Francesco e la rivoluzione mancata?


Marco Marzano, docente di sociologia presso l’Università di Bergamo e da diversi anni studioso del mondo cattolico (Quel che resta dei cattolici, 2012, Missione impossibile, 2013) stavolta, ha puntato al bersaglio grosso, dedicandosi a descrivere e analizzare quella che definisce nel sottotitolo del suo ultimo libro la rivoluzione mancata di papa Francesco, con un titolo che è tutto un programma: La Chiesa immobile (Laterza 2018, pp. 163, € 18,00). Settimana news gli ha dedicato diverse recensioni di Andrea Grillo e di  Fabrizio Carletti e Brunetto Salvarani che sono state replicate dallo stesso autore (nello stesso sito):
Credo sia venuto il momento, a quasi quattro mesi dalla sua pubblicazione, di fare il punto sull’ampio dibattito sollevato dalle tesi del mio libro La Chiesa immobile. Francesco e la rivoluzione mancata (Laterza 2018). Lascio ovviamente da parte in questa nota gli apprezzamenti e i riconoscimenti che i recensori hanno rivolto al mio lavoro e mi concentro invece soprattutto sui rilievi critici, che sono giunti soprattutto da parte cattolica, da alcuni convinti sostenitori del carattere fortemente innovativo del papato di Francesco (tutte le recensioni sono comunque disponibili qui.
Centro – periferia
Procedo per punti.
1. Costato con piacere che nessuno dei miei critici contesta nel merito la ricostruzione che ho presentato del libro delle istanze riformatrici e la risposta (molto deludente) che ad esse è venuta dall’azione di Francesco.
Alcuni (soprattutto Jacopo Scaramuzzi su Askanews e Brunetto Salvarani su Settimana News) mi hanno rimproverato di aver trascurato alcune rilevanti novità provenute dal papato argentino (il cambiamento di linguaggio, l’avvicendamento di qualche dirigente, le nomine “spiazzanti” di alcuni vescovi, la “catechesi itinerante” sulle rotte di Milani, Mazzolari e Tonino Bello ecc.), ma io mi sento di ribadire che quelle che, secondo costoro, avrei sottovalutato non sono, in nessun caso, “riforme strutturali”, cioè cambiamenti che ridefiniscono i rapporti di potere tra il centro romano e le periferie ecclesiali, gli uomini e le donne, il clero e i laici.
Sui punti essenziali della struttura accentrata, gerarchica e maschilista del cattolicesimo Francesco non ha introdotto la benché minima novità. Da questo punto di vista, i mutamenti sono stati tutti inessenziali e marginali, dato che non hanno nemmeno sfiorato gli equilibri potestativi di fondo all’interno della grande istituzione.
Approccio laico
2. Alcuni critici (i teologi Andrea Grillo e Brunetto Salvarani) mi accusano di non aver tenuto in debito conto il rapporto di Francesco con il Vangelo e con la teologia. È un rimprovero che fatico a comprendere e che rinvia inevitabilmente ad un’irriducibile differenza ideologica tra la mia prospettiva analitica e lo sguardo sul papato di molti teologi cattolici.
Nel libro non lo preciso, ma qui lo voglio affermare con chiarezza e una volta per tutte: per me la Chiesa non è un’istituzione santa, sacra, voluta da Dio eccetera. Per me, la Chiesa cattolica è un’organizzazione totalmente umana, al pari di ogni altra. Da questo punto di vista, essa può divenire oggetto di un’analisi sociologica negli stessi termini – per citare Andrea Grillo – di Amazon, di un partito politico o del Terzo Reich.
Il Vangelo e la vicenda di Gesù stanno per me alla Chiesa cattolica come un qualsiasi mito fondativo o leggenda originaria sta all’istituzione che sulla fortuna di quel mito è stata costruita. Nel caso del cattolicesimo, per giunta, la fedeltà dell’istituzione (Chiesa) al mito (Vangelo) è radicalmente contestata da altre organizzazioni religiose (protestanti e ortodosse) che, dalla storia di Gesù narrata nei vangeli, traggono conclusioni in buona misura diverse, non solo sul piano teologico, ma anche su quello ecclesiologico e istituzionale. In altre parole, si può benissimo dichiararsi seguaci di Gesù senza per questo dover credere che – come scrive Grillo nella sua recensione – «[…] Questa Sposa del Signore, se vuole seguire il suo Capo e Maestro – che non è il papa – deve essere disposta a muoversi, deve sapere tornare a prendere l’iniziativa. Così è sempre stato. Talora nella forma del movimento di un ghiacciaio, talaltra nella libertà di una “piuma al vento”. Quando lo Spirito soffia, la Chiesa non resta, ma va, non si ferma, ma si muove. Questa mobilità le ha assicurato di poter camminare, per tanti secoli, in mezzo alla storia».
Il punto è che il legame tra la Chiesa e il Vangelo è tutto fuorché aproblematico e scontato e implica di necessità un assunto di fede (non tanto in Gesù quanto nella Chiesa-istituzione e nella sua aderenza agli ideali originari) che i miei critici teologi danno per assodato e reale e che per me semplicemente non esiste se non in termini puramente ideologici e culturali, essendo qualcosa di simile al comunismo primitivo per i marxisti o a Roma imperiale per i fascisti e alle tavole della legge per gli Ebrei.
Per Grillo, che non mi sembra contemplare l’ipotesi del fallimento storico dell’impresa cattolica, quel legame spiega il dato ontologico di una chiesa sempre di necessità in movimento perché «strutturalmente non per sé, ma per altro», per Salvarani giustifica uno sguardo ottimistico sul futuro della Chiesa dopo Francesco, per me non ci fa capire proprio nulla e si configura come un dato storicamente determinato, mutevole, ambiguo, manipolabile e impossibile da operazionalizzare per sottoporlo a verifica empirica.
Immagine pigra
3. Sempre Grillo mi indica come l’autore di un ragionamento intrinsecamente contradditorio. Dapprima (da sinistra, secondo lui) imputerei al papa le mancate riforme, ma poi sosterrei (da destra) che esse non sono per nulla necessarie, che la Chiesa cattolica non ne ha bisogno, che da esse non trarrebbe giovamento.
È proprio così, ma la contraddizione non esiste. Svelare il fatto che il papa non fa le riforme è il risultato di una semplice descrizione della realtà, è un dato empirico che dovrebbe rendere impossibile il continuare a sostenere che il papato di Bergoglio abbia un carattere rivoluzionario o anche solo riformatore. Affermare che le riforme non sono necessarie vuol dire invece offrire un’interpretazione del comportamento di Bergoglio e dell’intera gerarchia. Secondo tale interpretazione, costoro non fanno le riforme perché ritengono che non sarebbero vantaggiose, né per l’istituzione né per loro stessi come suoi maggiorenti.
Io penso (ma è solo un’ipotesi) che Francesco sia arrivato a questa conclusione in corso d’opera, ma che abbia anche saputo continuare a giovarsi di quella falsa identità di papa rivoluzionario che i media gli hanno pervicacemente tessuto addosso a beneficio di un’opinione pubblica occidentale secolarizzatissima, ma alla costante ricerca di superstar politico-spirituali. Insomma, Francesco è divenuto sempre più conservatore nei fatti e sempre più rivoluzionario nella rappresentazione. Questa è la vera contraddizione su cui Grillo e Salvarani dovrebbero seriamente iniziare a riflettere.
Prigionieri del mito
4. Ho l’impressione che molti intellettuali cattolici, inclusi i miei critici, siano senza saperlo ormai divenuti vittime, al pari di tanta parte dell’opinione pubblica, della grande trasformazione che ha investito la figura del papa e la sua relazione con la Chiesa. Tale trasformazione consegue all’avvento della società della comunicazione e al fatto che in essa il papa è sempre di più una star mediatica, in grado di comunicare direttamente con le masse senza più aver bisogno della mediazione ecclesiale. In questo scenario, il papa è diventato un guru, un predicatore solitario, un profeta, un componente dello star system e l’organizzazione che egli ancora a pieno titolo dirige è finita sullo sfondo, quasi dimenticata e rimossa, un orpello del passato di cui non merita nemmeno più parlare, sostituita dalla debordante presenza mediatica del successore di Pietro.
Le parole del papa, i suoi gesti (inclusi i mocassini consumati e la vecchia borsa portata con sé come indizi di povertà), il suo linguaggio, il suo rapporto con il Vangelo e con la predicazione, il suo stile (così simile a quello di Gesù, per citare Salvarani) sembrano essere alimento spirituale bastante anche per molti cattolici. Francesco su questo piano ha certamente innovato di più che su quello strutturale e per molti cattolici questo è più che sufficiente per dichiarare avvenuta la rivoluzione e rimessa in movimento la Chiesa.
5) Chiudo con la citazione di una frase di Salvarani che scrive che «dopo Francesco non sarà più possibile fare il papa come lo si faceva prima di Francesco». È verissimo, e anch’io mi chiedo come farà la Chiesa cattolica a trovare ancora quella composizione di conservatorismo sostanziale e movimentismo di immagine in cui è consistito lo straordinario pontificato dell’uomo venuto quasi dalla fine del mondo.

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