Il '68 italiano dei cattolici



Altro anniversario importante che si sta celebrando è il 50° dalla "rivoluzione" del '68. I cattolici in Italia furono tra i protagonisti, a partire dall'occupazione dell'università Cattolica che diede inizio al movimento.

Tra le riflessioni interessanti che si trovano sul web, segnalo uno speciale dell'Espresso:

I cattolici


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Le prime pagine 1965-1969 /2

Le prime pagine del settimanale: cultura, mode e storia italiana negli anni del Movimento

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I cattolici

La chiusura del Concilio Vaticano II, il pontificato di Paolo VI, don Lorenzo Milani e il dissenso cattolico. Ma anche una società che evolve i suoi costumi

1965-1969

Introduzione/2

La contestazione entra nel vivo. Le università vengono occupate anche in Italia. Si denuncia lo strapotere dei “baroni” e iniziano gli incidenti fra gli studenti e la polizia. Ma il novero dei bersagli si allarga e fra questi affiora la cultura: Moravia e, soprattutto, Pasolini. Giovani contro vecchi. Figli contro padri
di Nello Ajello

4 agosto 1968 - Il papa promulga l’enciclica “humanae vitae”

S’apre il controconcilio 

Un deciso “no” alla pilllola e ad altri anticoncezionali. Paolo VI chiude la stagione aperta con il Vaticano II
di Carlo Falconi

5 febbraio 1967 - Musica e chitarre: cambia la liturgia

Gli urlatori di Gesù

In Olanda si sperimenta un nuovo modo di dir messa. Aboliti paramenti sacri e altari. Al posto delle ostie le gallette. E poi canti e spiritual
di Sandro Viola

12 dicembre 1965
La chiusura del Concilio Vaticano II

Mille giorni a San Pietro

Sette anni fa l’annuncio. Cinque anni di lavoro. E fra i risultati di maggior rilievo la collegialità episcopale e l’ecumenismo
di Carlo Falconi

11 aprile 1965
Don Lorenzo Milani e il dissenso cattolico

Il prete amaro di Barbiana

Il parroco del Mugello ha scritto una lettera contro i cappellani militari Un altro sacerdote fiorentino, Ernesto Balducci, è accusato di vilipendio
di Carlo Falconi

























































Vedi inoltre la serie di interviste a personaggi decisivi che Monica Mondo sta invitando nella sua trasmissione Soul di TV2000

- cardinal Angelo Scola (vedi in alto)
Cardinale, Arcivescovo di Milano, Capo del Rito Ambrosiano. Angelo Scola nasce a Malgrate, in provincia di Lecco, da una famiglia di umili origini. Studente in Filosofia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, consegue la laurea in Filosofia e in Teologia. Nel luglio 1970 viene ordinato sacerdote nella diocesi di Teramo. Ha ottenuto il dottorato in Teologia a Friburgo, dove è stato, inoltre, assistente di Teologia Morale. Nel 1972 collabora alla fondazione della rivista internazionale Communio, sui temi di cultura e teologia, al fianco di Joseph Ratzinger e Hans Urs von Balthasar. Eletto Vescovo di Grosseto nel ’91, ricopre tre anni dopo il ruolo di Rettore della Pontificia Università Lateranense. Nel 2002 riceve invece la nomina di Patriarca di Venezia e nel 2011 viene nominato da Papa Benedetto XVI Arcivescovo Metropolita di Milano. A luglio 2017, a pochi mesi da una calorosa sua visita alla diocesi di Milano, Papa Francesco accetta la sua rinuncia alla guida dell’arcidiocesi, presentata per raggiunti limiti di età. Do Angelo torna a Malgrate, su quel ramo del lago di Como di manzoniana memoria. Torna tra la sua gente e torna a scrivere.
- p.Fabrizio Valletti
È un gesuita, da sempre alla ricerca di realtà difficili e precarie, lui che è nato da una famiglia borghese. Padre Fabrizio Valletti è cresciuto nel primo dopoguerra, con un padre non credente, mazziniano, e cinque sorelle, le prime esperienze negli scout e la scarsa voglia di studiare. Allievo del Tasso a Roma e poi la scelta universitaria con l’iscrizione ad Architettura, materia lontana dalla carriera di medico per evitare l’appellativo di “figlio di papà” con il mestiere già in tasca. Inizia qui l’interesse politico con la fondazione di “Iniziativa Politica” durante gli studi, in un momento in cui era preponderante la difficoltà di coniugare Chiesa e mondo sociale. “O il Vangelo o tutto il resto”, questa la spinta che poi ha guidato padre Valletti a diventare un religioso, e in seguito gesuita. Un’esperienza all’estero fra Londra e Parigi, il ritorno in patria, a Livorno la consapevolezza di essere in grado di insegnare, poi gli studi a Pisa con Luigi Chiarini. Girovago, finisce a Firenze dove frequenta don Milani e fa la conoscenza di La Pira, Balducci e Fioretta Mazzei, il ritorno a Roma per gli studi in Teologia, negli anni del ’68, con l’occupazione della Basilica di San Pietro. E poi di nuovo a Firenze con il ponte fra il Mugello e la città, Follonica con la comunità operaia, Bologna e i contrasti con Comunione e Liberazione, fino a Napoli a Scampia. Padre Valletti ha vissuto molte vite, assistente scout, assistente alle carceri di Poggioreale e Secondigliano, presidente dell’Istituto Pontano di Napoli e responsabile del Centro Hurtado. Ed è proprio in quest’ultimo a Scampia, in una delle realtà italiane più complesse, che padre Valletti compie quella che è una esperienza culturale ma soprattutto sociale, con un unico obiettivo: avvicinare la città alle periferie.
- don Vinicio Albanesi 
È un prete di campagna, ruspante, marchigiano, esprime le sue convinzioni senza timore ed è conosciuto soprattutto per essere il presidente della Comunità di Capodarco, e del famoso Redattore Sociale. Don Vinicio Albanesi e Capodarco sono nomi ben noti nel mondo del volontariato, delle istituzioni per i disabili, le madri sole, i malati psichiatrici: persone, che hanno sogni, risorse e la possibilità di realizzare se stessi, di essere felici, non solo un problema da occultare, da sopportare, scarti. Persone che vanno accompagnate, per questo don Vinicio è stato tra i fondatori del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza. Il seminario a undici anni, gli insegnamenti di don Di Liegro, oggi don VInicio è insegnante di diritto canonico all’Istituto Teologico Marchigiano, giornalista, scrittore, ma non ama cullarsi sui suoi successi , nn è cambiato: diretto, aspro a volte, essenziale, nella fedeltà al Vangelo. Scrive i suoi pensieri in un blog, L’inquieto, e anche se sembra incline all’utilizzo dei nuovi media non ha Facebook, Twitter o Skype. Perché se volete trovarlo, dovete andare a Capodarco. Don Vinicio è diventato sacerdote nel 1967, un anno prima di quel famoso ’68 che ha rivoluzionato il mondo. Eppure, nonostante i venti di cambiamento, non è mai stato un contestatore: “Non ho mai partecipato a nessun corteo, né religioso né civile, sia pro che contro. Quando arrivai a Roma nel ’67 vidi questa contestazione, ma non capii nulla, perché venivo dal paese, non ero mai stato in città. Dal cuore della Chiesa invece da noi non è mai arrivato niente, c’era stato il Concilio Vaticano, ma era stata un’intuizione di poca gente intelligente e capace”.
- Francesco Alberoni:
Il sociologo per eccellenza, autore di best seller, editorialista di punta, leggendario rettore di quell’ Università di Trento culla del ’68 e poi dei primi brigatisti… Lucidissimo novantenne, multiforme per esperienze e interessi, ha anticipato tantissimi fenomeni che oggi leggono la società, dallo studio dei movimenti collettivi alla società dei consumi, dai cambiamenti dell’esperienza amorosa, letta in controluce all’ analisi della società. Alberoni afferma: “Il 68 è stato solo un revival marxista. Un movimento politico, non culturale. (…) Mi spiace per gli studenti che si sono perduti. Per Renato Curcio, che doveva fare lo studioso, per Mauro Rostagno, ucciso dalla mafia. Poi è arrivato un mare di gente che parlava per slogan e voleva fare la rivoluzione…credevano di essere in America Latina. Si sono occupati la mensa che autogestivano, da soli! Non valevano nulla, erano degli sbandati. Per questo ho lasciato quell’ Università. Io sono poco accademico, sono anomalo, sempre. Ero stato accolto da loro come un leader del movimento, ma parlavo da rettore, avevo una forte autorità, e gli studenti del movimento, i primi, una forte autorevolezza. Poi è cambiato tutto”.
- Mario Capanna:
Politico, sindacalista, attivista, ambientalista. È difficile inquadrare Mario Capanna, ma è facile ricordarlo per la sua militanza nella lotta studentesca del ’68 e per la militanza in Parlamento e nella società. Inguaribile idealista, ambientalista, apicoltore…L’amore per la conoscenza lo porta a lasciare la sua Umbria per Milano e continuare gli studi: approda così alla Cattolica studiando filosofia sotto la guida di Emanuele Severino, e ne viene clamorosamente espulso a seguito dell’occupazione studentesca. Sul suo ruolo da militante ha costruito tutta la sua carriera politica e letteraria, dedicando al “Movimento” libri e articoli e conferenze: la sua ultima fatica è “Noi Tutti”, il noi al posto dell’io, slogan di quel ’68 che vale la pena ritrovare nella modernità, liberato dalle ideologie: con uno sguardo alla persona che ha valore in sé, e non solo perché produce.
- don Gino Rigoldi:
Lombardo, è il prete del Beccaria, il carcere minorile di Milano. Più di 40 anni con i minori degli istituti penali, è il loro cappellano ed è un padre per tanti ragazzi che vivono nella “Comunità nuova”, ragazzi che cerca di reinserire dopo la detenzione, di aiutare con la formazione professionale, ragazzi a cui dà una casa da cui ripartire. Un cammino iniziato proprio quando giovane seminarista nel ’68 sognava di occuparsi di giovani. “Nel mio oratorio allora c’era tanta gente” – ricorda – “c’era anche il centro antimperialista, il parroco mi chiedeva: ma quelli vanno a messa? Con il tempo… rispondevo”. “La Chiesa allora sembrava molto conservatrice, molto alleata con i poteri forti, anche molto ricca, forse. E poco in difesa delle povertà, non perché non facesse la carità ma fare la carità è diverso dal difendere i diritti delle persone che invece devono avere gli strumenti di lavoro, di recupero della propria dignità. Da allora molto è cambiato, anche i vertici della chiesa si sono messi molto in dialogo.” Don Gino non nasconde però il rischio di una perdita della fede come trascendenza: “. “Se per trascendenza si parla di vita spirituale intensa e di contemplazione della faccia di Dio, quello credo di sì. Per essere più nella pratica sociale e nella vita quotidiana, nel costruire, nelle battaglie per la giustizia, per i lavoratori, ecc., quello sì. È come se la faccia di Gesù Cristo fosse un po’ confusa con tutta l’attività sociale e politica. Ma la voglia di preghiera c’è ancora anzi, questo è uno dei miei sogni: aprire a Milano una scuola di preghiera. Nella chiesa del Beccaria.” Un sacerdote che vive con i giovani e per i giovani con gioia: “ ci vuol poco con gli adolescenti per lanciarli verso una stima di sé che è la premessa per essere poi capaci di fare cose belle per gli altri: e questa è un’avventura bellissima.”
Le prossime interviste sono: 
Sabato alle 12.50 e 20.45, domenica alle 12.50 e 20.30 – Per la serie di interviste sul ’68 cattolico in onda  su Tv2000 la conduttrice di Soul Monica Mondo incontra l’ex brigatista Armando Lanza e il vescovo Giancarlo Bregantini.
Armando Lanza era un insegnante di Lettere, nato in una famiglia contadina, ispirato dalla conoscenza di sacerdoti missionari ad entrare in seminario, tra i comboniani. Poi le contestazioni all’università, un lungo viaggio in America Latina, l’infatuazione per la teologia della Liberazione. Al rientro in Italia è un collega ad instradarlo nella lotta armata. Entra nelle Br, è tra i responsabili del sequestro del generale americano Dozier, come basista. Viene catturato, condannato a 12 anni di carcere, ne sconterà otto, per poi lavorare in una cooperativa, fondare una piccola impresa sociale per aiutare disabili psichici, compreso che la rivoluzione non si fa con le armi, mai. Armando ha raccontato la sua storia in un libro, Le scarpe dimenticate (sottotitolo: acqua santa e Brigate Rosse), dedicato alla figlia, appena ragazzina. Un libro catartico, che cerca di spiegare, senza giustificare mai, come l’ideologia abbia preso il posto della fede, abbia ingabbiato l’intelligenza e spinto al male, senza se e senza ma. Un uomo umile, intelligente e schiacciato dal peso di un marchio infame, quella stella a cinque punte che ha insanguinato il paese, ma che è stato capace di rialzarsi, e riconnettersi al mondo, con la presa di coscienza, il lavoro, una famiglia, la speranza.“Fino a diciassette anni sono stato in alcuni istituti religiosi. Il mio desiderio era quello di diventare missionario nei comboniani, fin da piccolo ero abituato a leggere Il Piccolo Missionario.”“Credo ci siano molte affinità tra cristianesimo e comunismo… Gesù è stato un rivoluzionario, non violento ma rivoluzionario. Io non mi sono mai ritenuto un violento, anche se è contraddittorio quello che dico perché la scelta che ho fatto è stata senza dubbio violenta, ma la mia partecipazione nelle Brigate Rosse è relativa soltanto al sequestro del generale Dozier”.In sud America “volevo capire come un paese governato dalla democrazia cristiana fosse una dittatura feroce. Sapevo anche che il vertice della Chiesa con Oscar Romero si era opposto a quella situazione, e ha pagato con la vita. Credo che Romero sia stato molto osteggiato. L’errore mio e di tanti giovani forse è stato forzare pensando l’Italia molto simile a un paese dell’America Latina”.E in questo contesto Armando Lanza ha rischiato la vita. “Volevo entrare in una chiesa bersaglio quotidiano dei militari. La piazza era piena di gente, una situazione tranquilla. C’erano i militanti del fronte Farabundo Martì che distribuivano volantini sul sagrato a chi voleva avvicinarsi. Quando a un certo punto attraversa la strada un camion militare, e se non mi tiravo indietro sarei stato investito. Dal camion hanno cominciato a sparare ai militanti del fronte. La gente scappava e anche io, con tutte le strade bloccate, finché non mi sono sentito tirare per un braccio dentro un locale con una saracinesca a mezz’asta dove la gente si andava a riparare. E lì ho pensato come si fa a vivere in un paese con la paura!? Questa paura era palpabile”.Ma perché proprio il generale Dozier? “La nostra era una follia. Io avevo reso disponibile la mia abitazione. Non che mi piacessero le Brigate Rosse del sequestro Moro. Ma credevo stesero cambiando.Se non avessi letto sui giornali che le BR avevano il progetto di cambiare rotta e dedicarsi a problemi di carattere internazionale, la solidarietà fra i popoli, non avrei aderito. Certe cose le ho scoperte poi in corso”.Lanza non ha mai ucciso nessuno, eppure si sente comunque responsabile anche di tutto il sangue che non ha mai versato. “Ho ‘sposato’ un’organizzazione che ha fatto certe cose, lo sapevo. Di questo mi sento responsabile e il fatto di dire che ho solo partecipato non vuol dire che mi sono sottratto a ciò che è stato fatto prima”.

Giancarlo Bregantini, oggi vescovo di Campobasso, è un sacerdote trentino adottato dal meridione, quello più truce dove domina la ndrangheta. Figlio di contadini, attivista nel movimento studentesco, assiste e partecipa da subito con passione alla rivoluzione prima ecclesiale, con il Concilio: sceglie di essere prete operaio, cappellano di ospedale, del carcere, poi parroco e vescovo bandiera della lotta alla criminalità calabrese, nella diocesi di Locri-Gerace. Un uomo autorevole e attento alla sua gente, che visita di parrocchia in parrocchia con volontà di ascolto, senza negare mai una parola forte, soprattutto per chiedere giustizia e lavoro. Perché quella che sembra un’isola felce, il suo Molise, una regione così piccola, bella, pulita, con un forte senso d’identità, è comunque una terra da cui i giovani fuggono, dove bisognerebbe rinverdire la tradizione del cattolicesimo sociale che ha fatto l’Italia, per non scomparire.I sogni del ’68 sono nati da una profondità evangelica, come lo stesso Bregantini afferma: “Questi sogni sono nati da una rilettura della Bibbia, dei profeti, e di Isaia in particolare nel capitolo 58, dove la fede si incarna dentro la liberazione degli oppressi, gli sfruttati, l’apertura del cuore ai grandi progetti che sono chiamati il Regno di Dio, una rilettura dello stile di Gesù secondo le beatitudini. Il ’68 è stato anche questo, nei nostri ambienti almeno. Alle spalle c’era una realtà che si sentiva sgretolarsi, non più attuale, un’ impostazione più di legge che di spirito evangelico. C’era il no a un passato rigido, e un’apertura a un modello nuovo di essere figli di questo tempo”.E nelle lotte padre Giancarlo è stato anche in prima linea, costandogli l’espulsione dal seminario per una settimana. “Sono stato espulso dal seminario per una settimana per aver partecipato a queste iniziative, e sono stato costretto a fare una settimana di esercizi spirituali di supplemento in un piccolo monastero in riva al Lago di Garda”. In quei giorni la figura di Lucia dei Promessi Sposi è stata di compagnia a padre Giancarlo. “Lucia si è sentita comunque capace di puntare il dito contro l’Innominato dicendo: la carità vale più di ogni altra cosa, Dio ascolta e cambia i cuori. Al termine degli esercizi il mio animo così era più sereno, e il clima che ho trovato in seminario di solidarietà e confronto è stato molto bello”.Ad aiutarlo a non cadere nell’estremismo, la figura di don Antonio Mazzi. “Era mio docente di religione, mi aiutò ad attraversare quei momenti evitando gli estremi della contestazione, mantenendo l’idea di una realtà da rinnovar, sì, ma con saggezza”. “Il ’68 è diventato un desiderio di verità nella libertà, ma alla fine ha posto la libertà assoluta prima della verità. La verità va ricercata nella libertà. Un vascello ha bisogno di due forze per camminare. Della forza del vento che gonfia le vele e le lancia verso l’infinito, ma per arrivare alla meta serve il timone. La libertà è il vento, la verità il timone. Se spezzo l’uno dall’altro o la nave gira sempre, o non parte. Il punto è mettere insieme il livello educativo”.Non solo avere dei maestri ha fatto sì che il ’68 per padre Giancarlo non prendesse vie estremiste, ma anche il lavoro come operaio è stato altamente significativo. “ Facendomi capire che c’è una classe operaia. Anche oggi ci sono gli operai, ma non sono più classe, non sono più individualizzati come realtà, e non c’è più quel senso di fierezza e di forza che era propria della classe operaia. Io entrai come un contadino che aveva perso il lavoro. Mi guardarono le mani per capire se ero davvero un contadino. E nonostante le insidie riuscivo ad essere cristiano. Cristo c’è già nel cuore delle persone, va solo riscoperto”.
 

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