Chiara Lubich e il Paradiso del 1949 (raccontato da Fabio Ciardi)



Il 14 marzo del 2008 moriva Chiara Lubich, fondatrice del movimento dei Focolari. 70 anni fa viveva, con le sue prime compagne, l'esperienza nota come il "Paradiso '49":
In poche, densissime pagine, Chiara Lubich tratteggia l’esperienza mistica avuta, nell’estate del 1949, a sei anni dall’inizio del Movimento dei Focolari. Dopo un periodo di intensa vita evangelica, durante il quale si erano già delineati i punti principali della nuova spiritualità, in questi mesi, che Chiara definirà come il Paradiso del ’49, Dio  apre a lei e, attraverso di lei, al piccolo corpo del Movimento nascente la piena comprensione del carisma dell’unità e dell’Opera che ne sarebbe nata.
Vedi anche il video: "Il Patto del luglio 1949" e "Maria nell'esperienza del 1949"

Fabio Ciardi ha curato un libro che racconta quella esperienza:
«Potessi mandarti un angelo a dirti tutto!»
 Com’è nato il libro Paradiso ’49

«Dopo aver rivelato in un tramonto meraviglioso... lo Sposo, fui ritoccata dallo Spirito Santo, al cui bacio sentii un forte male al cuore... E lo Spirito mi rivelò Maria… Potessi mandarti un angelo a dirti tutto! Ma tu sei me, vero?...».
Era il 19 luglio 1949 quando Chiara Lubich scrisse queste parole. Iniziava così la narrazione di quanto aveva vissuto il giorno precedente, ad appena due giorni da quando era iniziata l’esperienza del sentirsi nel seno del Padre, in Paradiso. Quanto era accaduto all’inizio aveva potuto raccontarlo subito a Igino Giordani, sulla panchina rossa, lungo il torrente Cismon. Ma dopo era partito e lei continuò a comunicare le nuove scoperte alle amiche con le quali viveva. Anche lui aveva il diritto di conoscerle, gli appartenevano, era quanto anch’egli stava vivendo nell’unità che s’era creata con Chiara. Così ella prese penna e calamaio e iniziò a scrivergli, in maniera regolare. A volte la luce era così intensa che annotava su pagine e pagine le intuizioni, e lo scritto rimaneva in forma di appunti, che presto sarebbero serviti per una conversazione, per una lettera, addirittura per un articolo di giornale. Altre volte era semplicemente una poesia, uno sfogo del cuore che non sapeva contenere la gioia.
Non si può tenere gelosamente per sé il dono di Dio. Il comunicare è per Chiara una necessità coerente con la scelta che la guida da più di sei anni, da quando nella comunità sorta a Trento la comunione dei beni materiali e spirituali, sul modello dei primi cristiani di Gerusalemme, è realtà. L’imperativo appare chiaro: «Quando tutto Dio sentiamo in noi… moltiplichiamoci nei fratelli, donandoci tutti: donando di noi tuttoanche Dio in noi».
Non è, Chiara, come certe mistiche che hanno scritto controvoglia, per ordine del confessore, quanto Dio dava loro di comprendere e di vivere. È piuttosto come un Agostino d’Ippona che tutto trasmette nelle Confessioni, o come un Maestro Eckhart che diffonde la mistica tra il popolo con squisito senso pastorale.
Un comunicare, quello di Chiara, che non consiste soltanto nello svelare l’esperienza di Dio, ma nel coinvolgere in essa, rendendone partecipe. Ella stessa annota: «Descrivevo così perfettamente ogni cosa alle focolarine che anche esse “vedevano” nella stessa maniera». Vedevano nel senso che ne erano trasformate: «Questi misteri avvenivano in me, Chiara, ma, non appena comunicati al resto dell’Anima [le molte anime fatte un’anima sola], li avvertivamo comuni…». «Potessi mandarti un angelo a dirti tutto!», aveva scritto in quella prima lettera a Igino Giordani. Non c’era bisogno di un angelo, i due erano una cosa sola e quello che avveniva in una avveniva nell’altro: «Ma tu sei me, vero?». «Eravamo uno anche se distinti», spiegherà più tardi.

Igino Giordani fu il primo a trascrivere alcuni degli scritti di quel periodo, soprattutto quelli indirizzati a lui. Alcuni fogli manoscritti erano conservati con cura dall’una o l’altra compagna. Circolavano poi copie dattiloscritte per formare i primi membri del nascente Movimento alle realtà del Cielo. Si compilarono delle raccolte. Finché Chiara non diede l’ordine di tutto distruggere, sia perché “non ci si attaccasse”, come si diceva allora, a delle carte, sia perché potevano essere male interpretate. Era convinta che non fosse rimasto più niente di scritto, così come era convinta che tutto era rimasto stampato nei cuori. Nel 1961 le fu chiesto di raccontare di quel 1949, che allora pareva già così lontano, e lei lo descrisse come fosse accaduto il giorno prima. Quella conversazione è stata poi pubblicata sulla rivista “Nuova Umanità”.
Ma quelle carte non furono bruciate. Riapparvero provvidenzialmente negli anni Settanta. Nel frattempo Klaus Hemmerle, teologo e vescovo tedesco, intuì che quella esperienza del 1949 non era soltanto una “esperienza spirituale”, ma conteneva una ricca dottrina. Perché non leggere assieme quegli scritti perché informassero nuovamente vita e pensiero? La proposta piacque a Chiara. Raccolse attorno a sé un piccolo gruppo di persone che assieme a lei, al vescovo Klaus e a don Pasquale Foresi, iniziarono ad approfondire quanto era accaduto nel 1949. Stava nascendo la “Scuola Abbà” che, da quasi una trentina d’anni, riunisce studiosi delle più varie discipline e che anche oggi continua a lavorare su quegli scritti per farne emergere la dottrina in essi contenuta.
È proprio con la Scuola Abbà (il nome ricorda la prima parola fiorita sulla bocca di Chiara il 16 luglio 1949, che la introdusse nel seno dell’Abbà, del Padre) che inizia la redazione vera e propria di quello che oggi è l’opera letteraria conosciuta come Paradiso ’49, in programma di pubblicazione nelle Opere di Chiara Lubich. Gli scritti di quel periodo che va dal 1949 al 1951 sono infatti numerosi, ma quali di essi sono davvero testimoni dell’esperienza divina allora vissuta? Durante gli anni nei quali Chiara presiedeva la Scuola Abbà riapparivano nuovi testi e lei, con sicurezza, li vagliava: “Questo esprime quello che allora mi è stato dato di capire, questo no…”. Tutti scritti belli, ma lei aveva il senso del discernimento, li sceglieva e li ordinava secondo criteri cronologici e logici.
È così che lentamente si venne componendo il Paradiso ’49, libro di luce, forse il dono più bello che Chiara Lubich lascia, destinato a diventare un classico della letteratura cristiana.
  
Gustare il Paradiso ’49

«Guarda dunque ogni fratello amando e l'amare è donare. Ma il dono chiama dono e sarai riamato. Così l'amore è amare ed esser amato: è la Trinità [= è a mo’ della Trinità]».

Siamo al cuore del Vangelo: il “comandamento nuovo” di Gesù, l’amore come dono totale di sé. Chiara trasmettendo la sua esperienza di Dio, ha donato ciò che aveva di più prezioso. Ognuno ha qualcosa da donare e ogni dono è la via per giungere alla pienezza di vita, quella della Trinità che è reciprocità, generatrice di comunione e di identità.
Dal sito del Centro Chiara Lubich:
24 Luglio 1949

Chi è nel Padre, venuto da una lunga trafila di peccati, per pura misericordia di Dio, è di fronte a Dio uguale all’innocente che v’è arrivato a furia d’amore.
Infatti: quell’attimo in cui, riconoscendosi peccatore, godette (amando Dio più della sua anima e questo è puro amore) d’esser simile a Lui fatto peccato1, riempì tutto il vuoto fatto dal peccato.
Così è arrivato in Paradiso per pura misericordia di Dio (quindi avendo tutto avuto gratuitamente) ma nello stesso tempo per puro amor di Dio pronunciato liberamente dal suo cuore. Infatti Lassù Misericordia e Amore sono Uno.
In Paradiso non si vedrà da che parte venne Cristo in noi, se per la Misericordia o per l’Amore, ma si vedrà che ogni anima è tutta Misericordia e tutto Amore: è Gesù. Infatti Misericordia è Gesù Abbandonato. Amore è Gesù. Ma Gesù Abbandonato è Gesù.
Guarda perciò l’uomo come Dio lo vedrà e non come lo vedi tu. Ché il vero lo vede Lui! 
(Nuova Umanità, XXXVII (2015/4) 220, pp. 487-491)
1Cf. 2 Cor 5, 21. È una grazia poter fare questo atto di puro amore. Occorrerebbe ricordarsi di Gesù Abbandonato, che si è fatto “peccato” per noi, e abbracciare il proprio stato di peccatori per essere un po’ simili a Lui. Bisognerebbe prepararsi, cominciando subito, a morire bene, a fare questo atto di amore puro durante la vita per poi avere la forza di farlo alla fine.
2Quando nei primi tempi si parlava della volontà di Dio, che si deve vivere per seguire il disegno di Dio su di noi, dicevamo che sbagliando avremmo fatto un nodo nel disegno della nostra vita, ma che la misericordia di Dio lo avrebbe posto sotto la trama del disegno stesso.
Allora Dio e coloro che sono in Paradiso, vedendo il disegno dal lato diritto, non avrebbero visto il nodo, se noi,riconoscendo il nostro sbaglio, avessimo goduto di essere simili a Gesù Abbandonato. È meraviglioso e consolante. Non sarebbe Paradiso se coloro che vi sono vedessero diversamente. Essi devono vedere come siamo realmente: Gesù. 
Dal sito del Movimento dei Focolari:
Nell’estate del 1949, il deputato Igino Giordani, che da qualche mese aveva incontrato la spiritualità dell’unità, raggiunse Chiara Lubich, che vi si era recata per un periodo di riposo, nella valle di Primiero, a Tonadico, sulle montagne del Trentino.
Insieme alla piccola comunità di Trento, ormai sciamata in diverse altre città d’Italia, nelle settimane precedenti avevano vissuto intensamente il passaggio del Vangelo di Matteo sull’abbandono di Gesù sulla croce. Il 16 luglio, cominciò un periodo di intensità straordinaria, conosciuto ora come “Paradiso ‘49”.
Chiara scriverà più tardi a proposito di quei mesi:
«Se il 1943 fu l’anno dell’origine del Movimento, il 1949 segnò invece un balzo in avanti. Circostanze impensate, ma previste dalla Provvidenza, fecero sì che, per riposo, il primo gruppo dei membri del Movimento si ritirasse dal “mondo” in montagna. Dovevamo ritirarci dagli uomini ma non potevamo allontanarci da quel modo di vivere, che costituiva il perché della nostra esistenza. Una piccola e rustica baita di montagna ci ospitò nella povertà.
Eravamo sole: sole fra noi col nostro grande Ideale vissuto momento per momento, con Gesù Eucaristia, vincolo d’unità, a cui si attingeva ogni giorno; sole nel riposo, nella preghiera e nella meditazione.
E lì iniziò un periodo di grazie particolari. Avevamo l’impressione che il Signore aprisse agli occhi dell’anima il Regno di Dio, che era fra noi la Trinità che abita in una cellula del Corpo mistico: “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi”; e ci parve di capire che l’Opera che stava nascendo non sarebbe stata nient’altro che una mistica presenza di Maria nella Chiesa.
Naturalmente, non saremmo più scese da quella montagna, piccolo Tabor dell’anima nostra, se la volontà di Dio non fosse stata diversa. E fu solo l’amore a Gesù crocifisso e abbandonato, che vive nell’umanità immersa nelle tenebre, che ce diede il coraggio» . (1)
In altra occasione, ancora Chiara afferma:
«E’ iniziato un periodo luminoso particolare in cui, fra il resto, ci è sembrato che Dio volesse farci intuire qualche suo disegno sul nostro Movimento».
Negli anni successivi, Chiara non ha fatto altro che realizzare quanto in quell’estate di luce le è stato donato.
(1) Chiara Lubich, in Scritti Spirituali/3, Rome 1996, pp 41-42.
Ancora Fabio Ciardi scrive:
«Tutte queste carte che ho scritto valgono nulla se l’anima che le legge non ama, non è in Dio. Valgono se è Dio che le legge in lei». Queste parole, scritte da Chiara Lubich il 25 luglio 1949, costituiscono la cifra interpretativa di un lungo testo nel quale narra la sua esperienza di luce iniziata una decina di giorni prima e che si protrarrà per un paio di anni. Si tratta di uno dei suoi tanti scritti ancora inediti.
Da poco il Centro Chiara Lubich e l’Editrice Città Nuova hanno avviato la pubblicazione delle sue opere, gran parte inedite, come i diari, le conversazioni, le lettere.
Tra queste è in programma una serie di scritti, dal 1949 al 1951, ordinati da lei stessa, a cui ha dato il titolo di Paradiso ’49. Alcune pagine di questo libro, apparse in varie raccolte, a cominciare dalla prima opera pubblicata, Meditazioni, sono note, come Ho un solo Sposo sulla terraResurrezione di RomaGuardare tutti i fiori. Bastano questi testi per dare ragione dell’affermazione che valgono se chi legge ama, è in Dio. È una legge elementare per la comprensione d’ogni opera: portarsi al suo stesso livello. Per capire il Paradiso ’49 in maniera adeguata, è indispensabile condividere l’esperienza di Chiara Lubich e quasi entrare con lei in quel “Paradiso” di cui il libro dà testimonianza.

Personalmente, la prima impressione che ho provato leggendo questo libro, è stata di tipo estetico: un linguaggio bello e moderno, semplice e suggestivo, senza niente di superfluo. Anche nella sua forma il Paradiso ’49 lascia intuire che Dio è Bellezza e bello il suo Paradiso.
Il testo non è tuttavia di facile lettura, sia per la densità dei contenuti, sia per i molteplici generi letterari che lo compongono: lettere, pagine intime sullo stile del diario spirituale, annotazioni in vista di conversazioni, articoli di giornale o commenti alla “Parola di vita”, momenti autobiografici o speculativi, addirittura una favola. L’esperienza comunque, pur varia, procede come in un filo d’oro: l’Autrice stessa, nella successione delle tappe illuminative e nelle conseguenti esperienze, coglie una pedagogia divina, «uno svelarsi di misteri lievi e soavi come il Paradiso, logici e progressivi come la vita».

Lo scritto non segue un piano prestabilito a priori, si lascia piuttosto guidare dagli eventi così come accadono, a volte in maniera inattesa. Dio mette a parte una sua creatura del suo stesso mistero, quasi una contemplazione, una comprensione e una nuova attuazione della grande storia della salvezza la cui rivelazione è  culminata e conclusa con Cristo Gesù.
Leggendo il Paradiso ’49, ho avuto la stessa impressione di quando si decolla con l’aereo. All’inizio il paesaggio scorre veloce e si vedono la torre di controllo, le piste di atterraggio, i palazzi della città, le montagne. A mano a mano che si sale, il paesaggio si fa più indistinto. In alta quota sembra di essere fermi, sotto tutto si muove lentamente, eppure l’aereo è molto più veloce di quando si alzava in volo. Analogamente il viaggio descritto nell’opera: agli inizi sicoglie facilmente il susseguirsi dei vari passaggi, numerosi e sempre nuovi. È sufficiente leggere i  primi paragrafi (1-48, 384-403), pubblicati nel libro Il patto del ’49 nell’esperienza di Chiara Lubich (Città Nuova).
Si è subito rapiti dallo scenario di rara bellezza della natura che, nelle Dolomiti trentine, fa da sfondo alla grande esperienza, come il tramonto del 17 luglio 1949, appena il secondo giorno di “viaggio”. Il tramonto richiama la manifestazione del Verbo avvenuta durante la meditazione nella chiesa di Tonadico alle 6 del pomeriggio: «Ricordo che, poco dopo, vedendo da una collina che dei raggi di sole, appena tramontato dietro una montagna di fronte, saettavano verso il cielo, ho detto alle mie compagne: “Quello e il Verbo: la bellezza, lo splendore del Padre”».
A mano a mano che passano i giorni e i mesi, il volo si fa più alto, penetra nelle realtà di Dio, della creazione e della storia, colte da una prospettiva particolare: dall’Uno, dalla Trinità, quasi una conoscenza dal di dentro.

All’inizio del mese di settembre 1949 inizia lentamente la discesa. Si lasciano le Dolomiti, il Tabor, per tornare “in terra” e guardare, con la luce di lassù, la realtà di ogni giorno. Il viaggio continua, affrontando le contraddizioni, le resistenze, i dolori dell’umanità. Nel cielo si è sperimentato il “già” dell’eternità, pienezza di luce e di gioia. Nell’immersione nella città si prende coscienza del “non ancora”.
Non è un caso se la prima parola con la quale si apre il libro di Chiara Lubich è “Abbà, Padre”. Eccoci nel seno del Padre, nel “Paradiso”: è il decollo, l’inizio del grande viaggio. L’ultima parola con la quale si conclude è “uomo”. Eccoci in terra, con tutto il “Paradiso” dentro: siamo atterrati. Dentro rimane un’unica passione: portare il cielo in terra, la terra in cielo, superando la dicotomia tra il “già” e il “non ancora”.

Gustare il Paradiso ’49

«Ho avvertito uscire dalla mia bocca spontaneamente la parola: “Padre”. E in quel momento mi sono trovata in seno al Padre».

Il “viaggio in Paradiso” inizia quando lo Spirito Santo pone sulle labbra la parola “Padre”. Così Gesù ci ha insegnato a pregare: non una formula, ma la scoperta di essere amati da Dio al punto da essere davvero suoi figli. E dove possono abitare i figli se non nella casa del Padre?
 Appena lo vide uscire dal convento, lo invitò a seguirla lungo il breve sentiero che porta al torrente Fersina. Si fermò sulla panchina rossa lungo l’argine e gli fece cenno di sedersi accanto a lei. «Sai dove siamo?», gli chiese. Igino Giordani avrebbe potuto risponderle che erano a Tonadico, sulle Dolomiti, seduti su una panchina rossa al sole del primo mattino, ma intuì che lei stava per raccontargli qualcosa di importante. Doveva essere accaduto qualcosa durante la messa alla quale poco prima avevano partecipato nella chiesa di Sant’Antonio, lì a due passi.
Appena il giorno precedente, lui le aveva confidato il desiderio che lentamente aveva maturato da quando, la prima volta, l’aveva vista arrivare nel suo ufficio a Montecitorio e aveva ascoltato l’esperienza evangelica di lei e del gruppo natole attorno a Trento.

Fino ad allora Giordani aveva invidiato la “allegra brigata”, cioè gli uomini e le donne d’ogni condizione che nel 1300 avevano seguito Caterina da Siena.
Avrebbe voluto essere nato in quel tempo ed essere uno di loro. Ora, proprio lì in Parlamento, si era trovato finalmente davanti la persona che da tanto tempo attendeva. Fu così che dopo solo pochi mesi da quel primo incontro, il 15 luglio 1949, le chiese di “legarsi stretto”, come facevano i seguaci di santa Caterina, proponendo di farle voto di obbedienza perché lo guidasse nella via della perfezione. Chiara Lubich invece gli aveva risposto di lasciare a Dio l’iniziativa di un legame come lui intendeva. Che fosse Gesù Eucarestia, ricevuto insieme alla messa dell’indomani, a stipulare tra loro un “patto d’unità”. Gesù, venendo in lei come in un calice vuoto, avrebbe patteggiato con Gesù in lui, che doveva porsi nello stesso atteggiamento di totale apertura e disponibilità. Così era avvenuto: su lei “nulla”, fattasi “vuoto d’amore” per accogliere Gesù- l’Amore, e su lui, “nulla” come lei, era rimasto soltanto Gesù. I due erano diventati un unico
Gesù. L’Eucaristia aveva operato in pienezza ciò per cui è stata istituita.
 
Al termine della messa entrambi erano usciti di chiesa, Chiara per andare a casa, Giordani nel convento dei frati per una conferenza. Ma lei si era sentita spinta a ritornare in chiesa.
Ancora una volta avrebbe voluto rivolgersi a Gesù chiamandolo per nome, ma non le era possibile pronunciare quella parola. Si ripeteva per lei l’esperienza dell’apostolo Paolo: «Non vivo più io, vive in me Cristo» (Galati 2, 20). Era lei Gesù, immedesimata con lui, e Gesù non può chiamare se stesso. Così, dalla bocca di Chiara era uscita la parola con la quale Gesù pregava: «Abbà, Padre». Non era soltanto una parola, era una realtà. Era stato lo Spirito a metterle sulle labbra quel nome (Romani 8, 15). Così si era trovata come in un’altra dimensione, nel “seno del Padre”, come diceva lei: «Ero, dunque, entrata nel Seno del Padre, che appariva agli occhi dell’anima (ma è come l’avessi vista con gli occhi fisici) come una voragine immensa, cosmica. Ed era tutto oro e fiamma sopra, sotto, a destra e a sinistra. (…) Era infinito, ma mi trovavo a casa».

Sulla panchina rossa Chiara, prima di narrare a Igino Giordani lo straordinario fatto accaduto, gli rivolge la domanda: «Sai dove siamo?». Forse un altro avrebbe detto: «Sai dove sono?» e avrebbe parlato della propria personale percezione di essere nel seno del Padre. Chiara invece usa il plurale, “sai dove siamo?”, perché quell’evento era avvenuto dopo il patto d’unità con Giordani. Le due anime loro erano diventate un’anima sola, quella di Cristo, ed era quest’unica anima a essere entrata nel seno del Padre.
Lei, per una grazia d’ordine carismatico, ora “sa” dove essi si trovano; lui ancora non lo sa. Ma Chiara, proprio lì su quella panchina, lo rende consapevole.

Il giorno seguente coinvolge nello stesso patto d’unità le sue compagne, e comunica loro, come prima a Giordani, le nuove contemplazioni. Annota lei stessa: «Descrivevo così perfettamente ogni cosa alle focolarine che anche esse “vedevano” nella stessa maniera», rese partecipi delle realtà del Cielo che si andavano svelando giorno dopo giorno.
L’esperienza mistica che sta avvenendo non è soltanto di una persona, come avveniva nel passato per figure come Angela di Foligno e Teresa d’Avila, ma di un gruppo. Come racconta Chiara: «Ho avuto l’impressione di vedere nel Seno del Padre un piccolo drappello: eravamo noi».

Quel 16 luglio 1949, a Tonadico, il “noi” era costituito da un piccolissimo gruppo di persone. Anche oggi ognuno può entrare a far parte di quel “noi”. Quel modo particolare di “vedere” e di “sapere” la vita di Paradiso è stato dato a Chiara, per una grazia mistica, per introdurre tanti altri in quella medesima realtà, rendendoli consapevoli di “dove siamo”. (continua / 2)

Gustare il Paradiso ’49

«E noi non eravamo più noi, ma Lui in noi: Egli Fuoco divino che consumava le nostre anime diversissime in una terza anima: la sua: tutta Fuoco».

È il prodigio che opera l’Eucaristia anche oggi, quando entra in persone disposte a vivere tra loro il comandamento dell’amore reciproco. Ognuno fa spazio all’altro, nel dono totale di sé – come Gesù nel suo abbandono in croce –, e in questo spazio prende posto Gesù che, col suo amore – il Fuoco –, trasforma tutti in sé, un unico Gesù: egli vive la nostra vita e opera in noi.

Quel 16 luglio 1949, dopo aver chiesto a Gesù Eucaristia di “patteggiare unità” sul suo nulla d’amore e sul nulla d’amore di Igino Giordani, Chiara Lubich si trovò nel seno del Padre, con «la netta impressione d’esser immersa nel sole: vedeva sole dovunque: sotto, sopra, in giro ed attendeva nuove illuminazioni per abituare l'occhio suo a scorgere tutti quanti vi abitavano». Gli apparve «come una voragine immensa, cosmica. Ed era tutto oro e fiamme sopra, sotto, a destra e a sinistra». Era una realtà infinita, eppure non si sentiva persa, aveva l’impressione d’essere a casa.
Il giorno successivo, 17 luglio, comprese la bellezza del Verbo, espressione del Padre dentro di Sé. Quando uscì dalla chiesa il sole era appena tramontato e i suoi raggi saettavano da dietro una montagna. Ecco il Verbo, esclamò, è lo splendore del Padre!
Mentre il Cielo le si rivelava accadde un evento inatteso: «Il Verbo sposò in mistiche nozze l’Anima». Era un’esperienza provata da altre donne prima di lei: Geltrude di Helfta, Ildegarda di Bingen, Caterina da Siena, Caterina de’ Ricci, Maria Maddalena de’ Pazzi. Esse raccontano di angeli e santi che vengono a fare da testimoni alle nozze dello Sposo che mette l’anello al dito della sposa.
«Per te come è avvenuto?», chiesi a Chiara un giorno mentre stava leggendo gli scritti di quel periodo. «Il Verbo sposò in mistiche nozze l’Anima», mi rispose ripetendo quanto aveva appena letto negli scarni appunti. Tutto qui? Tutto qui. Essenziale e lapidaria come Teresa d’Avila quando, narrando la sua esperienza simile, scriveva: «Soltanto questo si può dire: che l’anima, o meglio il suo spirito, diviene una cosa sola con Dio». Anche Chiara era divenuta una cosa sola col Verbo suo Sposo.

Un’esperienza simile a quelle di altre mistiche, ma con una particolarità di rilievo: il Verbo sposa l’Anima, con la A maiuscola. Chiara vive un’esperienza ecclesiale, si sente espressione di tutto un gruppo, avverte di essere Chiesa. «Il Verbo – scrive in maniera esplicita – sposò l’Anima in veste di Chiesa». È il ritorno all’idea biblica di Dio che sposa il suo popolo, di Cristo che sposa la Chiesa. La grande tradizione l’aveva ben compreso. «Dio – scrive ad esempio san Bernardo – ha fatto e patito tante cose non per un’anima sola, ma per raccoglierne molte in una sola Chiesa, per formarne un’unica sposa» (Sermone LXVIIIsul Cantico dei Cantici).
Mentre le mistiche nozze nella storia della spiritualità cristiana sono spesso avvertite come un’esperienza individuale, in Chiara esse sono un’esperienza di tutto il gruppo di anime fuse in unità, fatte Chiesa. Nell’unica Anima sposata, le singole anime possono poi dirsi, anche personalmente, sposate. È il battesimo portato alla sua piena espressione, dove l’immagine sponsale dice la piena trasformazione in Cristo.

Nei giorni successivi a quel 17 luglio Chiara prese gradatamente coscienza che, grazie a questa profonda unione, lo Sposo rendeva partecipe la sposa della propria eredità. La “dote” che egli portava in dono era nientemeno che “tutto il Paradiso”.
Iniziò così per Chiara il “viaggio di nozze”. Per mesi lo Sposo fece conoscere alla sposa ciò che ormai le apparteneva, le fece conoscere il Paradiso attraverso i suoi stessi occhi. La sposa, così ella scrive, «ama, vede, desidera ciò che ama, vede, desidera lo sposo». «Sposo mio dolcissimo – la sentiamo esclamare –, troppo bello è il Cielo e Tu come un divino Amante, dopo le Mistiche Nozze..., mi mostri i tuoi possessi che sono miei». Sembra di ascoltare il grido di Giovanni della Croce: «Miei sono i cieli e mia la terra, miei sono gli uomini, i giusti sono miei e miei i peccatori. Gli Angeli sono miei e la Madre di Dio, tutte le cose sono mie. Lo stesso Dio è mio e per me, poiché Cristo è mio e tutto per me. Che cosa chiedi dunque e che cosa cerchi, anima mia? Tutto ciò è tuo e tutto per te» (Orazione dell’anima innamorata).

Ma anche la sposa deve portare al suo Sposo una dote. Poiché quelle di Chiara sono “mistiche nozze” in dimensione ecclesiale, la dote non sarà qualcosa di personale o di intimistico (le proprie facoltà o la propria santità). Lo Sposo esige come dote nientemeno che l’intera creazione. Solo un soggetto collettivo può portare in dote (essere espressione di) tutta la creazione.
Un’esperienza così altamente mistica richiede l’immersione nella realtà materiale: è l’invito a entrare nel mondo del lavoro, della politica, della vita sociale e familiare per assumerla pienamente nella sua quotidianità. Tutto il contrario di un’evasione spiritualista.
È così che negli ultimi anni di vita abbiamo sentito Chiara Lubich far proprie le parole di Jacques Leclercq, espressione del suo più profondo desiderio di sposa: «Verrò verso di te, mio Dio… Verrò verso di te con il mio sogno più folle: portarti il mondo fra le braccia». (Continua / 3)

Gustare il Paradiso '49

«Solo ora, dopo che le nostre anime… sono Chiesa…, possono dire, sia in unità con le altre, sia individualmente…, di essere spose di Cristo».

Anche il grande teologo Congar scriveva che «Tutte [le persone cristiane] sono spose, ma esse sono viste e volute tali da Dio in quanto membra della Sposa che è la Chiesa». Soltanto nell’unità – un cuore solo, un’anima sola – si può giungere a quella pienezza d’unione con Dio che unicamente la Chiesa può possedere e dare.

Vedi anche:
http://fabiociardi.blogspot.com/2018/05/paradiso-49-quel-verme-della-terra.html
http://fabiociardi.blogspot.com/2018/06/di-cielo-in-cielo.html

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