La posizione della Chiesa sul gender e sui transessuali


Dodicesima puntata  delle mie riflessioni sulla "vita sessuale tra Chiesa e società"


La posizione della Chiesa sul gender
La Chiesa parla di “uguaglianza nella diversità”, cioè riconosce pari dignità ad ogni essere umano, ma senza negare le diversità che ci sono tra di essi. Parla di creazione e dunque di un Creatore che ha immesso una finalità nelle realtà che ha create. Parla della sessualità non solo come uno strumento di piacere (da vivere come meglio mi aggrada), ma come espressione della propria identità e soprattutto come spinta relazionale volta ad amare in pienezza chi può completare la mia vita con le sue differenze (anche fisiche, senza che debba utilizzare pertugi che hanno altre funzioni) e possa generare vita (e non rimanere stabilmente sterile o debba ricorrere a metodi artificiali o di dubbia eticità). La differenza dell’uomo e della donna “non è per la contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio”[1].
In Amoris laetitia, papa Francesco afferma che l’ideologia gender
nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. È inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini. Non si deve ignorare che sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender), si possono distinguere, ma non separare (AL, n.56).
Più di una volta ha definito il gender come una “colonizzazione ideologica”:
Oggi ai bambini a scuola si insegna questo: che il sesso ognuno lo può scegliere. E perché insegnano questo? Perché i libri sono quelli delle persone e delle istituzioni che ti danno i soldi. Sono le colonizzazioni ideologiche, sostenute anche da Paesi molto influenti. E questo è terribile. (…) Dio ha creato l’uomo e la donna; Dio ha creato il mondo così, così, così…, e noi stiamo facendo il contrario. Dio ci ha dato uno stato “incolto”, perché noi lo facessimo diventare cultura; e poi, con questa cultura, facciamo cose che ci riportano allo stato “incolto”![2]  
Il 19 gennaio 2015 durante la conferenza stampa con i giornalisti in ritorno dal suo viaggio in Sri Lanka e Filippine, Francesco ha ribadito:
La colonizzazione ideologica: dirò soltanto un esempio, che ho visto io. Venti anni fa, nel 1995, una Ministro dell’Istruzione Pubblica aveva chiesto un prestito forte per fare la costruzione di scuole per i poveri. Le hanno dato il prestito a condizione che nelle scuole ci fosse un libro per i bambini di un certo livello. Era un libro di scuola, un libro preparato bene didatticamente, dove si insegnava la teoria del gender […]. Questa è la colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un’idea che niente ha da fare col popolo (…) e colonizzano il popolo con un’idea che cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura. […]. Ma non è una novità questa. Lo stesso hanno fatto le dittature del secolo scorso. Sono entrate con la loro dottrina. Pensate ai Balilla, pensate alla Gioventù Hitleriana. Hanno colonizzato il popolo, volevano farlo. Ma quanta sofferenza[3].
"Lui, che era lei, ma è lui…"
L’espressione, quasi un gioco di parole, proviene sempre da papa Francesco. Nel viaggio di ritorno dalla Giorgia, il 2 ottobre 2016, veniva interpellato dai giornalisti per approfondire la questione spinosa del gender riesplosa durante il viaggio. Rispondendo racconta:
L’anno scorso ho ricevuto una lettera di uno spagnolo che mi raccontava la sua storia da bambino e da ragazzo. Era una bambina, una ragazza, e ha sofferto tanto, perché si sentiva ragazzo ma era fisicamente una ragazza. L’ha raccontato alla mamma, quando era già ventenne e le ha detto che avrebbe voluto fare l’intervento chirurgico e tutte queste cose. E la mamma gli ha chiesto di non farlo finché lei era viva. Era anziana, ed è morta presto. Ha fatto l’intervento. È un impiegato di un ministero di una città della Spagna. È andato dal vescovo. Il vescovo lo ha accompagnato tanto, un bravo vescovo: “perdeva” tempo per accompagnare quest’uomo. Poi si è sposato. Ha cambiato la sua identità civile, si è sposato e mi ha scritto la lettera che per lui sarebbe stata una consolazione venire con la sua sposa: lui, che era lei, ma è lui. E li ho ricevuti. Erano contenti.
Tutti felici e contenti? Non è il “lieto fine” che interessa al papa, ma la capacità di non perdere mai di vista il fatto che si ha davanti una persona in difficoltà da accogliere, accompagnare e integrare. Il papa ha continuato raccontando del  vecchio sacerdote del quartiere dove "lui" abitava, che, quando lo incontrava,  insisteva nell’invitarlo alla confessione e alla comunione. "La vita è la vita e le cose si devono prendere come vengono", così commenta il papa che conclude:
Il peccato è peccato. Le tendenze o gli squilibri ormonali danno tanti problemi e dobbiamo essere attenti a non dire: “È tutto lo stesso, facciamo festa”. No, questo no. Ma ogni caso accoglierlo, accompagnarlo, studiarlo, discernere e integrarlo. Questo è quello che farebbe Gesù oggi. Per favore, non dite: “Il papa santificherà i trans!”.
La questione è in effetti molto delicata: diversi studi psicologici evidenziano come i transessuali siano esposti a crescenti disturbi  psichici e ad un il tasso di suicidi quasi dieci volte superiore a quello della popolazione generale. Molti transessuali esprimono anche il desiderio di tornare alla precedente condizione fisica[4]. Lo psichiatra tedesco Spaermann afferma:
Fa paura la fretta con cui oggigiorno si spingono dei giovani nella pubertà a interventi di tipo operatorio. Non c’è davvero nulla di cui gloriarsi per lo stato attuale della scienza medica e psicologica, quando essa agisce con ormoni e bisturi per eliminare un profondo disturbo di identità. Le complesse operazioni chirurgiche e l’assunzione perpetua di ormoni non riuscirà produrre se non una sorta di "fake sexuality", di sessualità artefatta. Un transessuale sarà sempre una donna che è stata operata come uomo e una transessuale rimarrà sempre un uomo che è stato operato come donna[5].
Ci troviamo di fronte al dilemma se rispettare la percezione sessuale della persona (che si sente uomo anche se è nato come donna) o incaponirci a considerare la sua condizione fisica originaria (e mai del tutto modificabile) contraddicendo la percezione della persona. Certo, ammette Spaemann,
la condizione di dolore delle persone che si sentono transessuali, al punto da indurre tendenze al suicidio, può essere tanto grande che, in assenza di alternative, anche da parte della Chiesa difficilmente si possono rifiutare del tutto delle misure chirurgiche e ormonali volte a ridurre questa sofferenza, una volta esaurite tutte le altre possibilità.
Prima di passare ad altro argomento, voglio segnalare una triste vicenda raccontata in un libro: Bruce Brenda e David. Il ragazzo che fu cresciuto come una ragazza[6]. Bruce nacque in Canada nel 1965 da un parto gemellare. Entrambi i fratelli avevano un problema di fimosi al pene, per risolvere il quale era necessaria una circoncisione, operazione semplice che, per un incredibile errore, diede inizio alla sua tragedia: il suo pene rimase bruciato (“si staccò a pezzetti” e “sparì completamente”).
I genitori, disperati, dopo una serie di consulti medici, si affidarono a John Money, un medico che avevano sentito parlare alla tv dei miracoli della «riassegnazione sessuale». Money era già allora uno dei ricercatori in sessuologia più rispettati al mondo. Eloquio brillante, intelligenza sofisticata, era l’ideatore della gender identity, basata sull’idea che l’identità di una persona non si fonda sui dati biologici della nascita, ma sugli influssi culturali e l’ambiente in cui cresce. Money, che guidava la pionieristica clinica per la chirurgia transessuale a Baltimora, fu ben felice di occuparsi del piccolo. Bruce era, infatti, la cavia che egli attendeva per dimostrare la bontà delle sue teorie. Un piccolo maschio senza pene, da trasformare in una bambina. Il medico spiegò loro che avrebbe potuto dare al bambino una vagina perfettamente funzionante, ma che necessitava della loro collaborazione affinché Bruce diventasse femmina. L’importante era che loro lo vestissero come una femminuccia, non gli tagliassero i capelli, lo facessero sentire una lei e non un lui. Così avrebbe avuto una vita felice.
Fu così che Bruce diventò Brenda.
Ma qualcosa non funzionava. La piccola Brenda ignorava le bambole che le venivano regalate, adorava azzuffarsi coi suoi amichetti, costruiva fortini anziché pettinarsi davanti allo specchio. In bagno, faceva la pipì in piedi. I primi anni di scuola peggiorarono notevolmente la situazione. Brenda iniziò a diventare particolarmente violenta e fu bocciata. Nel frattempo, nel 1972, Money pubblicò il libro Man & Woman, Boy & Girl, in cui mise al corrente il mondo dello straordinario «caso dei due gemelli». Il volume descriveva l’esperimento come un «assoluto successo». Era la «prova conclusiva» che «non si nasce maschi e femmine, ma lo si diventa». Il fatto ebbe una risonanza mondiale[7].
Nel frattempo Brenda scopre il suo passato e decide di tornare ad essere un uomo. Sceglie di chiamarsi David, si sottopone a iniezioni di testosterone e a diversi interventi chirurgici per la creazione del pene. Si innamora di una ragazza che sposerà nel 1990. Il suo caso viene scoperto da alcuni giornalisti e per il dottor Money inizia il declino. L’epilogo per Bruce-Brenda-David fu tragico: a 38 anni decide di suicidarsi.

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