La parabola di Francesco Totti. Er Pupone come metafora della vita cristiana


Non sono romanista e neanche particolarmente sportivo, ma ho trovato questa rilettura cristiana dell'esperienza calcistica di Totti, proposta da Cattonerd, interessante e utile per i più giovani.
Attenzione: il seguente articolo su Francesco Totti potrebbe essere condizionato dalla fede calcistica dell’autore fusa con la sua fede cattolica. Potrebbe causare irritazione nelle tifoserie avversarie e attacchi di inquisizione nei cattolici più oltranzisti. Assumere a stomaco pieno di autoironia. Se ne sconsiglia l’assunzione alle persone allergiche ai testi goliardici e ai lazzziali.
Quando parlo di parabola non intendo “il cucchiaio” – il celeberrimo tiro di Francesco Totti con il quale ha fatto sognare milioni di appassionati di Calcio – ma quella tipologia di passo evangelico che Gesù usava per spiegare la via per ricongiungerci al Padre. Non sono matto (forse sono solo ancora su di giri per il suo addio a questo sport), e perciò mi accingo ad illustravi perché, senza ombra di dubbio alcuno, la carriera di Francesco Totti è un esempio perfetto di vita cristiana.
Del resto anche San Paolo usò lo sport per spiegare ai Corinzi il messaggio evangelico (1Cor 9,24-27).
Mica pizza e fichi.

La parabola dei talenti donati

Mi piace immaginare che, se Gesù fosse vissuto ai nostri tempi, avrebbe usato la seguente parabola, magari messa poi per iscritto da un evangelista finanche romanista.
In quel tempo, Gesù salì sulla tribuna Monte Mario e disse ai suoi discepoli: “Vi era un uomo che nacque nella città di Cesare e si chiamava Francesco Totti. Er Pupone, così era conosciuto dai suoi fedeli, passò tutta la vita in una sola squadra, la Roma. Nonostante il talento che il Signore gli aveva donato, e la passione con il quale usava domare la sfera, pochi frutti riuscì a raccogliere in 25 anni di sudore nei campi. Per questo il diavolo era solito andarlo a trovare, come aveva già fatto con altri campioni, sobillando insistentemente alle sue orecchie «Lascia la squadra che ami, in cambio ti darò trofei, coppe e scudetti.» Ma egli rispose sempre «Vade retro, perché tutti i tesori di questo mondo non valgono un solo iota del mio cuore.» Nel suo ultimo giorno, ci fu più festa per lui all’Olimpico che nel giorno dell’unico scudetto. In verità, in verità vi dico, se non vi convertite e non diventate come er Pupone, non entrerete nel regno dei cieli”.
Se ancora non avete chiamato la Santa Sede per farmi scomunicare, il resto dell’articolo spiega meglio il mio punto di vista.

Chi è Francesco Totti

Per chi fosse oggi atterrato da un’altra galassia, Francesco Totti nasce a Roma il 27 settembre 1976, è (stato) un calciatore della AS Roma. Solo della Roma. Sì perché nel corso della sua carriera professionistica ha sempre e solo giocato nella Roma (Nazionale a parte), squadra della quale è stato il capitano fin dal 1998. Per chi non segue il calcio, va detto che questo non è solo un dettaglio. La stragrande maggioranza dei campioni di questo sport ha sempre preferito cambiare squadra laddove venisse proposta un’offerta migliore, e se questi calciatori sono rimasti “fedeli” alla propria maglia (solo per periodi limitati), è successo solo in situazioni eccezionali, come per esempio Del Piero quando restò alla Juve anche dopo che quest’ultima venne retrocessa in serie B a seguito dello scandalo di Calciopoli.
Il 28 Marzo, dopo 25 anni di carriera, Francesco Totti ha dato l’addio al calcio davanti ad uno stadio in lacrime.

“Ma non ha vinto niente”

Inizierò a parlare di Totti come metafora del cammino cristiano, proprio da questo sfottò.
Quando si parla di Francesco Totti e di tutto l’affetto che i romanisti riversano nei suoi confronti, la critica cinica sulle sue scarse vittorie la fa da padrone. È vero. Totti, rispetto a giocatori di stessa o inferiore bravura ha vinto quasi niente. Uno Scudetto, due Supercoppe e due Coppe Italia sono gli unici trofei di cui può vantare la storia di Francesco nelle fila della Roma.
Totti in questi 25 anni, avrebbe potuto più volte abbandonare la squadra capitolina ed approdare in club dove il “medagliere” sarebbe stato proporzionale alla classe dei suoi scarpini.
E invece è restato nella Roma.

Vi piace vincere facile? Ponzi ponzi popo… no, siamo cristiani

Non nego che ci siano stati dei trionfi cristiani in questo mondo, qualche battaglia vinta e qualche cattolico di successo e apprezzato dalle folle. Tuttavia si tratta di rare eccezioni. Sono delle Grazie che il Padre ci concede di tanto in tanto per ricordarci che ci è vicino. Belle, eccezionali, da prendere a mani aperte quando si presentano. Ma la vita quotidiana è diversa.
Ve lo dico senza ipocrisie, sia che siate cristiani ferventi o atei radicali. Ve lo dico senza cercare di indorare la pillola e senza illustrarvi i favolosi vantaggi dell’essere cattolici al solo scopo di vendervi una fede cristiana “corredata di una batteria di pentole con fondo fuso alto un centimetro” (A proposito, convertitevi in fretta! Solo per oggi Paradiso a metà prezzo!).
No. La vita cristiana, in questo mondo, è quella del perdente, dell’eterno secondo (se ti dice bene… noi catto-nerd lo sappiamo bene!).
Sì, perché se scegliamo il cammino cristiano pensando che così Dio ci premierà con ricchezze e gloria, o che almeno il Padre Eterno ci difenderà fisicamente da ogni male, beh, abbiamo sbagliato strada (Gb 30). E, rincaro la dose, se seguiamo il cammino cristiano solo quando c’è un tornaconto, quando non c’è fatica ed è piacevole o emozionante come l’estasi di una mistica, vuol dire che non stiamo seguendo il cammino cristiano, ma il nostro, che di certo porterà da qualche parte, ma sicuramente non a Dio.
Voglio dire… il nostro Dio è quello che è passato dalla gioia dei passanti per il suo arrivo a Gerusalemme, all’essere messo in croce dopo aver ricevuto gli insulti e gli sputi degli astanti neanche fosse il peggior ladrone. Non so se mi spiego (però poi è risorto eh, scusate lo spoiler).
Il cammino cristiano non ha certezze, tranne una: quella di poterci fidare del Padre, che ci ama e che amiamo di riflesso, sapendo quindi che il suo Amore vale più di ogni seccatura o dolore che questo mondo ha in serbo per noi (Mar 10,28-30).

Dove è il tuo cuore, lì è il tuo tesoro

Se mi avete seguito fino a qui, provate ora insieme a me a guardare la storia di Francesco Totti sotto questa luce.
È stato considerato uno dei migliori calciatori del mondo, e ha deciso di restare in una squadra che mai gli avrebbe potuto portare, sul campo, gli onori che avrebbe meritato. Ma è rimasto lì.
Ha dato tutto per una città che ama, e che lo ha amato.
Il suo trionfo è stato fuori dal campo esattamente come il nostro trionfo sarà fuori da questo mondo (Mt 5,10-11).
L’amore dei tifosi per la sua fedeltà è stato più toccante e significativo di qualsiasi coppa, così come la carezza del Padre è più appagante e rassicurante di qualsiasi obiettivo raggiunto, specialmente se ottenuto a discapito di ciò in cui crediamo (Lc 9,25 ).
E, a proposito dell’amore dei suoi tifosi, vedendo lo stadio strapieno di gente commossa che era lì a festeggiare e ad abbracciare un campione che ha finito la sua carriera al secondo posto, non ho potuto che pensare alla Comunione dei Santi. I nostri cari e i santi del passato sono ancora vivi e fanno il tifo per noi, e non per i nostri successi terreni, ma affinché, nonostante tutto, Amiamo loro e i nostri compagni di squadra nelle difficoltà, e nella povertà delle nostre sconfitte.
I santi e lo stadio olimpico cantano: non ti lasceremo mai
Il coro cantato a Francesco Totti il giorno del suo addio al calcio

L’umiltà dei santi

Un aspetto che mi ha toccato in tutta questa vicenda, è stato il rapporto conflittuale con Luciano Spalletti, l’ormai ex allenatore della Roma.
In questo ultimo campionato Spalletti, pur sapendo che sarebbe stato l’ultimo di Francesco Totti, ha deciso di relegare le sue presenze a qualche minuto a fine partita. Per un campione come Totti, che in un famoso spot televisivo ribatteva addirittura al regista “Riserva a chi aho?”, è stato un vero e proprio calvario.
Eppure Totti, invece di creare zizzania nella squadra, invece di sfruttare l’affetto dei tifosi e il suo potere all’interno della società per far pressioni sull’allenatore, si è messo in disparte. Chissà quante volte ha pianto nel suo personale Getsemani. Ha forse capito, a malincuore, che Spalletti stava cercando di fare il meglio per la Roma, e che se questo voleva dire rinunciare anche alle sue ultime partite con la maglia giallorossa, allora “sia fatta la sua volontà”.
Però, attenzione! Spalletti non è certo infallibile come Dio eh! Anzi… ma questa è un’altra storia…
Ad ogni modo, in questo Francesco ha dimostrato di avere un po’ di vera e santa pazienza! Sarà forse un caso che anche molti dei Santi più rinomati hanno avuto problemi con i superiori? Tipo San Filippo NeriSanta Rita da Cascia… e anche San Francesco d’Assisi! Ok forse sto esagerando, ma famose a capi’! Ecco.
Sì, certo, nella sua carriera Er Pupone ha avuto anche qualche caduta di stile, ha dato in escandescenza e si è macchiato di qualche brutto gesto… ma chi è senza peccato tiri il primo rigore!

La paura dell’ignoto

Nella toccante lettera di addio finita con un “Vi amo”, letta con voce spezzata davanti ad uno Stadio Olimpico stracolmo, Francesco Totti, dopo averci ricordato che tutti siamo bambini, confida al pubblico di avere paura. Paura del domani, paura di non sapere cosa ne sarà di lui, come “un rigore in cui non si vede il futuro attraverso i buchi della rete”. In questo ultimo gesto di umiltà, non posso che abbracciarlo calorosamente, e ricordargli che chi confida in Dio nulla teme, ma tutto spera.
Non aver paura Francesco “L’amore non avrà mai fine” (1Cor 13,8-9).

La Compieta.

Dedico a Francesco Tottii il Cantico di Simeone, la preghiera che nella liturgia delle ore che si recita durante la Compieta nel momento in cui, dopo una lunga giornata in compagnia del Signore, ci si corica per godere del meritato riposo.
Ora lascia, o Signore, che il tuo servo*
vada in pace secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,*
preparata da te davanti a tutti i popoli,
luce per illuminare le genti*
e gloria del tuo popolo, Israele.
(Luca 2,25-32)

Conclusione

Spero di non aver offeso nessuno con questo articolo (se sì, fateve una risata dai!), ma spero sia stato chiaro l’intento di voler, scherzosamente, accostare la carriera di un calciatore a quello che dovrebbe essere il percorso di fede di noi cristiani. Una vita incerta, in cui non sappiamo quante vittorie o sconfitte brucianti ci riserverà il futuro, dove però conta una sola cosa:
Chi ama gli altri e la Roma Dio come Lui ha amato noi, non perde mai

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