegno del Sinodo per l’adozione di rigorose misure di prevenzione ed esprime gratitudine «verso coloro che hanno il coraggio di denunciare il male subìto» (99), ricordando che «grazie a Dio» i sacerdoti che si sono macchiati di questi «orribili crimini non sono la maggioranza, che invece è costituita da chi porta avanti un ministero fedele e generoso». Chiede ai giovani, se vedono un sacerdote a rischio perché ha imboccato la strada sbagliata, di avere il coraggio di ricordargli il suo impegno verso Dio e verso il suo popolo (100).
Gli abusi non sono però l’unico peccato nella Chiesa. «I nostri peccati sono davanti agli occhi di tutti; si riflettono senza pietà nelle rughe del volto millenario della nostra Madre», ma la Chiesa non ricorre ad alcuna chirurgia estetica, «non ha paura di mostrare i peccati dei suoi membri». «Ricordiamoci però che non si abbandona la Madre quando è ferita» (101). Questo momento oscuro, con l’aiuto dei giovani, «può essere davvero un’opportunità per una riforma di portata epocale, per aprirsi a una nuova Pentecoste» (102).
Francesco ricorda ai giovani che «c’è una via d’uscita» in tutte le situazioni buie e dolorose. Ricorda la buona notizia donata il mattino della Risurrezione. E spiega che anche se il mondo digitale può esporre a tanti rischi, ci sono giovani che sanno essere creativi e geniali in questi ambiti. Come il Venerabile Carlo Acutis, che «ha saputo usare le nuove tecniche di comunicazione per trasmettere il Vangelo» (105), non è caduto nella trappola e diceva: «Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie». «Non lasciare che ti succeda questo» (106), avverte il Papa. «Non lasciare che ti rubino la speranza e la gioia, che ti narcotizzino per usarti come schiavo dei loro interessi» (107), cerca la grande meta della santità. «Essere giovani non significa solo cercare piaceri passeggeri e successi superficiali. Affinché la giovinezza realizzi la sua finalità nel percorso della tua vita, dev’essere un tempo di donazione generosa, di offerta sincera» (108). «Se sei giovane di età, ma ti senti debole, stanco o deluso, chiedi a Gesù di rinnovarti» (109). Ma ricordando sempre che «è molto difficile lottare contro… le insidie e tentazioni del demonio e del mondo egoista se siamo isolati» (110), serve infatti una vita comunitaria.

Quarto capitolo: «Il grande annuncio per tutti i giovani»

A tutti i giovani il Papa annuncia tre grandi verità. Un «Dio che è amore» e dunque «Dio ti ama, non dubitarne mai» (112) e puoi «gettarti in tutta sicurezza nelle braccia di tuo Padre divino» (113). Francesco afferma che memoria del Padre «non è un “disco rigido” che registra e archivia tutti i nostri dati, la sua memoria è un cuore tenero di compassione, che gioisce nel cancellare definitivamente ogni nostra traccia di male... Perché ti ama. Cerca di rimanere un momento di silenzio lasciandoti amare da Lui» (115). E il suo è un amore che «sa più di risalite che di cadute, di riconciliazione che di proibizione, di dare nuova opportunità che di condannare, di futuro che di passato» (116).
La seconda verità è che «Cristo ti salva». «Non dimenticare mai che Egli perdona settanta volte sette. Torna a caricarci sulle sue spalle una volta dopo l’altra» (119). Gesù ci ama e ci salva perché «solo quello che si ama può essere salvato. Solo quello che si abbraccia può essere trasformato. L’amore del Signore è più grande di tutte le nostre contraddizioni, di tutte le nostre fragilità e di tutte le nostre meschinità» (120). E «il suo perdono e la sua salvezza non sono qualcosa che abbiamo comprato o che dovremmo acquisire con le nostre opere o i nostri sforzi. Egli ci perdona e ci libera gratuitamente» (121).
La terza verità è che «Egli vive!». «Occorre ricordarlo… perché corriamo il rischio di prendere Gesù Cristo solo come un buon esempio del passato, come un ricordo, come qualcuno che ci ha salvato duemila anni fa. Questo non ci servirebbe a nulla, ci lascerebbe uguali a prima, non ci libererebbe» (124). Se «Egli vive, questo è una garanzia che il bene può farsi strada nella nostra vita…. Allora possiamo smettere di lamentarci e guardare avanti, perché con Lui si può sempre guardare avanti» (127).
In queste verità compare il Padre e compare Gesù. E dove ci sono loro, c’è anche lo Spirito Santo. «Invoca ogni giorno lo Spirito Santo… Non perdi nulla ed Egli può cambiare la tua vita,può illuminarla e darle una rotta migliore. Non ti mutila, non ti toglie niente, anzi, ti aiuta a trovare ciò di cui hai bisogno nel modo migliore» (131).

Quinto capitolo: «Percorsi di gioventù»

«L’amore di Dio e il nostro rapporto con Cristo vivo non ci impediscono di sognare, non ci chiedono di restringere i nostri orizzonti. Al contrario, questo amore ci sprona, ci stimola, ci proietta verso una vita migliore e più bella. La parola “inquietudine” riassume molte delle aspirazioni dei cuori dei giovani» (138). Pensando a un giovane il Papa vede colui che tiene i piedi sempre uno davanti all’altro, pronto per partire, per scattare, sempre lanciato in avanti (139). La giovinezza non può restare un «tempo sospeso», perché «è l’età delle scelte» in ambito professionale, sociale, politico e anche nella scelta del partner o nell’avere i primi figli. L’ansia «può diventare una grande nemica quando ci porta ad arrenderci perché scopriamo che i risultati non sono immediati. I sogni più belli si conquistano con speranza, pazienza e impegno, rinunciando alla fretta. Nello stesso tempo, non bisogna bloccarsi per insicurezza, non bisogna avere paura di rischiare e di commettere errori» (142). Francesco invita i giovani a non osservare la vita dal balcone, a non passare la vita davanti a uno schermo, a non ridursi a veicoli abbandonati e a non guardare il mondo da turisti: «Fatevi sentire! Scacciate le paure che vi paralizzano… vivete!» (143). Li invita a «vivere il presente» godendo con gratitudine di ogni piccolo dono della vita senza «essere insaziabili» e «ossessionati da piaceri senza fine» (146). Vivere il presente infatti «non significa lanciarsi in una dissolutezza irresponsabile che ci lascia vuoti e insoddisfatti» (147).
«Non conoscerai la vera pienezza dell’essere giovane, se… non vivi l’amicizia con Gesù» (150). L’amicizia con lui è indissolubile perché non ci abbandona (154) e così come con l’amico «parliamo, condividiamo anche le cose più segrete, con Gesù pure conversiamo»: pregando «facciamo il suo gioco, gli facciamo spazio perché Egli possa agire e possa entrare e possa vincere» (155). «Non privare la tua giovinezza di questa amicizia», «vivrai la bella esperienza di saperti sempre accompagnato» come i discepoli di Emmaus (156): sant'Oscar Romero diceva: «Il cristianesimo non è un insieme di verità in cui occorre credere, di leggi da osservare, di divieti. Così risulta ripugnante. Il cristianesimo è una Persona che mi ha amato così tanto da reclamare il mio amore. Il cristianesimo è Cristo».
Il Papa parlando della crescita e della maturazione, indica quindi l’importanza di cercare «uno sviluppo spirituale», di «cercare il Signore e custodire la sua Parola», di mantenere «la “connessione” con Gesù… perché non crescerai nella felicità e nella santità solo con le tue forze e la tua mente» (158). Anche l’adulto deve maturare senza perdere i valori della gioventù: «In ogni momento della vita potremo rinnovare e accrescere la nostra giovinezza. Quando ho iniziato il mio ministero come Papa, il Signore ha allargato i miei orizzonti e mi ha dato una rinnovata giovinezza. La stessa cosa può accadere a una coppia sposata da molti anni, o a un monaco nel suo monastero» (160). Crescere «vuol dire conservare e alimentare le cose più preziose che ti regala la giovinezza, ma nello stesso tempo significa essere aperti a purificare ciò che non è buono» (161). «Ti ricordo però che non sarai santo e realizzato copiando gli altri», tu «devi scoprire chi sei e sviluppare il tuo modo personale di essere santo» (162).  Francesco propone «percorsi di fraternità» per vivere la fede, ricordando che «Lo Spirito Santo vuole spingerci ad uscire da noi stessi, ad abbracciare gli altri... Per questo è sempre meglio vivere la fede insieme ed esprimere il nostro amore in una vita comunitaria» (164), superando «la tentazione di chiuderci in noi stessi, nei nostri problemi, nei sentimenti feriti, nelle lamentele e nelle comodità» (166). Dio «ama la gioia dei giovani e li invita soprattutto a quell’allegria che si vive nella comunione fraterna» (167).
Il Papa parla poi dei «giovani impegnati», affermando che possono a volte correre «il rischio di chiudersi in piccoli gruppi... Sentono di vivere l’amore fraterno, ma forse il loro gruppo è diventato un semplice prolungamento del loro io. Questo si aggrava se la vocazione del laico è concepita solo come un servizio all’interno della Chiesa…, dimenticando che la vocazione laicale è prima di tutto la carità nella famiglia e la carità sociale o politica» (168). Francesco propone «ai giovani di andare oltre i gruppi di amici e costruire l’amicizia sociale, cercare il bene comune. L’inimicizia sociale distrugge. E una famiglia si distrugge per l’inimicizia. Un paese si distrugge per l’inimicizia. Il mondo si distrugge per l’inimicizia. E l’inimicizia più grande è la guerra. Oggigiorno vediamo che il mondo si sta distruggendo per la guerra. Perché sono incapaci di sedersi e parlare» (169).
«L’impegno sociale e il contatto diretto con i poveri restano una occasione fondamentale di scoperta o approfondimento della fede e di discernimento della propria vocazione» (170). Il Papa cita l’esempio positivo dei giovani di parrocchie, gruppi e movimenti che «hanno l’abitudine di andare a fare compagnia agli anziani e agli ammalati, o di visitare i quartieri poveri» (171). Mentre «altri giovani partecipano a programmi sociali finalizzati a costruire case per chi è senza un tetto, o a bonificare aree contaminate, o a raccogliere aiuti per i più bisognosi. Sarebbe bene che questa energia comunitaria fosse applicata non solo ad azioni sporadiche ma in modo stabile». Gli universitari «possono unirsi in modalità interdisciplinare per applicare le loro conoscenze alla risoluzione di problemi sociali, e in questo compito possono lavorare fianco a fianco con giovani di altre Chiese o di altre religioni» (172). Francesco incoraggia i giovani ad assumersi questo impegno: «Vedo che tanti giovani in tante parti del mondo sono usciti per le strade per esprimere il desiderio di una civiltà più giusta e fraterna... Sono giovani che vogliono essere protagonisti del cambiamento… Non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento!» (174).
I giovani sono chiamati ad essere «missionari coraggiosi», testimoniando ovunque il Vangelo con la propria vita, il che non significa «parlare della verità, ma viverla» (175). La parola, però, non deve essere messa a tacere: «Siate capaci di andare controcorrente e sappiate condividere Gesù, comunicate la fede che Lui vi ha donato» (176). Gesù dove invia? «Non ci sono confini, non ci sono limiti: ci invia a tutti. Il Vangelo è per tutti e non per alcuni. Non è solo per quelli che ci sembrano più vicini, più ricettivi, più accoglienti. È per tutti» (177). E non ci si può aspettare che «la missione sia facile e comoda» (178).

Sesto capitolo: «Giovani con radici»

Francesco dice che gli fa male «vedere che alcuni propongono ai giovani di costruire un futuro senza radici, come se il mondo iniziasse adesso» (179). Se qualcuno «vi fa una proposta e vi dice di ignorare la storia, di non fare tesoro dell’esperienza degli anziani, di disprezzare tutto ciò che è passato e guardare solo al futuro che lui vi offre, non è forse questo un modo facile di attirarvi con la sua proposta per farvi fare solo quello che lui vi dice? Quella persona ha bisogno che siate vuoti, sradicati, diffidenti di tutto, perché possiate fidarvi solo delle sue promesse e sottomettervi ai suoi piani. È così che funzionano le ideologie di diversi colori, che distruggono (o de-costruiscono) tutto ciò che è diverso e in questo modo possono dominare senza opposizioni» (181). I manipolatori usano anche l’adorazione della giovinezza: «Il corpo giovane diventa il simbolo di questo nuovo culto, quindi tutto ciò che ha a che fare con quel corpo è idolatrato e desiderato senza limiti, e ciò che non è giovane è guardato con disprezzo. Questa però è un’arma che finisce per degradare prima di tutto i giovani» (182). «Cari giovani, non permettete che usino la vostra giovinezza per favorire una vita superficiale, che confonde la bellezza con l’apparenza» (183) perché c’è una bellezza nel lavoratore che torna a casa sporco dal lavoro, nella moglie anziana che si prende cura del marito malato, nella fedeltà di coppie che si amano nell’autunno della vita.
Oggi invece si promuove «una spiritualità senza Dio, un’affettività senza comunità e senza impegno verso chi soffre, una paura dei poveri visti come soggetti pericolosi, e una serie di offerte che pretendono di farvi credere in un futuro paradisiaco che sarà sempre rimandato più in là» (184): il Papa invita i giovani a non lasciarsi dominare da questa ideologia che porta ad «autentiche forme di colonizzazione culturale» (185) che sradica i giovani dalle appartenenze culturali e religiose da cui provengono e tende ad omogeneizzarli trasformandoli in soggetti «manipolabili fatti in serie» (186).
Fondamentale è il «tuo rapporto con gli anziani», che aiutano i giovani a scoprire la ricchezza viva del passato, facendone memoria. «La Parola di Dio raccomanda di non perdere il contatto con gli anziani, per poter raccogliere la loro esperienza» (188). Ciò «non significa che tu debba essere d’accordo con tutto quello che dicono, né che tu debba approvare tutte le loro azioni», si tratta «semplicemente di essere aperti a raccogliere una sapienza che viene comunicata di generazione in generazione» (190). «Al mondo non è mai servita né servirà mai la rottura tra generazioni… È la menzogna che vuol farti credere che solo ciò che è nuovo è buono e bello» (191).
Parlando di «sogni e visioni», Francesco osserva: «Se i giovani e gli anziani si aprono allo Spirito Santo, insieme producono una combinazione meravigliosa. Gli anziani sognano e i giovani hanno visioni» (192); se «i giovani si radicano nei sogni degli anziani riescono a vedere il futuro» (193). Bisogna dunque «rischiare insieme», camminando insieme giovani e anziani: le radici «non sono ancore che ci legano» ma «un punto di radicamento che ci consente di crescere e rispondere alle nuove sfide» (200).

Settimo capitolo: «La pastorale dei giovani»

Il Papa spiega che la pastorale giovanile ha subito l’assalto dei cambiamenti sociali e culturali e «i giovani, nelle strutture consuete, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, alle loro esigenze, alle loro problematiche e alle loro ferite» (202). I giovani stessi «sono attori della pastorale giovanile, accompagnati e guidati, ma liberi di trovare strade sempre nuove con creatività e audacia»Bisogna «fare ricorso all’astuzia, all’ingegno e alla conoscenza che i giovani stessi hanno della sensibilità, del linguaggio e delle problematiche degli altri giovani» (203). La pastorale giovanile ha bisogno di flessibilità, e bisogna «invitare i giovani ad avvenimenti che ogni tanto offrano loro un luogo dove non solo ricevano una formazione, ma che permetta loro anche di condividere la vita, festeggiare, cantare, ascoltare testimonianze concrete e sperimentare l’incontro comunitario con il Dio vivente» (204).
La pastorale giovanile non può che essere sinodale, cioè capace di dar forma a un «camminare insieme» e comporta due grandi linee di azione: la prima è la ricerca, la seconda è la crescita. Per la prima, Francesco confida nella capacità dei giovani stessi di «trovare vie attraenti per invitare»: «Dobbiamo soltanto stimolare i giovani e dare loro libertà di azione». Più importante è che «ogni giovane trovi il coraggio di seminare il primo annuncio in quella terra fertile che è il cuore di un altro giovane» (210). Va privilegiato «il linguaggio della vicinanza, il linguaggio dell’amore disinteressato, relazionale, esistenziale, che tocca il cuore», avvicinandosi ai giovani «con la grammatica dell’amore, non con il proselitismo» (211). Per quanto riguarda la crescita, Francesco mette in guardia dal proporre ai giovani toccati da un’intensa esperienza di Dio «incontri di “formazione” nei quali si affrontano solo questioni dottrinali e morali... Il risultato è che molti giovani si annoiano, perdono il fuoco dell’incontro con Cristo e la gioia di seguirlo» (212). Se qualsiasi progetto formativo «deve certamente includere una formazione dottrinale e morale» è altrettanto importante «che sia centrato» sul kerygma, cioè «l’esperienza fondante dell’incontro con Dio attraverso Cristo morto e risorto» e sulla crescita «nell’amore fraterno, nella vita comunitaria, nel servizio» (213). Pertanto «la pastorale giovanile dovrebbe sempre includere momenti che aiutino a rinnovare e ad approfondire l’esperienza personale dell’amore di Dio e di Gesù Cristo vivo» (214). E deve aiutare i giovani a «vivere come fratelli, ad aiutarsi a vicenda, a fare comunità, a servire gli altri, ad essere vicini ai poveri» (215).
Le istituzioni della Chiesa diventino dunque «ambienti adeguati», sviluppando «capacità di accoglienza»: «Nelle nostre istituzioni dobbiamo offrire ai giovani luoghi appropriati, che essi possano gestire a loro piacimento e dove possano entrare e uscire liberamente, luoghi che li accolgano e dove possano recarsi spontaneamente e con fiducia per incontrare altri giovani sia nei momenti di sofferenza o di noia, sia quando desiderano festeggiare le loro gioie» (218).
Francesco descrive quindi «la pastorale delle istituzioni educative», affermando che la scuola ha «urgente bisogno di autocritica». E ricorda che «ci sono alcune scuole cattoliche che sembrano essere organizzate solo per conservare l’esistente... La scuola trasformata in un “bunker” che protegge dagli errori “di fuori” è l’espressione caricaturale di questa tendenza». Quando i giovani escono, avvertono «un’insormontabile discrepanza tra ciò che hanno loro insegnato e il mondo in cui si trovano a vivere». Mentre «una delle gioie più grandi di un educatore consiste nel vedere un allievo che si costituisce come una persona forte, integrata, protagonista e capace di dare» (221). Non si può separare la formazione spirituale dalla formazione culturale: «Ecco il vostro grande compito: rispondere ai ritornelli paralizzanti del consumismo culturale con scelte dinamiche e forti, con la ricerca, la conoscenza e la condivisione» (223). Tra gli «ambiti di sviluppo pastorale», il Papa indica le «espressioni artistiche» (226), la «pratica sportiva» (227), e l’impegno per la salvaguardia del creato (228).
Serve «una pastorale giovanile popolare», «più ampia e flessibile, che stimoli, nei diversi luoghi in cui si muovono concretamente i giovani, quelle guide naturali e quei carismi che lo Spirito Santo ha già seminato tra loro. Si tratta prima di tutto di non porre tanti ostacoli, norme, controlli e inquadramenti obbligatori a quei giovani credenti che sono leader naturali nei quartieri e nei diversi ambienti. Dobbiamo limitarci ad accompagnarli e stimolarli» (230). Pretendendo «una pastorale giovanile asettica, pura, caratterizzata da idee astratte, lontana dal mondo e preservata da ogni macchia, riduciamo il Vangelo a una proposta insipida, incomprensibile, lontana, separata dalle culture giovanili e adatta solo ad un’élite giovanile cristiana che si sente diversa, ma che in realtà galleggia in un isolamento senza vita né fecondità» (232). Francesco invita a essere «una Chiesa con le porte aperte», e «non è nemmeno necessario che uno accetti completamente tutti gli insegnamenti della Chiesa per poter partecipare ad alcuni dei nostri spazi dedicati ai giovani» (234): «deve esserci spazio anche per tutti quelli che hanno altre visioni della vita, professano altre fedi o si dichiarano estranei all’orizzonte religioso» (235). L’icona per questo approccio ci viene offerta dall’episodio evangelico dei discepoli di Emmaus: Gesù li interroga, li ascolta con pazienza, li aiuta a riconoscere quanto stanno vivendo, a interpretare alla luce delle Scritture ciò che hanno vissuto, accetta di fermarsi con loro, entra nella loro notte. Sono loro stessi a scegliere di riprendere senza indugio il cammino nella direzione opposta (237).
«Sempre missionari». Perché i giovani diventino missionari non occorre fare «un lungo percorso»: «Un giovane che va in pellegrinaggio per chiedere aiuto alla Madonna e invita un amico o un compagno ad accompagnarlo, con questo semplice gesto sta compiendo una preziosa azione missionaria» (239). La pastorale giovanile «deve essere sempre una pastorale missionaria» (240). E i giovani hanno bisogno di essere rispettati nella loro libertà, «ma hanno bisogno anche di essere accompagnati» da parte degli adulti, a cominciare dalla famiglia (242) e quindi dalla comunità: «Ciò implica che i giovani siano guardati con comprensione, stima e affetto, e non che non li si giudichi continuamente o si esiga da loro una perfezione che non corrisponde alla loro età» (243). Si avverte la carenza di persone esperte e dedicata all’accompagnamento (244) e «alcune giovani donne percepiscono una mancanza di figure di riferimento femminili all’interno della Chiesa» (245). I giovani stessi «ci hanno descritto» le caratteristiche che sperano di trovare in chi li accompagna: «essere un cristiano fedele impegnato nella Chiesa e nel mondo; una continua ricerca verso la santità; non giudicare, bensì prendersi cura; ascoltare attivamente i bisogni dei giovani; rispondere con gentilezza; avere consapevolezza di sé; saper riconoscere i propri limiti; conoscere le gioie e i dolori della vita spirituale. Una qualità di primaria importanza è il saper riconoscersi umani e capaci di compiere errori: non perfetti, ma peccatori perdonati» (246). Devono saper «camminare insieme» ai giovani rispettando la loro libertà.

Ottavo capitolo: «La vocazione»

«La cosa fondamentale è discernere e scoprire che ciò che vuole Gesù da ogni giovane è prima di tutto la sua amicizia» (250). La vocazione è una chiamata al servizio missionario verso gli altri, «Perché la nostra vita sulla terra raggiunge la sua pienezza quando si trasforma in offerta» (254). «Per realizzare la propria vocazione è necessario sviluppare, far germogliare e coltivare tutto ciò che si è. Non si tratta di inventarsi, di creare sé stessi dal nulla, ma di scoprirsi alla luce di Dio e far fiorire il proprio essere» (257). E «questo “essere per gli altri” nella vita di ogni giovane è normalmente collegato a due questioni fondamentali: la formazione di una nuova famiglia e il lavoro» (258).
Per quanto riguarda «l’amore e la famiglia», il Papa scrive che «i giovani sentono fortemente la chiamata all’amore e sognano di incontrare la persona giusta con cui formare una famiglia» (259), e il sacramento del matrimonio «avvolge questo amore con la grazia di Dio, lo radica in Dio stesso» (260). Dio ci ha creati sessuati, Egli stesso ha creato la sessualità, che è un suo dono, e dunque «niente tabù». È un dono che il Signore di dà e «ha due scopi: amarsi e generare vita. È una passione... Il vero amore è appassionato» (261). Francesco osserva che «l’aumento di separazioni, divorzi… può causare nei giovani grandi sofferenze e crisi d’identità. Talora devono farsi carico di responsabilità che non sono proporzionate alla loro età» (262). Nonostante tutte le difficoltà, «Voglio dirvi… che vale la pena scommettere sulla famiglia e che in essa troverete gli stimoli migliori per maturare e le gioie più belle da condividere. Non lasciate che vi rubino la possibilità di amare sul serio» (263). «Credere che nulla può essere definitivo è un inganno e una menzogna… vi chiedo di essere rivoluzionari, vi chiedo di andare controcorrente» (264).
Per quanto riguarda il lavoro, il Papa scrive: «Invito i giovani a non aspettarsi di vivere senza lavorare, dipendendo dall’aiuto degli altri. Questo non va bene, perché «il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale. In questo senso, aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze» (269). E dopo aver notato come nel mondo del lavoro i giovani sperimentino forme di esclusione e di emarginazione (270), afferma a proposito della disoccupazione giovanile: «È una questione… che la politica deve considerare come una problematica prioritaria, in particolare oggi che la velocità degli sviluppi tecnologici, insieme all’ossessione per la riduzione del costo del lavoro, può portare rapidamente a sostituire innumerevoli posti di lavoro con macchinari» (271). E ai giovani dice: «È vero che non puoi vivere senza lavorare e che a volte dovrai accettare quello che trovi, ma non rinunciare mai ai tuoi sogni, non seppellire mai definitivamente una vocazione, non darti mai per vinto» (272).
Francesco conclude questo capitolo parlando delle «vocazioni a una consacrazione speciale». «Nel discernimento di una vocazione non si deve escludere la possibilità di consacrarsi a Dio... Perché escluderlo? Abbi la certezza che, se riconosci una chiamata di Dio e la segui, ciò sarà la cosa che darà pienezza alla tua vita» (276).

Nono capitolo: «Il discernimento»

Il Papa ricorda che «senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento» (279). «Un’espressione del discernimento è l’impegno per riconoscere la propria vocazione. È un compito che richiede spazi di solitudine e di silenzio, perché si tratta di una decisione molto personale che nessun altro può prendere al nostro posto» (283). «Il regalo della vocazione sarà senza dubbio un regalo esigente. I regali di Dio sono interattivi e per goderli bisogna mettersi molto in gioco, bisogna rischiare» (289).
A chi aiuta i giovani nel discernimento sono richieste tre sensibilità. La prima è l’attenzione alla persona: «si tratta di ascoltare l’altro che ci sta dando sé stesso nelle sue parole» (292). La seconda consiste nel discernere, cioè «si tratta di cogliere il punto giusto in cui si discerne la grazia dalla tentazione» (293). La terza consiste «nell’ascoltare gli impulsi che l’altro sperimenta “in avanti”. È l’ascolto profondo di “dove vuole andare veramente l’altro”» (294). Quando uno ascolta l’altro in questo modo, «a un certo punto deve scomparire per lasciare che segua la strada che ha scoperto. Scomparire come scompare il Signore dalla vista dei suoi discepoli» (296). Dobbiamo «suscitare e accompagnare processi, non imporre percorsi. E si tratta di processi di persone che sono sempre uniche e libere. Per questo è difficile costruire ricettari» (297).
L’Esortazione si conclude con «un desiderio» di Papa Francesco: «Cari giovani, sarò felice nel vedervi correre più velocemente di chi è lento e timoroso. Correte attratti da quel Volto tanto amato, che adoriamo nella santa Eucaristia e riconosciamo nella carne del fratello sofferente… La Chiesa ha bisogno del vostro slancio, delle vostre intuizioni, della vostra fede… E quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci» (299).
2- Antonio Spadaro: GIOVANI CHE “VOLANO CON I PIEDI”

Analisi dell’Esortazione apostolica "Christus vivit" di papa Francesco

¡Él vive y te quiere vivo! Egli è vivo e ti vuole vivo! Così si apre la nuova Esortazione apostolica di papa Francesco, firmata il 25 marzo 2019. L’esclamazione riassume il senso profondo del testo bergogliano che ha il titolo latino di Christus vivit. «Vita», «vivo», «vivere» sono termini che ricorrono nel documento ben 280 volte, esattamente quanto la parola «giovani», che è la parola chiave dell’Esortazione. Una vita vissuta pienamente: questo è il perno attorno al quale ruota tutto il discorso di Francesco sui giovani. Le pagine scorrono con un ritmo sostenuto, pieno di energia, come a voler scuotere, a voler letteralmente «esortare» a una vita piena.
La giovinezza non esiste: esistono i giovani
In un libro-intervista dal titolo Dio è giovane[1] Francesco ha tenuto a precisare che «la giovinezza non esiste. Quando parliamo di giovinezza, inconsciamente, facciamo spesso riferimento ai miti di giovinezza. Mi piace pensare che la giovinezza quindi non esiste, e che al suo posto esistono i giovani»[2]. I giovani non possono essere categorizzati come una «casta» a parte.
Certo, possiamo dire con san Paolo VI che l’età giovanile «non dev’essere considerata l’età delle libere passioni, delle inevitabili cadute, delle crisi invincibili, dei pessimismi decadenti, degli egoismi dannosi; l’essere giovani è una grazia, è una fortuna»[3]. Ed è una grazia e una fortuna riservata a tutti, dato che tutti siamo o siamo stati giovani. Parlare di giovani dunque significa parlare dell’essere umano. Al di là di ogni altra considerazione, la Chiesa avverte l’istinto di felicità e di pienezza di chi si apre alla vita.
Christus vivit è l’anello di una catena. Certamente si può leggere come testo a sé stante, ma bisogna avere la chiara consapevolezza che il Papa ha fatto proprio un processo redazionale complesso e ricco che ha coinvolto anche centinaia di giovani. Si tratta della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», che si è svolta a Roma dal 3 al 28 ottobre 2018 e che ha prodotto un Documento finale[4]. Parlare dei giovani significa parlare di promesse: ogni giovane ha qualcosa del profeta. Il Sinodo, dunque, è stato chiamato a cogliere e interpretare tale profezia. Christus vivitè parte di questo lavoro ermeneutico. L’Esortazione si compone di nove capitoli. Vediamo di cogliere le chiavi del discorso di Francesco secondo la loro scansione nel testo.
«¡Él vive y te quiere vivo!»
Il capitolo di apertura consiste in una rapida carrellata di primi piani su figure bibliche di giovani sia dell’Antico sia del Nuovo Testamento. Si legge con gusto proprio perché il Papa non intende fare grandi discorsi, ma cogliere in estrema sintesi un tratto, un gesto, un atto… schizzi utili per comporre un ritratto corale. Ne emerge un Dio che ispira i giovani nei loro sogni (Giuseppe) e che va a scovare i suoi eletti tra coloro che gli altri non considerano (Davide). E così appaiono giovani sinceri che non addolciscono la realtà (Gedeone), giovani insicuri che sanno essere coraggiosi (Samuele), giovani che si sentono «persi» davanti alle loro responsabilità ma che sanno agire con saggezza (Salomone) o che sanno risvegliare la coscienza del loro popolo (Geremia), giovani esempi di generosità nella disgrazia (Rut) o una ragazza anonima, finita al servizio della moglie di Naamàn, comandante dell’esercito del re di Aram, che sa soccorrere in maniera intelligente il suo «padrone».
La stessa tecnica per bozzetti è adoperata per il Nuovo Testamento, dove appaiono giovani disposti a imprimere un profondo cambiamento alla loro vita, ad apprendere. Perché – scrive Francesco – «un giovane non può essere scoraggiato, la sua caratteristica è sognare grandi cose, cercare orizzonti ampi, osare di più, aver voglia di conquistare il mondo, saper accettare proposte impegnative e voler dare il meglio di sé per costruire qualcosa di migliore» (n. 15).
Appare anche un ragazzo che ha «rinunciato alla sua giovinezza» (n. 18). L’espressione è forte e riguarda una persona che si avvicina a Gesù alla ricerca di un «di più», ma che poi se ne va via triste. Così pure rinunciare alla gioventù è vivere in maniera distratta, addormentata, «volando per la superficie della vita» (n. 19).
Nel secondo capitolo questa «giovinezza» prende corpo e figura. Non abbiamo solamente intuizioni sulla fenomenologia del giovane. Essa prende il volto di Gesù, nel quale il Papa riconosce la giovinezza. Anche di Cristo si presenta qualche tratto, senza rinunciare a una certa immaginazione nel dipingerlo.
Gesù appare un giovane immerso nelle relazioni. Leggiamo il ritratto che ne fa Francesco: «Gesù stava lì, andava e veniva in mezzo agli altri, scherzava con quelli della sua età, ascoltava i racconti degli adulti e condivideva le gioie e le tristezze della carovana. Il termine greco usato da Luca per la carovana dei pellegrini – synodía – indica precisamente questa “comunità in cammino” di cui la Santa Famiglia è parte. Grazie alla fiducia dei suoi genitori, Gesù si muove con libertà e impara a camminare con tutti gli altri» (n. 29).
Emerge questo tratto specifico dell’essere in «carovana», che il Papa non esita a collegare col termine «sinodo», cioè proprio l’evento ecclesiale che ha generato questa Esortazione. Una Chiesa sinodale è una Chiesa che sa essere giovane e sa mischiarsi nel mondo e col mondo delle relazioni, senza ritirarsi in un luogo elitario e separato. È una carovana: qui si discerne un’immagine della Chiesa, ma anche un modo di vivere in maniera progettuale nel mondo: «non creare progetti che isolino i giovani dalla famiglia e dal mondo, o che li trasformino in una minoranza selezionata e preservata da ogni contagio. Abbiamo bisogno, piuttosto, di progetti che li rafforzino, li accompagnino e li proiettino verso l’incontro con gli altri, il servizio generoso, la missione» (n. 30).
L’inquietudine, chiave della santità e della missione della Chiesa
Così è chiamata a essere la Chiesa (cfr nn. 34-42): libera dalla sclerosi e dall’immobilismo, capace di lottare per la giustizia, di essere umile. Ma Francesco sa bene che tanti giovani non la considerano significativa per la loro esistenza. Addirittura a volte la sentono molesta e irritante (cfr n. 40). Se la Chiesa si mette in difensiva e non ascolta, allora si trasforma in un «museo» (n. 41). Ecco, dunque, la domanda: come la Chiesa potrà accogliere i sogni dei giovani?
Il Papa non resta astratto, e fornisce altri bozzetti, piccoli ritratti di 12 giovani santi che sono la naturale prosecuzione degli schizzi delle figure bibliche: da san Sebastiano del III secolo fino alla beata Chiara Badano, morta nel 1990. Guardando ai sogni e alle istanze dei giovani, la Chiesa comprende la propria identità profondamente legata al suo compito, alla sua missione.
In Maria il Papa trova compiutamente l’immagine della Chiesa. Ma è interessante notare come egli la definisca «quella inquieta» (n. 46). L’inquietudine è, in definitiva, la chiave della santità e della missione della Chiesa.
Il terzo capitolo dell’Esortazione si concentra sulla lettura della situazione giovanile oggi, e dunque sulle inquietudini, appunto. Lettura che non intende affatto essere esaustiva, ma fa ampio riferimento al Documento finale del Sinodo. Francesco scrive proprio all’inizio di Christus vivit: «In questo modo, la mia parola sarà arricchita da migliaia di voci di credenti di tutto il mondo che hanno fatto arrivare le loro opinioni al Sinodo. Anche i giovani non credenti, che hanno voluto partecipare con le loro riflessioni, hanno proposto questioni che hanno fatto nascere in me nuove domande» (n. 4).
La parola del Papa, dunque, si fa carico e pure si «carica» – quasi elettricamente – delle voci di credenti e non credenti. E lo fa con un rispetto sacrale. Egli scrive infatti: «Il cuore di ogni giovane deve pertanto essere considerato “terra sacra”, portatore di semi di vita divina e davanti al quale dobbiamo “toglierci i sandali” per poterci avvicinare e approfondire il Mistero» (n. 67).
Dalla dinamica sinodale è emerso con forza un metodo confermato dall’Esortazione apostolica di Francesco: prima di interpretare o fare delle scelte bisogna ascoltare, occorre riconoscere la realtà. Bisogna essere «inquietati» dalla realtà. Non è possibile ascoltare i giovani se non si cammina con loro per le strade del mondo. I pastori della Chiesa, raccolti nell’aula sinodale, hanno preso consapevolezza che il messaggio del Vangelo che la Chiesa custodisce non può essere trasmesso se non ci si mette per strada con i giovani, che anzi all’interno del popolo di Dio essi possono pure precederci. Nel Sinodo l’icona che ha accompagnato la riflessione è stata quella dei discepoli di Emmaus, ripresa anche da Francesco nella sua Esortazione (cfr nn. 156, 236, 292, 296). L’intero terzo capitolo dell’Esortazione conferma questo metodo del cammino.
La prima constatazione che emerge dall’ascolto è che le voci sono troppo diverse per rimanere confuse in una sola. La polifonia è indispensabile: non si può fare di ogni erba un fascio. Lo dicevamo all’inizio: non si può parlare di «giovani» in generale. Se si ascolta e ci si mette in cammino, emergono tutte le differenze e la diversità delle voci. 
Giovani di un mondo in crisi
Eppure, nonostante le differenze, il Papa non esita, nel titolo di un paragrafo, a parlare di «Giovani di un mondo in crisi». E la crisi è frutto di violenza, persecuzioni, abusi, dipendenze, esclusioni di ogni genere. La cosa peggiore davanti a tutto questo sarebbe l’«anestesia»: abituarsi a questa colonizzazione della mente e dell’anima, perdendo la sensibilità, fermandosi all’apparenza e chiudendo gli occhi davanti a ciò che è disprezzato, povero, brutto, scartato.
L’antidoto c’è: consiste nel vedere la realtà attraverso occhi pieni di lacrime. Ecco le domande di Francesco: «Io ho imparato a piangere? Quando vedo un bambino affamato, un bambino drogato per la strada, un bambino senza casa, un bambino abbandonato, un bambino abusato, un bambino usato come schiavo per la società? O il mio è il pianto capriccioso di chi piange perché vorrebbe avere qualcosa di più?» (n. 76).
Il Papa riconosce nei giovani «desideri, ferite e ricerche» e ricorda che il Sinodo ha individuato tre temi di grande importanza (cfr Documento finale nn. 21-31 e nell’Esortazione nn. 86-102). Egli li assume così come sono e ne cita ampiamente la trattazione. Essi sono: l’ambiente digitale, le migrazioni e il dramma degli abusi.
L’ ambiente digitale è inteso non solamente come uno strumento di comunicazione, ma come il contesto di una cultura ampiamente digitalizzata. Francesco è molto chiaro nell’identificare il digitale come «un contesto di partecipazione sociopolitica e di cittadinanza attiva» (n. 87). In questo senso tocca un tema caldissimo nelle nostre società: un problema, ma anche una sfida da accogliere. Non possiamo far finta che la rete non esista e dobbiamo prendere atto che il consenso si forma anche nell’ambiente digitale. Il disagio si esprime soprattutto lì. Come fare a vivere la rete quale forma di partecipazione democratica senza cadere in scorciatoie demagogiche?
Le migrazioni sono intese come un «paradigma del nostro tempo». Il fenomeno è descritto anche nei suoi effetti di sofferenza e di abuso, come pure nei sentimenti xenofobi. La Chiesa oggi è chiamata a svolgere un ruolo profetico. Questo è certamente un altro tema scottante.
Il dramma degli abusi viene declinato nelle sue forme legate al potere, all’economia, alla coscienza e alla sessualità. Commenta Francesco: «Questa nuvola nera diventa anche una sfida per i giovani che amano Gesù Cristo e la sua Chiesa, perché possono contribuire molto a guarire questa ferita se mettono in gioco la loro capacità di rinnovare, rivendicare, esigere coerenza e testimonianza, di tornare a sognare e a reinventare» (n. 100).
Un tema trasversale che accompagna l’Esortazione è quello della difesa dei diritti della donna e della necessaria «reciprocità» (nn. 42 e 81) tra uomini e donne. Il Papa ne parla al n. 42: «Una Chiesa viva può reagire prestando attenzione alle legittime rivendicazioni delle donne che chiedono maggiore giustizia e uguaglianza. Può ricordare la storia e riconoscere una lunga trama di autoritarismo da parte degli uomini, di sottomissione, di varie forme di schiavitù, di abusi e di violenza maschilista. Con questo sguardo sarà capace di fare proprie queste rivendicazioni di diritti, e darà il suo contributo con convinzione per una maggiore reciprocità tra uomini e donne, pur non essendo d’accordo con tutto ciò che propongono alcuni gruppi femministi».
Da notare il passaggio dal vocabolario della «complementarità» a quello della «reciprocità». La complementarità appare più statica e dà alle donne un ruolo, e all’uomo un altro. In qualche modo cristallizza i rapporti in un gioco di caratterizzazioni che non afferrano la vita concreta di una coppia uomo-donna. La rivelazione cristiana mette in discussione, quindi, una concezione platonica della natura umana che interpreta la differenza come se fosse destinata a scomparire nell’unità di un amore dal quale, per fusione, sorgerebbe l’essere umano completo. Notiamo infine che al n. 245 Francesco parla della mancanza di esempio di liderazgo femenino, cioè di «figure di riferimento femminili all’interno della Chiesa».
Il «grande annuncio»
Il quarto capitolo è quello centrale dell’Esortazione. Esso è dedicato al «grande annuncio per tutti i giovani» e contiene «tre grandi verità che tutti abbiamo bisogno di ascoltare sempre, più volte» (n. 111).
La prima è «Dio ti ama». Il messaggio è di una semplicità disarmante. Eppure, proprio questo è il punto critico dell’annuncio cristiano. «Se l’hai già sentito, non importa, voglio ricordartelo: Dio ti ama. Non dubitarne mai, qualunque cosa ti accada nella vita. In qualunque circostanza, sei infinitamente amato» (n. 112). Soprattutto Dio non è un hard disk. La sua memoria è «un cuore tenero di compassione» (n. 115). Senza questa verità nel cristianesimo tutto crolla a pezzi. Colpisce molto il lavoro pastorale di Francesco nel correggere un’immagine di Dio falsa, impolverata, pesante. Abbiamo sovraccaricato l’immagine di Dio con idee che lo allontanano dalla sua vera immagine di «amante della vita».
La seconda «grande verità» che Francesco esprime nel quarto capitolo di Christus vivit è che «Cristo, per amore, ha dato sé stesso fino alla fine per salvarti». E la verità diventa appello all’azione: «Guarda la sua Croce, aggrappati a Lui, lasciati salvare» (n. 119). Questo amore che arriva alla croce supera tutte le nostre fragilità e contraddizioni. Anzi: Cristo scrive la sua storia di amore con noi proprio «attraverso le nostre contraddizioni, fragilità e meschinità» (n. 120). Niente e nessuno è scartato dalla croce.
La terza è: «Gesù Cristo vive», ¡Él vive! Non è solamente un bell’esempio del passato. Chiede Bergoglio: «Contempla Gesù felice, traboccante di gioia. Gioisci con il tuo Amico che ha trionfato. Hanno ucciso il santo, il giusto, l’innocente, ma Egli ha vinto. Il male non ha l’ultima parola. Nemmeno nella tua vita il male avrà l’ultima parola, perché il tuo Amico che ti ama vuole trionfare in te. Il tuo Salvatore vive» (n. 126). Si avverte un trionfo, un’esultanza formidabile in queste parole, come fossero il frutto diretto della gioia della risurrezione. Questa converte, e non certo «una decisione etica o una grande idea» (n. 129).
Ecco dunque le tre grandi verità della fede: «Dio ti ama, Cristo è il tuo salvatore, Egli vive» (n. 130).
«Volare con i piedi»
Nel quinto capitolo dell’Esortazione il Papa si interroga su che cosa cambia sulla via della giovinezza quando essa è illuminata dal Vangelo. Quali sono gli elementi di questo cammino?
Francesco procede offrendo spunti di riflessione, come se desse i punti degli Esercizi spirituali. Le articolazioni del suo discorso non sono quelle di un trattato accademico, ma quelle proprie di un testo che deve nutrire il lettore, dandogli indicazioni per la meditazione spirituale ed esistenziale.
Sogni e scelte. La giovinezza è intesa come l’età del sogno. Ma Bergoglio riflette sul fatto che l’incontro con il Signore fa crescere le persone e fa maturare i sogni, che altrimenti resterebbero astratti. La fede apre le persone alla responsabilità: questo è il punto. L’inquietudine viene a essere considerata il motore della crescita perché apre il cuore e lo mantiene aperto (cfr n. 138), ma poi questa condizione non resta indeterminata: deve condurre a fare scelte. Quando Francesco vede un ragazzo o una ragazza che cerca la sua strada, vede una persona che vuole «volare con i piedi». Questa espressione è magnifica e potrebbe bastare. E tuttavia il Papa sente il bisogno di precisare: il giovane cammina con due piedi come gli adulti, ma, a differenza degli adulti, che li hanno in parallelo, li mette uno di fronte all’altro, pronto a partire. Parlare di giovani significa dunque parlare di promesse, che aprono il cammino delle scelte, cioè della vita vissuta. Il giovane è abbastanza «folle» da poter ingannare se stesso, ma ha pure risorse sufficienti per poter essere curato dalla delusione che può derivarne (cfr n. 139) e così andare avanti.
Voglia di vivere e di sperimentare. Quindi il cammino del giovane è molto sbilanciato verso il futuro e ha le energie necessarie per controbilanciare le delusioni della storia. Semmai il problema può essere l’ansia (cfr n. 142), che diventa nemica nel momento in cui si scopre che il risultato della propria azione non è immediato, e allora si ha paura e incertezza e ci si paralizza. Il Papa si immedesima nella situazione di un giovane che vive queste tensioni. Vede anche il rischio che esse possano generare insoddisfazione o atteggiamenti irresponsabilmente sfrenati. Il suo messaggio è una chiara spinta in avanti, sapendo che la Parola di Dio invita a vivere il presente, non solo a preparare il domani (cfr n. 147).
L’ amicizia. Un elemento importante della vita di un giovane è l’amicizia. Scrive il Papa che, grazie agli amici, il Signore ci aiuta a maturare. La presenza degli amici al nostro fianco nei momenti difficili è un riflesso dell’affetto del Signore, della sua consolazione e della sua presenza gentile. Avere amici ci insegna ad aprirci, a lasciare il nostro isolamento, a condividere la nostra vita (cfr n. 151). Ed è questa la forma privilegiata del rapporto di un giovane con Cristo: non l’esteriorità di una adesione intellettuale, ma la preziosa intimità dell’amicizia.
Crescita e immaginazione. L’entusiasmo della giovinezza va accompagnato nella crescita e nella maturazione in modo che non si spenga a causa di un bisogno crescente di sicurezza e di comfort. Non si deve perdere l’ampia apertura, il fascino. Il Papa qui cita la sua esperienza personale e fa una confessione: «Quando ho iniziato il mio ministero come Papa, il Signore ha allargato i miei orizzonti e mi ha dato una rinnovata giovinezza» (n. 160). Una frase che è uno splendido insight sulla vita del Pontefice. Questa maturazione che apre e amplia gli orizzonti diventa profezia di stimolo per chi ci sta accanto (cfr n. 162).
Fraternità. La maturazione si esprime nell’apertura agli altri, una vera e propria forma di «estasi», scrive il Papa. È il riconoscimento di una fraternità radicale. Per testimoniarla, cita i vescovi di un Paese che ha vissuto lotte fratricide: il Rwanda.
Impegno. In questo senso il Papa incoraggia l’aggregazione che si apre all’impegno, anche in piccoli gruppi. Parla di «carità sociale» e di «carità politica», «cittadinanza attiva», «solidarietà sociale»: tutte espressioni della dedizione concreta per costruire una società nuova. C’è un’espressione che ricorre di frequente nel linguaggio di Bergoglio e che riassume la forma di impegno per eccellenza: l’«amicizia sociale», molto più intensa del termine «coesione», pur nobile. Questa amicizia è frutto della convergenza della «energia comunitaria» (n. 172).
Missione. Infine Bergoglio tiene a precisare che questo impegno non ha frontiere né limiti. Il Vangelo è per tutti e non solamente per chi è più vicino o più sensibile. Collaborare alla trasformazione del mondo con energia, audacia e creatività è compito di tutti.
Rami al cielo e radici dentro la terra
Il tono dell’Esortazione è decisamente legato all’energia per cambiare il mondo sin da oggi (e non solo da domani o nel futuro). Ma Bergoglio pone un intero capitolo per dichiarare l’importanza delle radici. Il futuro senza passato vola via, la giovinezza senza la storia e la tradizione rischia di essere pura ideologia o mito o manipolazione o superficialità: «Al mondo non è mai servita né servirà mai la rottura tra generazioni» (n. 191).
La Chiesa è una canoa – ha detto uno dei giovani uditori sinodali, proveniente dalle isole Samoa – in cui i vecchi aiutano a tenere la direzione interpretando la posizione delle stelle, e i giovani, in dialogo con loro, remano con forza. Il Papa ha ricordato il suo intervento e lo ha riproposto nell’Esortazione Christus vivit, concludendo che dovremmo salire tutti su una stessa canoa per costruire un mondo migliore (cfr n. 201). Per Francesco, il giovane è un profeta, ma può davvero profetizzare solamente ascoltando i sogni di chi lo precede nel cammino della vita: sogni che costui fa sulla base della sua lunga esperienza.
È significativo che nel contesto del Sinodo sia stato organizzato un evento di presentazione del volume La saggezza del tempo[5] al quale ha partecipato lo stesso Pontefice, che ha accolto domande di anziani e giovani sul tema del rapporto intergenerazionale. Il volume è a sua volta la raccolta di testimonianze di anziani di tutto il mondo con le quali il Pontefice interagisce, commentando o raccontando esperienze personali. Scrive adesso il Papa, riprendendo quel volume: «Nel libro La saggezza del tempo ho espresso alcuni desideri sotto forma di richieste. “Che cosa chiedo agli anziani, tra i quali annovero anche me stesso? Chiedo che siamo custodi della memoria. Noi nonni e nonne abbiamo bisogno di formare un coro. Immagino gli anziani come il coro permanente di un importante santuario spirituale, in cui le preghiere di supplica e i canti di lode sostengono l’intera comunità che lavora e lotta nel campo della vita”. È bello che “i giovani e le ragazze, i vecchi insieme ai bambini, lodino il nome del Signore”» (n. 196).
Gli anziani costruiscono i loro sogni sulla base della memoria, dei ricordi, con le immagini di esperienze vissute negli anni. Se i giovani affondano le loro radici nei sogni degli anziani, allora – secondo Francesco – possono vedere il futuro, possono avere visioni che aprono i loro orizzonti. Se invece gli anziani non sognano, i giovani non possono più vedere chiaramente l’orizzonte (cfr n. 193). La frattura dei rapporti intergenerazionali introdurrebbe una frattura nella storia.
Non perdere il fuoco
Il settimo capitolo è tutto dedicato alla «pastorale giovanile», cioè all’azione educativa con cui la Chiesa accompagna i giovani e favorisce il loro protagonismo. Il Papa parte dall’esperienza dei giovani che a volte nelle strutture tradizionali non trovano risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite (cfr n. 202). I giovani chiedono un maggiore protagonismo.
Non è sufficiente la pianificazione come strategia e la «riunione» come modello di azione. Serve altro. Il Papa usa le parole «creatività», «audacia», «astuzia», «ingegno» (cfr nn. 203-204). Indica due grandi linee di azione. Esse sono la ricerca e il coinvolgimento che attragga nuovi giovani all’esperienza del Signore; e la crescita, lo sviluppo di un cammino di maturazione di coloro che hanno fatto questa esperienza.
Il Papa chiede che nella pastorale non si corra il terribile rischio che i giovani «perdano il fuoco» (n. 212). Questo non deve accadere. «Se i giovani sono cresciuti in un mondo di ceneri, non è facile per loro sostenere il fuoco di grandi desideri e progetti. Se sono cresciuti in un deserto vuoto di significato, come potranno aver voglia di sacrificarsi per seminare?» (n. 216).
E certamente il fuoco si spegne anche quando l’esperienza dell’incontro con Cristo si converte in «indottrinamento» (n. 214): «Molti giovani si stancano dei nostri programmi di formazione dottrinale e anche spirituale, e a volte rivendicano la possibilità di essere più protagonisti in attività che facciano qualcosa per la gente» (n. 225).
Il Vangelo ridotto a dottrina è un Vangelo blando, incomprensibile, distante, separato dalle culture giovanili e adatto forse solo a un’élite di giovani «diversi», che galleggiano in isolamento senza vita e senza fertilità. E così «sradichiamo o soffochiamo migliaia di germogli che cercano di crescere in mezzo ai limiti» (n. 232).
La Chiesa non è un «bunker»
Un capitolo molto importante è quello dedicato alla pastorale nelle istituzioni educative. Il Papa è molto diretto e duro nell’affermare che ci sono «alcune scuole cattoliche che sembrano essere organizzate solo per conservare l’esistente. La fobia del cambiamento le rende incapaci di sopportare l’incertezza e le spinge a chiudersi di fronte ai pericoli, reali o immaginari, che ogni cambiamento porta con sé».
L’immagine usata da Francesco è molto forte: «La scuola trasformata in un “bunker” che protegge dagli errori “di fuori” è l’espressione caricaturale di questa tendenza. Questa immagine riflette in modo provocatorio ciò che sperimentano molti giovani al momento della loro uscita da alcuni istituti educativi: un’insormontabile discrepanza tra ciò che hanno loro insegnato e il mondo in cui si trovano a vivere».
Qui in questione non sono solamente i contenuti insegnati, ma che tipo di persona vogliamo formare. «Anche le proposte religiose e morali che hanno ricevuto non li hanno preparati a confrontarle con un mondo che le ridicolizza, e non hanno imparato modi di pregare e di vivere la fede che possano essere facilmente sostenuti in mezzo al ritmo di questa società». Ecco invece una delle «gioie più grandi di un educatore»: «vedere un allievo che si costituisce come una persona forte, integrata, protagonista e capace di dare» (n. 221).
La strada della ricerca e della domanda aiuta a formare una personalità adulta, capace di fare scelte con discernimento e di aderire alla fede con piena maturità. Potremmo dire che il modello del bunker è diametralmente opposto a quello dell’«ospedale da campo», del quale il Papa ha spesso parlato e che indica lo spazio di una formazione che aiuta a guarire le ferite del mondo. Molto forte è anche  l’appello di Francesco a un protagonismo popolare, ad assumere un ruolo di leader.
Vocazione e discernimento
Gli ultimi due capitoli dell’Esortazione riguardano «vocazione» e «discernimento». Sono temi ampiamente trattati nell’Esortazione Gaudete et exsultate. Qui Francesco li riprende alla luce dell’esperienza sinodale.
All’inizio dell’ottavo capitolo di Christus vivit – dedicato alla vocazione – Francesco scrive che «nel discernimento di una vocazione è importante vedere se uno riconosce in se stesso le capacità necessarie per quel servizio specifico alla società» (n. 255). Il servizio rivolto agli altri è solitamente legato a due questioni fondamentali: la formazione di una nuova famiglia e il lavoro.
La famiglia va direttamente in rotta di collisione con una visione della vita disimpegnata, individualista, prigioniera dell’isolamento e della solitudine. Francesco insiste molto su quanto sia importante «una capacità di donarsi pienamente a una persona in modo esclusivo e generoso» (n. 266).
Il lavoro è parte integrante di una vita umana piena e realizzata. Francesco lo ha spesso ripetuto, mettendo insieme le tre «t»: tierra, techo y trabajo. Memorabile al riguardo il suo discorso ai cosiddetti «movimenti popolari» del 5 novembre 2016. Egli scrive: «Anche se il lavoro potrebbe non aiutarli a realizzare i loro sogni, è importante per i giovani-adulti coltivare una visione, imparare a lavorare in un modo veramente personale e soddisfacente per la loro vita, e continuare a discernere la chiamata di Dio» (n. 268).
Per questo anche la politica deve considerare il lavoro come una questione importante. Oggi scopriamo nuovi modi per risparmiare lavoro a una velocità superiore a quella alla quale scopriamo nuovi modi per impiegare lavoro (cfr n. 271). E, come se non bastasse, ben sappiamo che l’ossessione di ridurre i costi può rapidamente portare a sostituire innumerevoli posti di lavoro con le macchine.
Lo «zapping» e il discernimento
La vita intesa come vocazione invece richiede uno spazio di silenzio interiore. Occorre uscire dallo zapping esistenziale costante. Francesco ne aveva parlato nella Gaudete et exsultate al n. 167 e lo ripete qui. Infatti, oggi «è possibile navigare su due o tre schermi simultaneamente e interagire nello stesso tempo in diversi scenari virtuali». Davanti al multitasking esistenziale serve la sapienza del discernimento. Se questa mancasse, il rischio per noi tutti sarebbe quello di «trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento» (n. 279). Il silenzio e la calma servono al discernimento. Francesco offre una lista di domande da far risuonare in questo silenzio: «Io conosco me stesso, al di là delle apparenze e delle mie sensazioni? So che cosa dà gioia al mio cuore e che cosa lo intristisce? Quali sono i miei punti di forza e i miei punti deboli? Seguono immediatamente altre domande: come posso servire meglio ed essere più utile al mondo e alla Chiesa? Qual è il mio posto su questa terra? Cosa potrei offrire io alla società? Ne seguono altre molto realistiche: ho le capacità necessarie per prestare quel servizio? Oppure, potrei acquisirle e svilupparle?» (n. 285).
Il discernimento per Francesco – è bene ricordarlo – non consiste in una sapienza per i colti, i dotti, gli illuminati. Il discernimento è un carisma: «Non richiede capacità speciali né è riservato ai più intelligenti e istruiti, e il Padre si manifesta con piacere agli umili (cfr Mt11,25)», aveva scritto il Papa nella Gaudete et exsultate (GE 170). Ma soprattutto «il discernimento non è un’autoanalisi presuntuosa, una introspezione egoista, ma una vera uscita da noi stessi verso il mistero di Dio, che ci aiuta a vivere la missione alla quale ci ha chiamato per il bene dei fratelli» (GE 175).
In Christus vivit Francesco si concentra su come aiutare un altro a discernere il percorso della propria vita. La prima cosa da fare – scrive – è ascoltare. E questo ascolto implica tre diverse e complementari sensibilità (cfr nn. 292-294). La prima è l’attenzione alla persona con il tempo necessario e un ascolto incondizionato. La seconda riguarda la capacità di cogliere il punto giusto in cui si percepisce che è in azione la grazia o la tentazione. Questo ascolto è orientato a riconoscere lo Spirito buono, ma anche le trappole dello spirito cattivo, i suoi inganni e le sue seduzioni. La terza attenzione è l’ascolto profondo di dove l’altro vuole davvero andare, chi vuole essere, oltre il guscio dei sentimenti.
Il discernimento è un processo che richiede un accompagnamento e presuppone la libertà. Non ci sono ricette. Questa è la grande lezione che Francesco offre ai giovani d’oggi: aiutarli a riconoscere che il loro destino e quello del mondo è nelle loro mani. Il loro impegno, alla luce della fede, è vocazione e missione.
* * *
Il mondo e la Chiesa hanno bisogno dell’entusiasmo e della responsabilità dei giovani, così come delle loro intuizioni e della loro fede. I giovani possono correre più veloci. Per questo il Papa conclude la sua Esortazione con saggezza e umiltà scrivendo: «Quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci» (n. 299).

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