Ragionare sul sacramento della Cresima: quando e come farla? Da un articolo di Andrea Lonardo


Don Andrea Lonardo ha pubblicato sulla rivista «Orientamenti pastorali», 66 (2018), pp. 17-31 un interessante articolo: 

"Perché vale la pena oggi discutere di Confermazione? Punti fermi e vertigini aperte":

1/ Un primo sguardo sulle sperimentazioni di Iniziazione cristiana in riferimento alla Confermazione

Le diverse “sperimentazioni” proposte in Italia sull’Iniziazione cristiana sono nate dal tentativo di rispondere ad alcune esigenze:
- che i ragazzi non ricevano la Confermazione come il “sacramento dell’addio”
,
- che il cammino pensato per i figli si rivolga anche ai loro genitori
- infine, che si possa riscoprire l’“ordine” antico dei sacramenti.
Questi tentativi si stanno rivelando, però, non risolutivi[1]. L’abbassamento dell’età della Confermazione ai 10-11 anni circa e la sua anticipazione alla domenica precedente la liturgia della “prima comunione” - o nella stessa celebrazione - non hanno fatto sì che i ragazzi proseguano poi il cammino secondo le attese.
D’altro canto la proposta di una riscoperta della fede dei genitori si è rivelata preziosa, ma, dai primi bilanci, risulta che abbia aiutato soprattutto le famiglie già in qualche modo vicine alla comunità cristiana e molto meno le altre.
L’attenzione alla famiglia, d’altro canto, non è di per sé implicata nella logica catecumenale. I catecumeni, infatti, si presentano alla chiesa soli e non accompagnati dai genitori, provenendo appunto da famiglie non credenti[2], mentre la riscoperta di un’attenzione rivolta ai genitori, primi responsabili dell’educazione dei figli, è ampiamente condivisa anche da chi non si è confrontato con un eventuale “stile catecumenale”.
Certamente la riflessione sulla Confermazione - e sull’Iniziazione cristiana più in generale - ha permesso un primo confronto fra attenzioni complementari, in particolare quella rivolta alle famiglie - più tipica di una catechesi legata all’educazione di famiglie in qualche modo già vicine alla chiesa - e quella nata dall’esperienza del catecumenato degli adulti - che si rivolge a singole persone che desiderano scoprire per la prima volta la fede.
Tutti si stanno, comunque, misurando con il fatto che i ragazzi, entrati nell’età adolescenziale, sono meno bisognosi di una presenza dei loro genitori. Essi “reclamano” piuttosto la compagnia di gruppi di giovani di età maggiore che li accompagnino come testimoni. Purtroppo la pastorale giovanile resta la grande assente in molte delle discussioni sulla continuità del cammino al termine dell’Iniziazione cristiana.
L’esperienza del “post-cresima” del cammino neocatecumenale ha proposto a sua volta la presenza a fianco dei ragazzi non dei loro stessi genitori, bensì di famiglie catechiste che li potessero accogliere nelle proprie case. Qui l’insistenza sulla famiglia ha assunto una forma ulteriormente complementare: poiché i ragazzi hanno bisogno della testimonianza non di singoli catechisti, bensì di uomini e donne sposati, si è privilegiato il servizio di giovani coppie, piuttosto che insistere sui genitori dei ragazzi.
D’altro canto, questa realtà variegata ha generato una situazione di stallo, con una divaricazione di opinioni fra le diocesi e all’interno delle diocesi stesse, con repentini cambi di impostazioni al cambio del vescovo stesso.
Tutti concordano, comunque, sul fatto che sia non solo opportuno, ma anche bello ed evangelico, lavorare con le famiglie dei ragazzi. In misura minore, ma comunque significativa, si è creato un consenso sull’importanza di tornare a lavorare ad una seria pastorale giovanile, scolastica e di oratorio, senza la quale non è nemmeno ipotizzabile una prosecuzione dl cammino. Non esiste, invece, un consenso altrettanto condiviso all’interno dell’episcopato italiano sulla questione della Confermazione.
Se si affronta poi la questione dal punto di vista teologico l’insistenza sull’“ordine” dei sacramenti ha lasciato in secondo piano due grandi questioni: quale sia il significato di essa e quale sia il rapporto della Confermazione con il Battesimo[3].
Dove si è iniziato a celebrare la Cresima subito prima della “prima “Comunione” la catechesi si incentra sulla celebrazione eucaristica, ma lascia in ombra la domanda su quale dono comporti la Confermazione stessa. D’altro canto non è possibile chiarire quale realtà meravigliosa sia la Cresima stessa se non guardando al Battesimo: il secondo sacramento dell’Iniziazione cristiana - la Cresima - non può essere assolutamente visto, infatti, come un semplice requisito per ricevere la Comunione, non essendo legato innanzitutto ad essa, ma all’essere e al diventare “figli”[4].
Evidente è poi l’imbarazzo su quale sia precisamente il cammino da proporre in vista della celebrazione della Confermazione. Se una certa tradizione si è ormai creata riguardo ai contenuti e alle esperienze da proporre in vista della “prima Comunione”, la confusione totale regna sugli itinerari per la Cresima e, più in generale, per gli adolescenti. Anche i giovani preti a cui spesso è affidato tale servizio si rivolgono agli Uffici catechistici diocesani, non avendo la minima idea di quali siano le tappe da proporre in vista della Confermazione.
L’unico elemento che ricorre con una certa frequenza è quello, in fondo secondario, dei sette doni dello Spirito, mentre latitante appare una chiara riflessione sul perché sia necessaria una vita “secondo lo Spirito”: il tema stesso dello Spirito Santo viene affrontato nei diversi itinerari spesso solo al termine del cammino e non lo sostiene in maniera chiara fin dall’inizio.
Appare altresì evidente che, mentre il cammino dei bambini delle elementari è attento a tante esperienze ecclesiali, liturgiche, familiari, di carità, spesso quello rivolto ai pre-adolescenti e agli adolescenti è basato, invece, sulle sole riunioni: risulta così essere poverissimo, limitandosi a qualche magra discussione. Non si propone ai ragazzi, con una convinzione pari a quella che si ha nei confronti dei più piccoli, né l’eucarestia domenicale, né altre esperienze forti di gruppo nel corso dell’anno.

2/ La latitanza dell’intera società nel proporre una prospettiva educativa agli adolescenti

Vale la pena accennare ancora, in apertura, ad un’altra grande questione che è sullo sfondo. Spesso la catechesi è così “ecclesiocentrata” che i catechisti degli itinerari di Cresima non sono abituati ad allargare lo sguardo e a comprendere che ogni figura adulta è oggi in difficoltà con i ragazzi di quell’età. Lo sono i genitori, lo sono i docenti delle medie, lo sono gli insegnanti di musica o gli istruttori sportivi. Nell’abbandonare l’età delle elementari i ragazzi iniziano a rifiutare tutto ciò che avevano prima vissuto con piacere, dalla catechesi per la Comunione alla scuola di pianoforte, dalla scuola tennis al piacere di fare le vacanze insieme ai genitori, dallo studiare con regolarità al mantenere impegni prestabiliti, dall’avere un orario stabile in cui addormentarsi al visitare i parenti anziani o malati.
Al momento della Confermazione I ragazzi non si allontanano semplicemente dalla comunità cristiana, bensì molto più radicalmente da tutto ciò che fin lì è stato vero per loro. Per di più tale distacco viene oggi vissuto, a differenza del passato, senza che l’intera società si senta più un grado di mantenere salda una proposta viva nei loro confronti. Per molti genitori il proprio ruolo educativo è oggi terminato nel momento in cui i ragazzi iniziano le medie e molti di loro ritengono che i ragazzi debbano ormai essere rispettati nella loro “libertà”, senza offrire più loro indicazioni di vita, non solo riguardo alla fede cristiana e alla Cresima, ma anche nel campo degli affetti, delle amicizie, dell’utilizzo dei social, di un orientamento nelle questioni che la scuola affronta e così via.
Sbaglierebbe grandemente chi affrontasse la questione della Confermazione da un punto di vista esclusivamente intra-ecclesiale, quasi che il problema riguardasse unicamente la questione del rapporto dei ragazzi con la fede.
La crisi della Confermazione è, in realtà, anche la crisi di una generazione: gli adulti ritengono di non avere certezze e neanche proposte solide da offrire all’età dell’adolescenza che invece ha bisogno di mettere alla prova e di verificare ciò che ha fin lì ricevuto. I ragazzi non hanno così la possibilità di misurarsi con punti di riferimento chiari, perché gli adulti sono dubbiosi sul fatto che si possa essere felici nella vita, che abbia senso sposarsi, che valga la pena avere figli, che sia possibile lavorare onestamente e per il bene comune, che valga la pena conoscere i classici, che sia importante avere amici sinceri e che si debba vivere con sacrificio la carità verso chi è nel bisogno.
Gli adulti non si limitano a dire che non sanno se credere o meno in Dio. Non esitano solo dinanzi alla questione se il cristianesimo sia così nuovo e unico nel novero delle fedi e delle religioni al punto da meritare il dono di sé stessi. Il loro dubbio radicale abbraccia qualsiasi dimensione dell’esistenza.
I ragazzi così non vengono confermati in niente di ciò che è stato loro trasmesso da bambini. Se, nelle generazioni passate, i giovani dovevano lottare per maturare idee diverse da quelle dei loro genitori, oggi questa lotta non viene più combattuta perché gli adulti si rivolgono a loro affermando per primi che i ragazzi possono comportarsi come meglio piace a loro.
Una canzone di Niccolò Fabi esprime bene questa assenza di un riferimento che sostenga un cammino, assenza che va ben al di là di una semplice mancanza di fede. L’autore canta di essere
«orfano di origine e di storia 
e di una chiara traiettoria,
orfano di valide occasioni
del palpitare di un’idea con grandi ali
di cibo sano e sane discussioni
delle storie, degli anziani, cordoni ombelicali
orfano di tempo e silenzio
dell’illusione e della sua disillusione
di uno slancio che ci porti verso l’alto
di una cometa da seguire, un maestro d’ascoltare
»[5].
D’altro canto proprio dinanzi a questa assenza generalizzata di adulti - genitori, docenti, a volte anche preti - che attestino ciò che vale, ecco che è sufficiente che qualcuno di essi sappia mostrare ciò che ama con convinzione che gli adolescenti lo seguono con entusiasmo, sia nella vita, sia nella scuola, sia nello sport o nella musica, sia nelle comunità parrocchiali[6]. Recalcati ha sostenuto che i ragazzi oggi non vivono più il complesso di Edipo, cioè la lotta con il padre per accedere all’amore, bensì quello di Telemaco, cioè l’ardente desiderio del figlio di Ulisse/Odisseo che il padre assente e lontano torni, poiché senza la sua presenza a Itaca non potrà regnare la giustizia e la vita di Telemaco stesso e di sua madre Penelope sarà senza speranza[7].

3/ Il vero grande problema taciuto: cosa è la Confermazione?

Da questo sguardo generale è bene ora passare a soffermarsi su alcune questioni che appaiono decisive per orientare una discussione e scelte future in relazione alla Confermazione.
Innanzitutto l’interesse si accende quando si inizia ad affrontare la questione di cosa sia la Cresima. Nessuna modalità sarà mai attraente se non in quanto illuminata dal “perché”. È evidente, invece, che tale questione è totalmente disattesa, al punto che nemmeno si iniziano gli itinerari in preparazione ad essa spiegando ai ragazzi perché sia importante riceverla[8].
La motivazione del divenire “soldati di Cristo”, su cui i catechisti ironizzano, è stata sostituita da una spiegazione ancora più banale e riduttiva: la Confermazione sarebbe la “conferma” che i ragazzi darebbero alla scelta compiuta dai loro genitori il giorno del Battesimo. Questo modo di vedere il sacramento è doppiamente assurdo, perché falsa il significato del Battesimo e trasforma poi anche la Cresima in un impegno. Nessun sacramento, invece, è innanzitutto un impegno, bensì è prima di tutto un dono.
Si tratta, dunque, di capire se la Cresima sia un dono grande e se, conseguentemente, ci si privi di qualcosa di estremamente importante ignorandolo. La questione sarà più ampiamente affrontata dagli articoli che seguono in questo numero monografico. Qui si intende solo aprire la strada ad essi sottolineando che la risposta su cosa sia la Confermazione deve essere cercata nella sua relazione con il Battesimo. Nel Battesimo si è già totalmente “figli” prediletti del Padre. Eppure, proprio perché il rapporto con il Padre è una relazione viva e non si è semplicemente figli una volta per sempre bensì il Padre ama camminare insieme a chi ha generato, ecco che la Cresima sottolinea proprio questo dono rinnovato.
Ricordo che una volta, in un periodo di insicurezza, stavo camminando e immaginai - chissà perché? - mio padre, che è già in cielo, che mi sorrideva dall’alto e mi diceva: “Bravo, sei la luce dei miei occhi, mi piace quello che stai facendo, sono fiero di come riesci ad aiutare gli altri, di ciò che dici e di come ti comporti”. Mi sono sentito confermato. Ero già figlio di quel padre. Ero figlio. Ma quello sguardo era di conferma: “Non mi sono sbagliato a generarti”, “Sei un figlio ‘riuscito’, va bene così, ce la farai a vivere la tua vocazione”[9].
Così è della Cresima: la Confermazione non è una realtà “nuova” rispetto al Battesimo, non aggiunge una nuova figliolanza, ma “conferma”, “sigilla” quell’unica dignità già pienamente ricevuta una volta per sempre[10].
Si potrebbe porre la stessa domanda in un modo diverso e complementare: è un acquisto, è un guadagno, è una ricchezza la tradizione latina di separare la Confermazione dal Battesimo (ovviamente senza nulla togliere alla tradizione orientale[11])? Questa domanda è più importante della questione troppo semplice del giusto “ordine” dei sacramenti.
Se la Confermazione è una ricchezza teologica, allora bisogna saperne annunciare la grandezza[12]. Negli attuali itinerari tale ricchezza non risplende e non illumina nemmeno le sperimentazioni.
Certo è che, comunque, la Confermazione ha senso in relazione al Battesimo, prima che in relazione all’Eucarestia.

4/ Cosa vuol dire che l’Eucarestia è il “culmine”?

Più si procede in avanti, più appare d’altro canto evidente che, se si pone come caposaldo dell’Iniziazione cristiana il Battesimo, la questione dell’Eucarestia non deve essere posta solo una volta celebrata la Cresima, ma piuttosto a partire dal tempo che segue immediatamente il Battesimo, anzi con il Battesimo stesso.
Le rubriche del Rituale del Battesimo, nate dalla ricchissima teologia conciliare, chiedono che il Battesimo sia celebrato nella Veglia Pasquale o di domenica e, se possibile, all’interno della stessa liturgia eucaristica, per di più prevedendo una processiono per l’ultima benedizione fino all’altare, se il fonte battesimale fosse lontano da esso[13].
Perché questo? Perché il Battesimo è già Comunione piena con Cristo ed è pertanto orientato all’Eucarestia. San Tommaso d’Aquino ha scritto: «Nessuno deve avere il minimo dubbio che ogni fedele diviene partecipe del corpo e del sangue del Signore nel momento in cui con il Battesimo diviene membro del Corpo di Cristo»[14].
Dal Battesimo in poi il bambino crescerà nella fede proprio tramite il rito. Partecipando all’Eucarestia nelle braccia dei propri genitori, iniziando a vivere l’anno liturgico con i suoi tempi diversi, facendo “esperienza” dei gesti della liturgia, odorandone i profumi, imparandone i canti.
Se il bambino non “manduca” ancora l’Eucarestia, è però pienamente inserito in essa e ogni domenica partecipa all’assemblea liturgica. L’intera liturgia è esperienza di Cristo presente, vivo nella comunità radunata, nel sacerdote che presiede, nella Parola che viene proclama e commentata nell’omelia, oltre che nel Pane e nel Vino[15].
Se si riflette sul catecumenato al di là delle visioni schematiche che talvolta si hanno di esso, ci si accorge che coloro che si preparavano al Battesimo partecipavano all’Eucarestia prima ancora di essere battezzati e, precisamente, dal Rito di ammissione che oggi avviene almeno un anno prima della celebrazione pasquale dei sacramenti.
La catechesi catecumenale avveniva e deve avvenire di domenica, nel “giorno del Signore”. I non battezzati partecipavano e dovrebbero partecipare tutte le domeniche all’eucarestia fino al momento della preghiera dei fedeli, vivendo tutto intero il ciclo l’anno liturgico, per allontanarsi dall’assemblea eucaristica al momento in cui si dà inizio all’offertorio. Recatisi in un stanza attigua alla chiesa essi continuano la catechesi, mentre i fedeli proseguono nella celebrazione. La vicinanza dei luoghi ha sempre permesso loro di ascoltare, anche se a relativa distanza, ancora i canti e i riti liturgici - lo mostra con evidenza architettonica la sistemazione degli edifici attigui alla basilica paleocristiana di Aquileia[16]. Catecumeni e fedeli escono poi insieme dalla chiesa e dall’aula della catechesi per ritrovarsi e proseguire l’incontro domenicale nelle case.

5/ Dopo il Battesimo, tutto il cammino di Iniziazione cristiana è mistagogico

L’Eucarestia, allora, è “fons” della fede e non solo “culmen” e questo aiuta a comprendere cosa significhi camminare verso la Cresima, ponendo l’Eucarestia al “cuore” del cammino, al “centro” di esso: essa non è “culmen” cronologico, bensì esistenziale. Non è “culmine” inteso come “ultima tappa” e “termine”, bensì “apice” che conferisce senso e che si incontra nel corso del cammino stesso.
La liturgia stessa, infatti, è iniziatica, esattamente così come essa è, e non per i commenti ad essa che la appesantiscono.
Per chi è battezzato da bambino - ed è quindi chiamato ad andare a messa con i suoi genitori fin dalla domenica dopo il battesimo - la liturgia domenicale è già mistagogica. Aiuta cioè a penetrare il senso del "mistero" del battesimo, a 2, a 3, a 4, a 5 anni, fino alla cresima e alla "manducazione" della Comunione.
Dunque la "mistagogia", per coloro che vengono battezzati da bambini, inizia già dopo il Battesimo e non dopo la prima Comunione[17]. Non si tratta, quindi, semplicemente di un "completamento dell'Iniziazione cristiana" (termine bruttissimo e non usuale presso i padri), bensì di un tempo già mistagogico, perché "il" sacramento dell'Iniziazione cristiana è il Battesimo.
Anche l’utilizzo del termine “mistagogia” in Evangelii Gaudium da parte di Papa Francesco sembra orientare in tale direzione[18]. L’esortazione apostolica, infatti, non si sofferma sull’estensione cronologico di tale realtà, bensì sul fatto che essa debba esser considerata come una dimensione della catechesi stessa: compito dell’educazione alla fede è inserire nella vita cristiana reale, anche nella sua dimensione liturgica.
Se si comprende questo, ecco che l'Iniziazione cristiana stessa si colloca nella sua giusta luce e si capisce cosa sia l'educazione dei bambini e la preparazione ai sacramenti che seguono il Battesimo: la persona è già al centro dell'assemblea eucaristica e non si inserisce in essa solo successivamente.
Dove i due genitori sono credenti e partecipano alla messa, la cosa è evidente: essi desiderano celebrare insieme la domenica con i loro figli anche piccolissimi. Talvolta, invece, i pastoralisti prediligono uno sguardo sociologico e non teologico e liturgico ritrovandosi a riflettere solo a partire da genitori che non abbiano la fede. Sono invece le famiglie credenti l'analogatum princeps!
L’espressione “completamento dell’Iniziazione cristiana” può nascondere un’impostazione tridentina, poiché sposta l’attenzione dal progressivo e lentissimo inserimento che la liturgia è in grado di operare da sé stessa nel bambino che pian piano “respira” i gesti, le feste, i riti, nella comunione viva con il popolo di Dio radunato nell’eucarestia domenicale, alla logica del sacramento da ricevere, logica che dovrebbe invece essere ormai superata.
La prospettiva che vede il cammino post-battesimale già incentrato sull’eucarestia domenicale permette anche di valorizzare quella corretta comprensione della moderna teologia liturgica nella quale è tutta la liturgia ad essere esperienza simbolica e rituale ed è la celebrazione eucaristica ad essere la “celeber actio”, l“azione per eccellenza”, che permette di incontrare esperienzialmente Dio.
Non quindi una comprensione della liturgia ristretta al “minimo comun denominatore” del “ricevere” la Comunione, bensì una visione della liturgia come azione che comprende tutti i sensi, dal vedere, all’ascoltare, dal toccare all’odorare, fino al gustare, sensi dei quali Dio si serve per incontrare l’uomo.
La liturgia si rivela così per ciò che essa è, non “esperienza” per i dotti o per coloro che studiano, bensì come azione "popolare", per tutti: essa, più di qualsiasi catechesi, genera la fede.
L’azione rituale viene qui rivalutata, dopo il suo declassamento a “religione” secondo quella pre-comprensione errata che si può far risalire ad una lettura superficiale di Barth e Bonhoeffer[19]: la celebrazione non è una semplice conseguenza o premio di una scelta, ritenuta finalmente “matura”, di fede.
Papa Francesco insiste giustamente sul fatto che la grazia sacramentale donata dalla liturgia non è un premio, bensì una “medicina”, un “alimento” e un “rimedio”[20]. La vita sacramentale può esser compresa solo a partire dalla logica dell’uomo bisognoso della grazia ed incapace di procedere da solo.

6/ Un cammino che porti i ragazzi a verificare la forza dello Spirito di Cristo per ricevere “conferma”

Se è vero che nessun cammino dei ragazzi verso la Confermazione può eludere la questione della loro partecipazione ad un’Eucarestia domenicale abituale che sia bella - e diversa da quella pensata per i bambini dalla quale essi vogliono ormai distaccarsi - allo stesso tempo deve essere affrontata con coraggio e determinazione la questione degli specifici itinerari fatti di contenuti ed esperienze capaci di toccare il cuore e la mente dei ragazzi[21].
Se uno dei limiti più gravi della catechesi pensata per i più piccoli è oggi certamente quello dell’infantilismo degli itinerari loro rivolti[22]ciò diviene ancora più problematico in relazione ai ragazzi.
Una presentazione pacifica della fede, quasi fosse una cosa scontata e aliena da contestazioni, li allontana immediatamente. Essi conoscono il dramma che si agita nei loro cuori. Hanno grandi idealità che però si debbono misurare con la bassezza di cui sono capaci e consapevoli. Una catechesi che aiuti loro a comprendere perché il loro cuore, come il cuore di ogni uomo, è un terreno di lotta, dove il male non potrà mai spegnere la grandezza che Dio vi ha posto, ma al contempo permetta loro di vedere perché hanno bisogno della grazia e del dono dello Spirito che li appassiona e li sostiene.
Sarà pertanto necessario, in tempi brevi, che la catechesi si interroghi se gli itinerari e i sussidi che propone loro sono veramente adatti e rispondono all’esigenza di discernimento che li abita[23].
Allo stesso modo non si può trascurare il fatto che la fede deve essere sempre annunciata nuovamente, anche se essa fosse già stata amata e compresa nella precedente stagione della vita, perché è il cuore stesso della fede ad essere la realtà sempre nuova, bella e viva. È la dimensione kerygmatica della catechesi a cui richiama Papa Francesco con l’Evangelii Gaudium: «Quando diciamo che l’annuncio kerygmatico è “il primo”, ciò non significa che sta all’inizio e dopo si dimentica o si sostituisce con altri contenuti che lo superano. È il primo in senso qualitativo, perché è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra, in tutte le sue tappe e i suoi momenti» (EG 164).
Questa prospettiva aiuta a comprendere che un ragazzo che non partecipa più all’Eucarestia dopo la “prima Comunione” non si allontana perché non ha apprezzato la catechesi dell’età delle elementari, bensì piuttosto perché tutto ciò che ha già ricevuto deve essergli nuovamente annunziato con in modalità nuove, dato il salto di crescita che sta vivendo: se egli non trovasse un annunzio adeguato al suo nuovo stato di adolescente si allontanerebbe per questo motivo e non per l’esperienza pregressa che era adatto al suo essere bambino, ma non lo è più ora.
D’altro canto la grandezza del cuore dei ragazzi non può semplicemente essere oggetto di riflessione, bensì li spinge a vivere. La catechesi è abituata a proporre loro tante attività, che però non toccano i cuori e non li appassionano veramente: nella catechesie nei sussidi proposti per la confermazione c’è un’inflazione di giochi, giocherelli, cruciverba, quiz a risposta multipla, disegni, attività di gruppo. I ragazzi sono a volte così obbedienti che le accettano, ma esse non toccano i loro cuori. Solo esperienze reali, e non semplicemente laboratoriali e progettate ad arte, saranno in grado di muoverli e commuoverli. Non basta elaborare con loro attività sulla paternità o sulla famiglia, sulla comunità o sulla preghiera, sul servizio o sui contenuti della fede: essi chiedono giustamente di incontrare un padre nei loro preti, di vedere in parrocchia famiglie che sappiano amarsi nella gioia di una prole numerosa, chiedono di vedere adulti che pregano e non che semplicemente cercano di farli pregare, desiderano essere accompagnati in esperienze serie di servizio, desiderano adulti che sappiano rispondere ai dubbi di fede.
Anche qui la riflessione catechetica è chiamata ad interrogarsi, a partire da quelle esperienze di comunità giovanili presenti in alcune parrocchie nelle quali è evidente che i ragazzi si sentono a casa e amano tornare continuamente.

Note al testo

[1] Cfr. su questo E. Biemmi, Narrare la fede ai genitori (relazione al Convegno nazionale dei catechisti organizzato dalla CEI a Roma, dal 23 al 25 settembre 2016, pubblicata poi su Settimana News del 4 ottobre 2016 e disponibile on-line su sito della rivista). Biemmi afferma che la prosecuzione della presenza dei ragazzi in parrocchia è addirittura diminuita dove si è anticipata la celebrazione della Confermazione dei ragazzi, abbassandola d’età. Egli sottolinea come le diverse sperimentazioni stiano riflettendo sul fatto di non essere state in grado di trasmettere la fede alle famiglie realmente lontane dalla chiesa, ma abbiano, al contempo, ottenuto come risultato positivo quello di rivitalizzare la fede delle famiglie più vicine, rinnovando il tessuto delle comunità parrocchiali. Biemmi afferma nel testo citato che l’allontanamento dai ragazzi in età adolescenziale è fisiologico e che ciò che conta è preoccuparsi di “come” se ne vadano, avendo vissuto una bella esperienza, e non del fatto in sé che essi si allontanino. Il brano in questione è on-line sul sito del Centro culturale Gli scritti con il titolo E. Biemmi, Bilancio di una stagione di sperimentazioni sull’Iniziazione cristiana.:
 È utile […] interrogare quelle pratiche che hanno rinnovato l’impianto di IC e hanno fatto della proposta di fede ai genitori uno dei punti centrali e chiedere loro che cosa accade veramente. Questo non tanto per imitarle, quanto piuttosto per trarre qualche indicazioni di percorso che tenga insieme passione e realtà.
Riferendomi prevalentemente a tre verifiche riporto cosa sta emergendo sui tre soggetti implicati: i ragazzi, i genitori, la comunità (in particolare i parroci e i catechisti).
I ragazzi
Un dato che emerge con una certa crudezza dalle verifiche è che il rinnovamento messo in atto non cambia all’apparenza gran che per quanto riguarda i primi destinatari, i ragazzi. La continuità di appartenenza e di pratica sembra essere simile a prima del rinnovamento dell’IC, se non addirittura inferiore, non essendoci più la cresima a trattenere i ragazzi fino alla III media[1]. Risulta ad esempio che i ragazzi, terminato il percorso, disertano l’eucaristia domenicale come avveniva con il modello precedente, mentre manifestano una certa disponibilità a partecipare alle altre attività parrocchiali o di oratorio nei contesti in cui c’è un buon tessuto relazionale e una buona proposta di animazione. Nulla di nuovo sotto la luce del sole, si potrebbe dire.
La reazione immediata, e giustificabile, è di delusione: occorreva fare tutto questo lavoro per non ottenere nessun risultato? Sono state energie sprecate. Ma la lettura va fatta diversamente.
Che i ragazzi se ne vadano dopo la conclusione dell’IC (3 su 4 circa è la media italiana), è in fondo un dato fisiologico. Sono allontanamenti naturali, in qualche modo persino necessari per una interiorizzazione e personalizzazione di quanto si è ricevuto per tradizione. Qualcuno “se ne va” restando, altri se ne vanno andando via. Prendono le distanze. Le domande giuste da farsi sono le seguenti: «Come se ne vanno? Da che cosa? Con quale messaggio rispetto alla fede e alla comunità?». «Come se ne andavano prima e come se ne vanno ora?». Una cosa è certa: a differenza delle precedenti generazioni di ragazzi, questi hanno visto alcuni adulti (i loro genitori e quelli dei loro coetanei) parlare della fede, trovarsi attorno alla Parola di Dio, condividere la loro esperienza dentro la comunità ecclesiale, partecipare con loro all’eucaristia. Possiamo sperare che questo abbia perlomeno l’effetto di farli uscire da quel metamessaggio che essi coglievano chiaramente, perché non sono stupidi, vale a dire che la fede è una cosa utile fin che si è bambini. Se si vuole diventare grandi, occorrerà lasciarla perdere, come i loro genitori[2]. Ma ci sono altri messaggi importanti, prima di tutto la figura di fede che è stata trasmessa. Noi siamo delusi perché tre su quattro se ne vanno e ci rallegriamo per il quarto che resta. Ma la domanda vera dovrebbe essere: con cosa se ne vanno e con cosa resta? Perché se si allontano con il messaggio del kerigma nel cuore e l’esperienza di una comunità accogliente, questo costituisce il patrimonio perché ritornino, se la grazia di Dio e la loro libertà lo permetteranno. Se invece hanno dentro una visione di fede ridotta a morale e l’immagine di una comunità disinteressata, fondamentalmente rituale e poco interessante per il loro bisogno di vita, sarà difficile che tornino. Analogo è il discorso per il quarto (o il terzo) che resta.
La considerazione decisiva sugli gli effetti del rinnovamento per i ragazzi non è quindi quantitativa, ma qualitativa, e questo non può essere verificato nell’immediato. Il dato all’apparenza negativo va preso come un invito a stare attenti a ciò che è decisivo.
[N.B. DE GLI SCRITTI Questo passaggio è interessantissimo. Si afferma che qualcosa che prima veniva visto come un dato drammatico è invece fisiologico e si sostiene che sono altri i criteri con cui valutare. Forse anche il passato andrebbe valutato con gli stessi criteri, accorgendosi che la differenza non la fa la catechesi di nuovo stile o la catechesi con stili più sperimentati, ma è data dalla qualità della passione dei preti e dei catechisti, così come dell’intera comunità, che accompagna i ragazzi. Comunque si tace del ruolo delle comunità giovanili e degli animatori dell’oratorio quasi che l’unico elemento decisivo sia quello dei genitori e non anche quello dei giovani più grandi ai quali i ragazzi dell’Iniziazione cristiana guardano come ad un modello proprio quando non vogliono più seguire le direttive dei genitori]
I genitori
I dati sui genitori sono più confortanti, ma presentano un’ambivalenza significativa, così riassumibile: il percorso rinnovato di IC non contribuisce a riavvicinare persone lontane, mentre rappacifica con la comunità e riapre un certo cammino di fede per i genitori già in qualche modo più vicini. Più che di conversione, quindi, parliamo di ricominciamento per un numero non alto ma significativo di genitori. Questo dato ci fa pensare due cose:
a) Se la proposta ai genitori riavvicina alla fede e rappacifica con la comunità alcuni genitori, questo è molto più significativo e importante del primo dato, quello sui ragazzi (il quale comunque non va sottovalutato), perché questa è la condizione per un possibile futuro della fede dei bambini. La quantità conta poco, perché la fede e il suo ricominciamento non sono dominabili in termini cronologici dalle nostre programmazioni: sono il mistero della grazia di Dio e della libertà umana.
b) Il secondo dato è altrettanto istruttivo. Non si sono avvicinati i genitori più lontani. Come leggere questo? Semplicemente prendendo atto che il rinnovamento dell’IC, nella fase attuale non può da solo assumere tutto il compito dell’annuncio del vangelo alla famiglia, e in particolare agli adulti. “Da solo” si riferisce a questo rinnovamento in prospettiva catecumenale quando esso viene messo in atto dentro una parrocchia la cui logica pastorale continua ad essere quella di conservazione dei già vicini. Per molti adulti, in particolare per chi si è marcatamente allontanato o è in questa fase della vita del tutto disinteressato alla fede, gli appuntamenti per un possibile kerigma vanno tenuti tutti aperti e riguardano i passaggi della loro vita, di cui uno è l’esperienza genitoriale, ma altri decisivi sono l’esperienza dell’amore, del fallimento di un matrimonio, della perdita di lavoro, della malattia, di un lutto, della propria fragilità, del proprio morire. Si tratta in sostanza di quelle soglie della fede che il Convegno ecclesiale di Verona del 2006 aveva indicato come sfida pastorale.
[N.B. DE GLI SCRITTI Questo passaggio è estremamente significativo. Indica un aspetto della situazione odierna su ci è bene operare un discernimento. Noi de Gli scritti possiamo testimoniare che l’Iniziazione cristiana, in diverse situazioni, ha avvicinato molti che erano realmente lontani dalla fede, anche senza particolari “sperimentazioni”. Certamente, per quel che riguarda Roma, esistono esperienze di annuncio, si pensi solo ai “dieci comandamenti” che incontrano tantissimi lontani dalla fede, conducendoli anche al Battesimo da adulti, e che indicano che quanto su questo proposto dalla relazione di Biemmi è estremamente corretto. Ma, nonostante tali esperienze di annuncio, proprio la catechesi dei figli è, per la nostra esperienza, la forma di annuncio agli adulti oggi più diffusa e capace di toccare i cuori. Forse proprio perché essere adulti è avere dei figli e proprio perché essere adulti non è più preoccuparsi dei propri bisogni, ma di quelli di un altro? Forse perché capire che la fede è un bene per i propri figli non è esattamente il modo adulto di comprendere la fede in senso pieno e vero? Certo, non nel senso che i genitori non debbano essere convinti che sia prima di tutto un bene per loro stessi, ma nel senso che comprendono che è un bene per loro, proprio mentre si interrogano sui figli. Nell’esperienza di ognuno è vero che la nascita dei bambini porta a valorizzare un’infinità di aspetti dell’infanzia e della giovinezza che si erano dimenticati. È quando si diventa padri o madri che si capisce cosa vale nella vita. La linea de Gli scritti è piuttosto quella di considerare la catechesi dell’Iniziazione cristiana come la forma più diffusa e coinvolgente di primo - o di secondo, secondo la terminologia di Biemmi - annuncio esistente in Italia oggi. La maggior parte delle altre proposte si sta rivelando come un’esperienza di nicchia].
La comunità
Veniamo al terzo soggetto implicato, che è la comunità promotrice di questo rinnovamento. Parliamo dei preti, dei consigli pastorali e dei catechisti, e quindi di un nucleo piccolo ma vitale della comunità parrocchiale. Cosa cambia nel gruppo di catechisti e nelle nostre comunità grazie a questo rinnovamento?  È questa la questione fondamentale: non si rinnova se rinnovando un modello questo non rinnova coloro che lo propongono. Sarebbe una pura questione strategica, come se da una parte ci fossimo noi che abbiamo il Vangelo, dall’altra quelli che lo devono ricevere.
Dallo sguardo sul rinnovamento dell’IC in molte diocesi italiane possiamo vedere che il dato più sicuro è proprio questo: al di là degli effetti sui ragazzi e sui loro genitori, il grande cantiere del rinnovamento dell’IC con il coinvolgimento dei genitori ha rimesso in moto la comunità ecclesiale, ha restituito fecondità a un grembo da troppo tempo sterile. Sono diverse le testimonianze di preti che dicono che prima non ne potevano più e che ora hanno ritrovato il gusto del loro ministero, pur con le fatiche e gli scombussolamenti. E ancora di più i catechisti e gli animatori che dicono di essere usciti dalla solitudine e di avere ripreso il cammino di fede personale grazie in particolare agli adulti con i quali e non per i quali fanno catechesi. Insomma, occorre chiedersi se il rinnovamento dell’IC di questi anni ha confermato la verità della felice affermazione del n. 7 del documento sul volto missionaria delle parrocchie in un mondo che cambia: «Con l’iniziazione cristiana la Chiesa madre genera i suoi figli e rigenera se stessa»[3].
[…]

Note al testo

[1] Così si esprime un questionario: «L’anticipazione del sacramento della Confermazione in V elementare rischia di far terminare la catechesi anticipatamente, per cui i ragazzi della scuola media disertano il catechismo e si allontanano dalla vita liturgica e catechetica della parrocchia. La strutturazione del catechismo nell’arco di 8 anni con al suo interno le 3 tappe dei 3 sacramenti (Penitenza, Comunione in terza elementare e Confermazione in terza media) aveva una certa logica e una propria funzionalità, agganciata ai rispettivi 8 anni della scuola elementare-media. Il cambiamento dettato da motivi più teologici che pastorali ha portato un certo disagio e disorientamento che produce i suoi effetti negativi».
[2] Si veda a questo proposito l’interessante indagine “Sentieri interrotti” curata dall’Osservatorio socioreligioso del Triveneto e coordinata dal Prof. Alessandro Castegnaro: Castegnaro Alessandro, La questione dell’iniziazione nell’età evolutiva all’interno di un contesto pluralistico, relazione tenuta alla XXVI settimana di studio della Associazione Professori e Cultori di Liturgia, Seiano di Vico Equense (Na), 31/08 – 5/09/1997.
[3] CEI, Il volto missionario delle parrocchie, n. 7.

[2] La famiglia non è nemmeno implicata nel ritorno all’antico “ordine” dei sacramenti. Alcuni autori hanno confuso l’idea di un rinnovamento in stile “catecumenale” con il coinvolgimento della famiglia. Invece la riscoperta di un’attenzione al catecumenato e una rinnovata catechesi ai genitori sono due attenzioni complementari che provengono da due logiche diverse.
[3] Chauvet ha scritto in proposito: «Ci troviamo attualmente in una situazione paradossale per quanto concerne la confermazione. Sul piano pastorale, probabilmente non si sono mai impiegati tanti sforzi per preparare a essa i giovani, sforzi spesso portatori di frutti spirituali e missionari importanti nella loro vita, come pure, indirettamente, in quella delle comunità cristiane. Sul piano teologico, invece, i discorsi tenuti su questo sacramento hanno un che di insoddisfacente» (L.-M. Chauvet, Teologia e pastorale della confermazione, in L.-M. Chauvet, L’umanità dei sacramenti, Magnano, Qiqajon, 2010, p. 297; l’intero articolo alle pp. 297-310; l’originale francese è del 1998. Per una presentazione della posizione di Chauvet, cfr. Louis-Marie Chauvet fa il punto sulla confermazione. Appunti di Andrea Lonardo).
[4] Per comprendere qualcosa della Confermazione si deve rifuggire dall’idea che essa sia un sacramento che conferirebbe qualcosa in più che, di per sé, mancherebbe al battesimo: «Sarebbe “probabilmente un controsenso”, sottolinea Bernard Botte, voler desumere dal verbo latinoconfirmare l’idea che la confermazione venga ad “aggiungere una grazia di forza che sarebbe stata assente dal battesimo”. “Confermare” significa semplicemente “rinsaldare il battezzato completando ciò che è stato fatto nel battesimo [...] Cercarvi qualcos’altro equivale a sbagliare strada”» (L.-M. Chauvet, Teologia e pastorale della confermazione, in L.-M. Chauvet, L’umanità dei sacramenti, Qiqajon, Magnano, 2010, p. 300. Chauvet cita qui B. Botte, Le vocabulaire ancien de la confirmation, in “La maison-Dieu”, 54 (1958), pp. 5-22, precisamente le pp. 21-22).
[5] N. Fabi, Una buona idea, dall’album Ecco, del 2012.
[6] Un caso lampante di tale bisogno di figure di riferimento è dato dal successo di Alessandro D’Avenia, splendida figura di docente cui i ragazzi guardano e dinanzi al quale lasciano emergere le loro questioni più vere.
[7] M. Recalcati, Il complesso di Telemaco, Feltrinelli, 2013. Recalcati pretende però che solo padri dotati di passioni e competenze particolari siano in grado di assolvere al loro compito: sarebbero, invece, sufficienti padri che credano alla responsabilità che si sono assunta con il generare, così come docenti ed educatori che abbiano intelligenza e passione per la loro vocazione. L’educazione non ha bisogno di esperti, bensì è compito comune, dato con la vita.
[8] Se si legge la cosiddetta terza nota sull’Iniziazione cristiana, Orientamenti per il risveglio della fede e il completamento dell’Iniziazione in età adulta, nn. 56-57, si può constatare facilmente che la questione del perché sia importante ricevere la Cresima da adulti, se non la si è celebrata da ragazzi, non è nemmeno affrontata. Non si dimentichi, peraltro, che le tre note non sono state mai approvate dalla CEI in assemblea plenaria, bensì sono state pubblicate solamente a nome del Consiglio permanente. L’ultimo documento della Chiesa universale, che tocca specificamente il tema della Cresima, risale addirittura al 1971 ed è la Costituzione apostolica di Paolo VI Divinae consortium naturae: dopo tale documento, vecchio ormai di più di 45 anni, non si è avuto più alcun pronunciamento magisteriale in materia. Tale Costituzione apostolica afferma che il dono della Confermazione è quello di una “corroborazione”. La questione della specificità della Cresima nulla toglie al fatto che essa faccia parte di quel processo unitario che è l’Iniziazione cristiana, secondo il termine creato da Duchesne nell’ottocento (cfr. su questo P. Caspani, La pertinenza teologica della nozione di Iniziazione cristiana, Milano, Glossa, 1999), ma all’interno di tale orizzonte la questione resta nondimeno rilevante.
[9] Per un’esemplificazione analoga, si veda l’improvvisa “apparizione” dei genitori nel momento in cui Harry Potter, protagonista della famosa saga, si deve misurare con il male, dovendo affrontare Voldemort, nell’ultimo volume della serie (J.K. Rowling, Harry Potter e i doni della morte, Milano, Salani, 2008, pp. 642-643). Cfr. su questo A. Lonardo, Harry Potter e la confermazione. Ancora un post su Harry Potter (on-line sul sito del Centro culturale Gli scritti).
[10] Ecco, fra l’altro, perché è errato vedere la Cresima come il sacramento della maturità cristiana. Anche tale affermazione sposta troppo l’attenzione sul versante di chi lo riceve e sulle sue attitudini precedenti alla ricezione di esso. Fra l’altro l’idea che l’Iniziazione cristiana sia legata all’essere maturi venne sostenuta nell’antichità solo da rigoristi come Tertulliano: egli sosteneva, ad esempio, che una giovane non dovesse essere battezzata prima di essersi fidanzata e sposata, perché, senza fidanzato e marito, sarebbe stata a rischio di peccare. Quindi, a suo avviso, doveva avvenire prima il matrimonio e solo dopo l’abbandono della condizione di single il Battesimo (Tertulliano, De baptismo, 18, 5-6).
[11] Per una serie di contributi che mettono a confronto l’oriente e l’occidente, cfr. C. Braga (a cura di), Chrismation et confirmation. Questions autour d’un rite post-baptismal, Roma, CLV, 2009.
[12] Per un prezioso tentativo in tale senso, in prospettiva spirituale, cfr. D. Barsotti, La vita in Cristo. I sacramenti dell’iniziazione, Morcelliana, Brescia, 1983. Per una riflessione che collochi la Confermazione all’interno dell’Iniziazione cristiana e dell’esperienza sacramentale, cfr. A. Grillo, Riti che educano. I sette sacramenti, Assisi, Cittadella, 2011, pp. 63-74.
[13] Rito del Battesimo dei bambini, edizione italiana del 1970 a cura della Conferenza Episcopale Italiana, Praenotanda, n. 9 e poi nn. 32; 75-76; 165-168; 169-172,
[14] Tommaso d’Aquino, S.Th. III, q. 73, a. 3.
[15] Concorda con tale prospettiva la nuova visione del rito valorizzata dal Concilio Vaticano II. Essa è stata elaborata innanzitutto da autori come R. Guardini e dai liturgisti del Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo di Roma per essere poi ripresa da studiosi come A.N. Terrin in una prospettiva di antropologia teologica e come C. Valenziano in chiave di comprensione teologico-spirituale e teologico-estetica (cfr. R. Guardini, Lo spirito della liturgia, Brescia, Morcelliana, 1930; Id., La formazione liturgica, Milano, OR, 1988; Id., Lettera sull’atto di culto e il compito attuale della formazione liturgica, in «Humanitas» 20 (1965), pp. 85-90; A.N. Terrin, Il rito. Antropologia e fenomenologia della ritualità, Brescia, Morcelliana, 1999; A. Grillo - C. Valenziano, L’uomo della liturgia, Assisi, Cittadella, 2007, pp. 77-127). Per una bibliografia aggiornata sul tema, cfr. gli studi recenti di: A. Grillo, Introduzione alla teologia liturgica. Approccio teorico alla liturgia e ai sacramenti cristiani, Padova, EMP, 2011; Id., La forma rituale della fede cristiana. Teologia della liturgia e dei sacramenti agli inizi del XXI secolo, Trapani, Il pozzo di Giacobbe, 2011; L. Girardi, Liturgia e partecipazione. Forme del coinvolgimento rituale, Padova, EMP, 2013.
[17] Il rinvio alla “mistagogia” viene spesso pensato in riferimento al catecumenato degli adulti che prevedeva un periodo breve, spesso di una settimana, dalla Pasqua alla domenica “in albis”, per approfondire il senso del “mistero” già celebrato. In riferimento a tale comprensione “classica” del catecumenato, la bibliografia è molto ampia. Si veda, per un primo approccio: L. Girardi (a cura di), La mistagogia. Attualità di una antica risorsa, Roma, CLV, 2014; E. Mazza, La mistagogia. Le catechesi liturgiche della fine del quarto secolo e il loro metodo, Roma, CLV, 1996.
[18] Così afferma esplicitamente Papa Francesco: «Un’altra caratteristica della catechesi, che si è sviluppata negli ultimi decenni, è quella dell’iniziazione mistagogica, che significa essenzialmente due cose: la necessaria progressività dell’esperienza formativa in cui interviene tutta la comunità ed una rinnovata valorizzazione dei segni liturgici dell’iniziazione cristiana. Molti manuali e molte pianificazioni non si sono ancora lasciati interpellare dalla necessità di un rinnovamento mistagogico, che potrebbe assumere forme molto diverse in accordo con il discernimento di ogni comunità educativa. L’incontro catechistico è un annuncio della Parola ed è centrato su di essa, ma ha sempre bisogno di un’adeguata ambientazione e di una motivazione attraente, dell’uso di simboli eloquenti, dell’inserimento in un ampio processo di crescita e dell’integrazione di tutte le dimensioni della persona in un cammino comunitario di ascolto e di risposta» (EG 166).
[20] EG 47.
[21] Per una riflessione articolata sui criteri decisivi per un vero rinnovamento dell’Iniziazione cristiana, cfr. A. Lonardo, Dalle attività alle esperienze e ai contenuti, da una catechesi infantilistica alla famiglia. Le novità decisive emerse in catechesi, fondamenta imprescindibili per un rinnovamento vero e non effimero. Appunti su alcune esperienze romane (disponibile on-line sul sito del Centro culturale Gli scritti). Vedi anche il precedente A. Lonardo, Quali orientamenti per il rinnovamento dell'iniziazione cristiana? Un primo tentativo di sintesi per la discussione, in «Catechesi», 80 (2010-2011) 6, pp. 64-77.
[22] In antitesi a questa tendenza infantilizzante si veda M. Botta – A . Lonardo, Le domande grandi dei bambini. Itinerario di prima Comunione per genitori e figli, Castel Bolognese, Itaca, 2016-2017, 3 voll.
[23] Per un abbozzo di itinerario basato sulla lotta interiore fra virtù e vizi che si apra al dono dello Spirito, cfr. A. Lonardo, Proposta di un itinerario verso la Cresima, di Andrea Lonardo (in dialogo con padre Maurizio Botta e don Davide Lees), disponibile on-line sul sito del Centro culturale Gli scritti ed i video sul Canale YouTube Catechisti Roma Gli scritti nella playlist Cresime, pensati per presentare tale itinerario ai catechisti.

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