L'INQUISIZIONE: una fake news?


Una ennesima ricorrenza: da 20 anni sono accessibili gli Archivi (non più) segreti del Sant'Uffizio. Eppure le fake news sull’Inquisizione sono più in forma che mai.  Lo ribadisce Acistampa, L'Osservatore Romano e il sito dell'UCCR.

Acistampa: "Venti anni dopo l'apertura degli archivi chi conosce la verità sulla Santa Inquisizione?"
Quando nel 1998 per la prima volta venivano aperti gli studiosi gli archivi della Congregazione per la Dottrina della Fede, o meglio del Sant’ Uffizio, l’allora Cardinale Ratzinger disse che non si poteva prevedere quali sarebbero stato gli sviluppi per il mono degli studiosi.A venti anni di distanza si possono fare dei bilanci e presentare i frutti del lavoro di alcuni di loro.E’ questo lo scopo del Convegno internazionale che si apre oggi: “ L’inquisizione romana e i suoi archivi”.Nel 1998 in una solenne giornata tenutasi presso l’Accademia Nazionale dei Lincei e presieduta dall’allora Prefetto del Dicastero, il cardinale Joseph Ratzinger, si diede solennemente avvio ad un percorso che conta oramai due decadi di esistenza. (...)
“Il nome della rosa” del 1986 è uno di quei testi che potrebbe essere preso come esempio, non solo come rottura di schemi tra l’immagine e la trama narrante nel libro, ma soprattutto come interpretazione perfettamente ideologica alla questione dell’Inquisizione in una chiave di lettura forzata su riferimenti storici che vengono volutamente traviati.La filmografia dedicata all’Inquisizione ha considerato purtroppo più gli aspetti spettacolari che quelli formalmente fedeli alla storia. Un dibattito che interessa i vari aspetti dell’Inquisizione, come il caso del film “Padrona del suo destino” del 1998 o “L’opera in nero” del 1988. A iniziare dal 1943 con “Dies irae” si entra in un intreccio in cui l’Inquisizione si apre ad intreccio e tocca elementi che non sono italiani, ma spagnoli. Questo aspetto sarebbe da chiarire sino ad uno dei recenti film dal titolo: “Sangue del mio sangue” del 2015”. Dell’immagine della Inquisizione nei media negli ultimo 20 anni parla Anna Foa. Nel 1998 l’idea dei media, spiega Foa era che “l’apertura degli archivi comportasse una revisione storica e “politica”, che insomma la Chiesa si apprestasse, aprendo questi archivi, a far mea culpa anche dei tribunali d’Inquisizione. Quando nel 2004 Georges Cottier ha presentato il volume degli atti del Simposio del 1998, è apparso chiaro che l’intento era stato altro, quello cioè di far progredire le ricerche degli studiosi mettendo a loro disposizione fonti finora inaccessibili e di consentire l’uscita, semmai, dal dilemma assai poco scientifico tra leggenda nera e leggenda rosa”.Ecco allora, spiega la studiosa ebrea, che “da allora in poi, in questi ultimi dieci-quindici anni, si è verificata una divaricazione sempre più netta fra ricercatori e media. Mentre la ricerca prendeva le mosse dalla nuova documentazione disponibile per arrivare ad una sia pur parziale condivisione di conclusioni e punti di vista, e senza grandi scoperte sul piano scientifico, i media si ancoravano a visioni mitologiche, in cui alla riproposizione tout court degli antichi schemi della leggenda nera si contrapponevano esaltazioni agiografiche poco più credibili delle prime”.Purtroppo “la divaricazione fra ricerca e media è, come ben sappiamo, una situazione comune ad ogni oggetto di storia, ma è ancora più sensibile nel caso di temi come questo, che coinvolgono le passioni e i pregiudizi e sfidano ogni ragionamento. Per questo, la divulgazione su questo tema resta anche oggi molto difficile”.Le tre giornate di convegno sono quindi di grande importanza anche per i media che hanno una occasione di conoscere il lavoro degli studiosi liberandosi da preconcetti e scarsa conoscenza.
L'Osservatore Romano: "Gli archivi sono aperti da vent’anni, ma le fake news sull’Inquisizione sono più in forma che mai"
Per commemorare il ventennale dell’apertura dell’archivio della Congregazione per la dottrina della fede – permettendo così agli studiosi di consultare liberamente testi e documenti relativi all’Inquisizione romana, alla Congregazione dell’Indice dei libri proibiti e al tribunale dell’Inquisizione di Siena – la direzione dell’archivio del dicastero ha organizzato dal 15 al 17 maggio un convegno internazionale di studi presso la biblioteca del senato della Repubblica, situata all’interno della cosiddetta insula Dominicana di Santa Maria sopra Minerva, strettamente legata alle vicende storiche attinenti alla congregazione del Sant’Uffizio e dell’Indice dei libri proibiti. Anticipiamo stralci di uno degli interventi conclusivi.Nel 1998, l’apertura degli archivi centrali del Sant’Uffizio ha attirato grande attenzione da parte dei media, oltre che degli studiosi. Il contesto generale era infatti favorevole a farne un evento di grande attrazione mediatica: si era nell’imminenza dell’avvento del terzo millennio, nella preparazione del quale Giovanni Paolo II aveva emanato nel 1994 la lettera apostolica Tertio millennio adveniente che conteneva molte richieste di perdono da parte della Chiesa. L’apertura stessa degli archivi era esplicitamente collegata, nei documenti della Santa Sede, alla revisione messa in atto dalla Chiesa di Giovanni Paolo II in occasione del millennio.Nulla di strano che opinione pubblica e media si aspettassero dall’apertura degli archivi una svolta critica della Santa Sede anche rispetto all’istituzione inquisitoriale. La Chiesa avrebbe insomma, aprendo archivi rimasti fino a quel momento coperti dal segreto, fatto mea culpaanche dei tribunali dell’Inquisizione, rinnegato l’istituzione che sembrava aver rappresentato il braccio armato della Chiesa nei confronti dell’eresia, del libero pensiero, della libertà di coscienza. Agli occhi dei media e al cosiddetto senso comune storiografico, l’Inquisizione era il nemico per antonomasia del pensiero moderno.Ci si aspettava quindi che l’ingresso a piene vele della Chiesa nella modernità, che le bolle di perdono sanzionavano definitivamente, rinnegasse senza mezzi termini quella istituzione e le sue procedure, svelandone, con l’apertura degli archivi, il carattere abominevole e sanguinario. La stessa Tertio millennio adveniente, del resto, accennava a questa revisione: «Un altro capitolo doloroso, sul quale i figli della Chiesa non possono non tornare con animo aperto al pentimento, è costituito dall’acquiescenza manifestata, specie in alcuni secoli, a metodi di intolleranza e persino di violenza  nel servizio alla verità».Un approccio, questo, collegato alle problematiche perdoniste del millennio, scarsamente condiviso dagli studiosi. Innanzi tutto perché sapevano che dall’apertura degli archivi sarebbe sì derivato un vasto rinnovamento degli studi, ma su temi quali i meccanismi inquisitoriali, le figure degli inquisitori e dei funzionari dell’istituzione, i rapporti tra centro e tribunali periferici, che – pur fondamentali per lo studio dell’istituzione inquisitoriale – difficilmente potevano contribuire al sensazionalismo vagheggiato dai media e dal senso comune storiografico. E infatti, se è vero che molti miti sono stati sfatati dall’accesso alla documentazione – ne ha trattato Andrea Del Col nella sua relazione introduttiva [anticipata in parte sull’Osservatore Romano del 14-15 maggio scorso] – si trattava di miti che erano diffusi fra gli addetti ai lavori e non nel vasto pubblico, come il mito dell’assoluta accuratezza dei verbali, l’insistenza sulla centralizzazione, i rapporti dell’Inquisizione romana con quella spagnola, gli elementi di continuità con l’Inquisizione medievale. Tutti immaginari dotti che avevano trovato scarsa risonanza nei media e nell’opinione pubblica.E ancora, perché nel corso dei due decenni precedenti si era già avuta una vasta rivisitazione storiografica in questo campo, che era però andata, più che nella direzione di una richiesta di perdono, nel senso di una revisione della cosiddetta immagine nera dell’Inquisizione, attraverso studi che, soprattutto nei riguardi dell’Inquisizione romana, avevano piuttosto messo in discussione il numero delle sue vittime e il suo ruolo nella persecuzione.Ma tutto questo non era passato a far parte del saper comune e nemmeno dell’attività di divulgazione dei media, volta più al sensazionalismo che all’accuratezza dei dati. Si era così ulteriormente accentuato il divario fra gli studi scientifici e il saper comune, e assai poco delle acquisizioni più recenti della storiografia era passato a far parte dell’immagine diffusa del terribile tribunale d’Inquisizione. Basta navigare in rete, leggere i titoli degli ultimi libri apparsi, per rendersene conto. Il fenomeno appare ancora più macroscopico se si analizza la vulgata di alcuni temi particolarmente caldi sull’Inquisizione, quali la caccia alle streghe, il processo a Giordano Bruno, l’abiura di Galilei.Possiamo dire senza timore di smentite che la leggenda nera non soltanto non ha tratto dall’apertura degli archivi smentite sul terreno dei media, ma si è andata ancora rafforzando. Anzi, guardando alla gran mole di produzione mediatica che l’era del web ha moltiplicato, l’impressione è che la divaricazione tra il sapere razionale – frutto di riflessioni, di approcci storici, di analisi documentaria – e quello mitologico sia ormai invalicabile.Non solo, ma della stessa produzione mitologica sembra partecipare ormai anche la leggenda rosa, che si limita il più delle volte a riproporre tesi apologetiche senza preoccuparsi di trarre dai dati e dalle interpretazioni, che pur non mancano, materia per la sua proposta. Non sto naturalmente parlando della produzione opera degli storici, e nemmeno di quella piccola parte della produzione mediatica affidata agli specialisti. Ma per il resto, lungi dall’indebolirsi con la crescita dell’accesso alla documentazione, l’immagine dell’Inquisizione come regno della tortura e del male vive ormai di vita propria, finendo per assomigliare a quelle fake news di cui oggi molto si parla. Si scrive e si afferma che l’Inquisizione ha fatto milioni di morti per stregoneria con la stessa sicumera con cui si afferma che i vaccini sono la causa dell’autismo.Ma avevamo davvero sperato che l’accesso agli archivi, il crescere dei materiali a disposizione degli studiosi, il loro sapere specialistico, le loro distinzioni, potessero incrinare il regno del mito, del non sapere, del pregiudizio? Ma perché avrebbe dovuto essere così? Gli ultimi vent’anni, che sono quelli passati dall’apertura degli archivi, sono anche quelli che hanno visto il crescere nella società tutta della fabbrica mitologica, l’affermarsi di strumenti molto più utili alla sua affermazione della carta e delle stesse immagini, l’abbattimento delle barriere fra il vero e il falso, fra il sapere e il non sapere, fra la realtà e la finzione. Passioni e pregiudizi prevalgono su sapere e conoscenza. Gridano più alto. Nessun archivio – dovremmo saperlo, dovremmo averlo imparato dagli eventi dei secoli passati – può avere la meglio su di essi, nessun documento può confutare un pregiudizio consolidato, mettere in crisi uno stereotipo.
UCCR:

«L’Inquisizione regno della tortura? Una fake news», così afferma la storica ebrea

«L’immagine dell’Inquisizione romana come regno della tortura e del male vive ormai di vita propria, finendo per assomigliare a quelle fake news di cui oggi molto si parla». Così la storica ebrea Anna Foa, docente di Storia moderna presso l’Università La Sapienza di Roma. Un’altra specialista contro la leggenda nera, cioè la falsa vulgata anticattolica creata da illuministi e protestanti.
Il mainstream mediatico, ha riflettuto la Foa, ha erroneamente ritenuto che con l’apertura degli archivi centrali dell’ex Sant’Uffizio nel 1998, la Chiesa cattolica avrebbe preso finalmente atto del presunto carattere abominevole e sanguinario dell’Inquisizione, che nell’immaginario collettivo ancora rappresenta «il braccio armato della Chiesa nei confronti dell’eresia, del libero pensiero, della libertà di coscienza. Agli occhi dei media e al cosiddetto senso comune storiografico, l’Inquisizione era il nemico per antonomasia del pensiero moderno».
Niente di tutto ciò, ovviamente. Una delusione per giornalisti ed anticlericali, non certo per gli specialisti. Anche perché, ha proseguito la storica di religione ebraica, «nel corso dei due decenni precedenti si era già avuta una vasta rivisitazione storiografica in questo campo, che era però andata, più che nella direzione di una richiesta di perdono, nel senso di una revisione della cosiddetta immagine nera dell’Inquisizione, attraverso studi che, soprattutto nei riguardi dell’Inquisizione romana, avevano piuttosto messo in discussione il numero delle sue vittime e il suo ruolo nella persecuzione». Anche recentemente sono stati pubblicati volumi storici in difesa dell’Inquisizione, completamente ignorati dai grandi giornali (con l’eccezione di Paolo Mieli, sul Corriere). Tra quelli in lingua italiana, come abbiamo riportato su UCCR: Storia dell’Inquisizione in Italia. Tribunali, eretici, censura (Carocci 2013) di Christopher Black, storico dell’Università di Glasgow; Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori e missionari dello storico laico Adriano Prosperi, della Scuola Normale di Pisa; Caccia alle streghe della storica Marina Montesano, dell’Università di Genova; L’Inquisizione in Italia, di Andrea Del Col dell’Università degli Studi di Trieste; L’inquisizione: atti del simposio internazionale, dello storico Agostino Borromeo.
Purtroppo, si è rammaricata Anna Foa, né l’apertura degli archivi, né il contributo di questi storici ha contribuito a far entrare la verità nel «saper comune e nemmeno nell’attività di divulgazione dei media, volta più al sensazionalismo che all’accuratezza dei dati. Si era così ulteriormente accentuato il divario fra gli studi scientifici e il saper comune, e assai poco delle acquisizioni più recenti della storiografia era passato a far parte dell’immagine diffusa del terribile tribunale d’Inquisizione. Basta navigare in rete, leggere i titoli degli ultimi libri apparsi, per rendersene conto. Il fenomeno appare ancora più macroscopico se si analizza la vulgata di alcuni temi particolarmente caldi sull’Inquisizione, quali la caccia alle streghe, il processo a Giordano Bruno, l’abiura di Galilei. La divaricazione tra il sapere razionale — frutto di riflessioni, di approcci storici, di analisi documentaria — e quello mitologico è ormai invalicabile».
Così, ha concluso con poca speranza la storica de La Sapienza, «si scrive e si afferma che l’Inquisizione ha fatto milioni di morti per stregoneria con la stessa sicumera con cui si afferma che i vaccini sono la causa dell’autismo. Ma avevamo davvero sperato che l’accesso agli archivi, il crescere dei materiali a disposizione degli studiosi, il loro sapere specialistico, le loro distinzioni, potessero incrinare il regno del mito, del non sapere, del pregiudizio? Ma perché avrebbe dovuto essere così? Gli ultimi vent’anni, che sono quelli passati dall’apertura degli archivi, sono anche quelli che hanno visto il crescere nella società tutta della fabbrica mitologica, l’affermarsi di strumenti molto più utili alla sua affermazione della carta e delle stesse immagini, l’abbattimento delle barriere fra il vero e il falso, fra il sapere e il non sapere, fra la realtà e la finzione. Passioni e pregiudizi prevalgono su sapere e conoscenza. Gridano più alto. Nessun archivio — dovremmo saperlo, dovremmo averlo imparato dagli eventi dei secoli passati — può avere la meglio su di essi, nessun documento può confutare un pregiudizio consolidato, mettere in crisi uno stereotipo».
Da parte nostra non siamo così pessimisti come la Foa, le -seppur poche- persone realmente interessate hanno infatti sempre più strumenti informativi per accedere a quel che gli specialisti già da tempo sanno. Già il fatto che una storica del suo calibro, appartenente ad un’altra religione (quella ebraica), abbia percepito l’ignoranza e la malafede dilagante su queste tematiche è un buon motivo per ben sperare nel futuro.

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