La Solennità di Tutti i Santi e le Beatitudini (Mt 5,3-12)


Mi è capitato recentemente di ascoltare una intervista che, tanti anni fa, fecero a Totò, il principe della comicità italiana. Il giornalista gli chiede se, secondo lui, esiste la felicità e lui risponde con sicurezza: "No, la felicità non esiste. Nessuno è felicissimo. Esistono momenti minuscoli di felicità, effimeri, durante i quali dimentichiamo le cose brutte, quanto sia pesante la vita". Una visione cinica, la sua, condivisa da molte altre persone, ma che - in quanto cristiani - non possiamo sottoscrivere: noi crediamo nella felicità. La gioia è possibile! Anzi: siamo chiamati a rallegrarci e a realizzare la nostra vita. Non possiamo rifugiarci in un "pessimismo sterile" che ci autorizza a rinchiuderci nelle nostre comodità, ad adagiarci in una vita mediocre, alla ricerca solo di un briciolo di benessere in più.
Siamo chiamati tutti a farci santi, tutti siamo chiamati a vivere quel progetto che Dio ha su di noi.
"Rallegratevi", esorta e insieme comanda la Scrittura: rallegratevi perchè Dio è con noi, non ci abbandona, piuttosto ci ama e desidera per noi il meglio. Gioite, ci ripete il Papa anche nella sua ultima esortazione, la terza, dedicata proprio alla santità.
Gaudete et exsultate (GeE), è un invito alla gioia e all’esultanza rivolto a tutti i cristiani. Anche solo in questo titolo risuona un’urgenza evangelica alla quale Papa Francesco è molto attento, perché la ritiene decisiva nella vita dei discepoli di Gesù: l’urgenza della gioia, che è gioia del Vangelo, letizia dell’amore, esperienza gioiosa della comunione con il Signore Gesù.
Conosciamo i rimproveri rivolti a noi cristiani in particolare da Friedrich Nietzsche all’inizio del secolo scorso, sul nostro volto che sovente appare triste, stanco, depresso, astenico e addirittura cinico. Siamo schiacciati dal peso dei precetti, in profonda contraddizione con il messaggio del Vangelo che è “buona notizia”, annuncio che dovrebbe destare gioia ed esultanza: la gioia che nasce da un incontro che dà senso all’esistenza; la gioia della scoperta di un tesoro incalcolabile; la gioia della liberazione, della pienezza di vita che il Signore offre a chi accoglie il suo amore, che mai deve essere meritato. I cristiani dimenticano purtroppo che la gioia è un comando apostolico, rivolto da Paolo alla chiesa: «Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto: rallegratevi!» (Filippesi 4, 4). Dimenticano che la gioia è un esercizio da compiersi nella lotta contro l’acedia, contro la tristezza mondana; che la gioia è una confessio laudis che canta l’azione di Dio in noi e nella storia; che la gioia è il dono del Risorto che niente e nessuno può rubare (cfr. Giovanni 15, 11; 16, 20-22). È significativo che già Paolo VI aveva avuto l’audacia di scrivere un’esortazione apostolica intitolata Gaudete in Domino (1975), chiedendo ai cristiani che la loro vita fosse capace di mostrare la gioia della fede, della speranza e dell’amore che abitano nei loro cuori. (E. Bianchi, L’urgenza della gioia in L’Osservatore Romano, 28.05.2018).
Il contrario della santità non è soltanto una vita nel peccato, ma è prima di tutto "l'accontentarsi di un'esistenza mediocre, annacquata e inconsistente" (GeE1). Essere cristiani significa ricevere da Dio il dono di una vita bella, ricca di senso, piena di gusto, mettersi in un cammino che renda "più vivi e più umani" (GeE32). Contro il male di vivere o l'accettazione (falsamente pacificata) del non senso della realtà per limitarsi ad abitare il proprio frammento di esistenza, Dio offre un cammino di santità, coraggioso e umanizzante, da vivere nella sequela di Cristo e nella rete delle relazioni con gli altri. Dio è il tre volte Santo, e riversa sugli uomini la sua stessa vita divina: "Siate santi, perché io il Signore, sono santo" (LV 1 1 ,44), trasfigurando l'esistenza dell'uomo e rendendola sempre più ad immagine e somiglianza di quella del Signore Risorto.
Il capitolo 3° dell'Esortazione è proprio dedicato al Discorso delle Beatitudini. In sintesi il Papa vi afferma che per essere felici/beati occorre:
  • essere poveri nel cuore per permettere al Signore di entrarvi con la sua costante novità e per condividere la vita dei più bisognosi (nn. 67-70);
  • reagire con umile mitezza ai torti subiti, alle inimicizie, alle liti, alle critiche impietose, ai comportamenti arroganti e discriminatori (nn. 71-74);
  • saper piangere con chi è nel pianto, senza fuggire dalle situazioni dolorose, considerando carne della propria carne chi è nella sofferenza e nell’angoscia (nn. 75-76);
  • aver fame e sete di giustizia, realizzandola nella propria vita, contribuendo ad assicurarla ai poveri, ai deboli e agli indifesi e rifiutandosi di salire sul carro del vincitore di turno (nn. 77-79);
  • relazionarci e agire con tutti con misericordia mediante il dono e il perdono (nn. 80-82);
  • mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore (nn. 83-86);
  • seminare pace attorno a noi, prevenendo incomprensioni, componendo contrasti e facendo prevalere l’unità sui conflitti (nn. 87-89);
  • accettare ogni giorno la via del Vangelo nonostante ci procuri problemi o sia per noi motivo di commiserazione o dileggio (nn. 90-94). 
Così Il cielo che regge la terra: 
 Beatitudini = Felicità!
Le beatitudini non sono strade, ma La Strada che porta alla vera felicità. A questo punto, come possiamo viverle? Bisogna tenere a mente questo: vivere il nostro rapporto con Dio soprattutto con la preghiera, i sacramenti e mettendo in pratica la carità. La grazia di Dio, se glielo permettiamo, è in grado di trasformare il nostro cuore e ci renderà capaci di camminare in pienezza lungo questa strada per la vera felicità! Percorriamo questa via che Gesù ci indica:
“Beati i poveri per lo spirito, perché di essi è il regno dei cieli.”
Essere povero non significa mancare del proprio necessario. Non si tratta di diventare misero in mezzo ai miseri, ma significa condividere in tutte le occasioni tutto quello che si ha e che si è con chi ne ha bisogno, in modo che più nessuno sia bisognoso. Si deve rinunciare all’egoismo, al potere, all’accumulo, all’apparire e all’ambizione. Il povero in spirito sa che tutto ciò che ha è dono di Dio e vive la vita senza morbosità, con un sano distacco che lo rende capace di donarsi agli altri. Quindi non si limita ai beni materiali, ma si mette anche al servizio dei fratelli, rimanendo sempre disponibile per aiutare chi è nel bisogno.
“Beati gli afflitti, perché saranno consolati.”
Coloro che servono per amore sono felici di servire e di fare il bene a chi è nel bisogno, contando sull’aiuto e sul sostegno di Dio. Sono beati coloro che si abbandonano sofferenti alle mani del Padre, che con il suo amore muta la sofferenza in gioia. È sperimentare la consolazione di Dio nei momenti di dolore e sconforto. In quel conforto Dio parla. Egli mai dimentica le lacrime di un figlio nella sofferenza.
“Beati i miti, perché erediteranno la terra.”
I miti sono coloro che hanno il dominio di sé, che sono capaci di restare sereni, benevoli, umili, pazienti e pronti al perdono. Sono coloro che riescono a mantenere il controllo durante le tempeste della vita. Sono capaci di appoggiarsi alla riflessione e alla pazienza, virtù alimentate dalla prudenza e dalla sapienza. La mitezza esclude la superbia, l’arroganza, la collera, l’irritazione ed ogni eccesso emotivo. Ma essere miti non significa accettare la malvagità degli uomini. Essa va smascherata, denunciata e guarita. È necessario saper “combattere” con mitezza: per farlo guardiamo a Gesù, alla sua mitezza e umiltà di cuore.
“Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.”
La giustizia non è da intendere come vendetta. Essere giusti significa saper dare ad ognuno ciò che gli spetta. Coloro che vogliono la giustizia di Dio, saranno pienamente soddisfatti portando pace e agendo da giusti. In questo senso la giustizia di Dio manifesta una giustizia sociale, perché tutti gli uomini sono uguali e fratelli.
“Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.”
Essere misericordiosi vuol dire essere sempre disposti ad aiutare chi ne ha bisogno, a perdonare e ad amare chi commette torti, come Dio stesso fa. Il perdono è una liberazione dal veleno del rancore. Certo, perdonare spesso non è facile e non è una cosa immediata. Il perdono è una strada in salita con cui bisogna fare i conti continuamente. È camminare con le ferite aperte del cuore e riuscire ad andare oltre il dolore che si prova. Solo la grazia può dare la forza di vivere la misericordia, ma se non c’è volontà di perdonare non si possono fare passi in avanti. Dio moltiplicherà la misericordia per coloro che avranno misericordia a loro volta verso i fratelli. Se prevalesse il perdono su questa terra, non esisterebbero più guerre e conflitti.
“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.”
Che cosa contamina il cuore dell’uomo?“Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo! Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie.” Mt 15,11-15,19
Il cuore nella mentalità ebraica è la sede delle intenzioni, il luogo delle scelte. È la parte più intima dell’uomo, dove risiede la coscienza. Essere puri di cuore significa essere sinceri, avere una coscienza limpida, senza malizia, senza ipocrisia, essere capaci di mostrare l’amore concretamente.
“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.”
Essere operatori di pace non vuol dire garantire la propria pace, bensì averla e portarla a chi non ce l’ha. La pace non si crea imponendo ordine con l’uso della forza, né esercitando autorità. La pace si fa con le parole, riportando unione e concordia tra persone in conflitto o divise, ed esercitando le opere di misericordia.
“Fare la pace è un lavoro artigianale: richiede passione, pazienza, esperienza, tenacia. Beati sono coloro che seminano pace con le loro azioni quotidiane, con atteggiamenti e gesti di servizio, di fraternità, di dialogo, di misericordia.” Papa Francesco
“Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.”
Sono disposti a dare se stessi per smascherare e denunciare la malvagità degli uomini, a costo di soffrire e sopportare persecuzioni da parte di chi non conosce o non accetta la verità. Queste persone sono i santi del regno di Dio e per questo sono felici, perché vivono da figli di Dio. Sono coloro che si sacrificano per un bene più grande. Che nonostante la paura, hanno il coraggio di denunciare il male compiuto. Sono coloro che lottano avendo nel cuore un vero ideale. Che fanno la differenza senza ricorrere alla violenza e nella persecuzione restano saldi, a testa alta, compiendo ciò che è giusto.
“Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.”
Questa beatitudine riassume tutte quelle precedenti. Gesù mette in guardia coloro che lo ascoltano annunciando che chi percorrerà questa via non avrà vita facile. C’è da spaventarsi quindi? Dobbiamo vivere nel terrore di essere perseguitati perché siamo cristiani? È la paura uno degli ostacoli più grandi che bloccano la nostra ricerca di felicità: la paura di soffrire, di non farcela, di non superare determinate situazioni e di restare bloccati. Paura di perdere tutto, di fallire, di restare soli. E allora cosa fare?
Possiamo scegliere… cercando di rompere gli schemi mortali che vogliono prendere il sopravvento nel mondo, scegliendo con coraggio la via dell’amore. 
“E la strada si apre, passo dopo passo…”
Gesù chiude il discorso delle beatitudini dicendo: “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.” Mt 5,12
Dio conforta ogni paura con la sua parola: rallegratevi! Gesù ci dice che vale la pena spendersi in questa vita percorrendo la strada delle beatitudini. Già da ora possiamo vivere quella gioia, quel regno di Dio in mezzo a noi. Non possiamo permettere al male e alla paura di schiacciarci. Siamo stati creati per la gioia, chiamati ad essere custodi del creato, rappresentanti di questo Dio che è amore!
La felicità è anche guardare indietro vedendo ciò che di buono abbiamo seminato e godere dei suoi frutti nel nostro presente. È scoprire che il mondo è diventato più bello grazie al nostro contributo. È vivere le piccole cose con un cuore che non si attacca a nulla e riconoscendo il loro valore. È gridare al mondo quanto è meraviglioso nonostante i mali sempre presenti. È scegliere di spendersi per qualcuno, giorno per giorno, senza chiedere nulla in cambio. Essere felici significa farsi pane spezzato da condividere e vivere senza paura alla presenza di Dio.
La felicità è credere che solo l’amore è capace di dare senso ad ogni cosa. Per questo la carità tutto crede, tutto spera, tutto sopporta e tutto può!
***

BEATO CHI PONE IN TE LA SUA SPERANZA

Beato chi vive con libertà interiore
di fronte alle cose e alle persone.
Beato chi è solidale nella sofferenza.
Beato chi si sente figlio di Dio,
perché costruisce la pace attorno a sé.
Beato chi sa donare il perdono
e chi sa rinunciare ad ogni forma di violenza.
Beato chi segue il tuo disegno di giustizia
nel mondo e nella propria vita.
Beato chi ha un cuore limpido,
capace di decisioni e di affetti autentici,
trasparente della tua presenza.
Grazie, Signore, che ti metti al nostro fianco
affinché noi viviamo con gioia
questo progetto di vita.
(don Piergiorgio Soardo)

Beati noi...

Beati noi se non rispondiamo al male con altro male,
 se non cerchiamo di risolvere tutto con la vendetta e la cattiveria.
Beati noi se sappiamo guardare oltre l’orizzonte ristretto dei nostri bisogni e lo allarghiamo invece alle attese di chi abbiamo attorno, diventando il prossimo di tutti.
Beati noi se sappiamo aprire la porta del nostro cuore agli altri
 e lasciamo entrare nella vita la luce di Dio.
Beati noi se proviamo a guardare il mondo con gli occhi di Dio
per vedere la bellezza del suo volto di Padre riflessa nel volto di ogni fratello e sorella.
Beati noi se comprendiamo
 quale immensa felicità c’è nel vivere l’Amore!

Vedi anche l'omelia di don Fabio Rosini: LA MIA SANTITÀ È DIO CHE LA DISEGNA

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