La dimensione carismatica della Chiesa: Maria Voce su: «Profilo petrino e profilo mariano: insieme per una nuova Pentecoste».


Da L'Osservatore Romano del 16 luglio
È stato dedicato al rapporto fra la dimensione gerarchica e carismatica nella Chiesa l’incontro annuale dei segretari generali delle Conferenze episcopali d’Europa, svoltosi nei giorni scorsi a Birmingham, in Inghilterra, più precisamente al St. Mary’s College Oscott, dove John Henry Newman ricevette la cresima dopo la conversione al cattolicesimo e pronunciò uno dei suoi più celebri sermoni. Don Martin Michalíček, segretario generale del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee), ha introdotto il tema della riunione che prende spunto dal documento della Congregazione per la dottrina della fede Iuvenescit Ecclesia, del 2016. Una delle relazioni («Carisma e istituzione: questioni e orizzonti») è stata tenuta dall’arcivescovo emerito di Southwark, Kevin John Patrick McDonald, già segretario del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, approfondendo quanto Papa Francesco ha detto sul rinnovamento carismatico cattolico. A parlare della dimensione carismatica della Chiesa è stata invitata la presidente del Movimento dei Focolari. Pubblichiamo ampi stralci del suo intervento intitolato «Profilo petrino e profilo mariano: insieme per una nuova Pentecoste».
Dopo settant’anni di pace e di collaborazione, vediamo oggi minacciata l’unità politica dell’Europa e avanzano i particolarismi e populismi. Viviamo in un continente che, come una fortezza, cerca di proteggersi dai migranti. Crescono nelle nostre società l’individualismo, la solitudine e le conflittualità. Sperimentiamo inedite sfide etiche e la difficoltà di trasmettere la fede da una generazione all’altra. Siamo poveri di vocazioni. Intere Chiese locali sono scosse dalla crisi degli abusi. Questi e altri fenomeni hanno indotto Papa Francesco ad affermare nel suo discorso al Parlamento europeo: «Da più parti si ricava un’impressione generale di stanchezza e di invecchiamento, di un’Europa nonna e non più fertile e vivace». Eppure, quello che può sembrare il declino del cristianesimo nelle nostre terre, può trasformarsi in un nuovo avvento. Quello che è irrimediabilmente in crisi non è, infatti, la Chiesa come tale, ma piuttosto una sua determinata configurazione storica. Non serve guardare con nostalgia il tempo della christianitas. Piuttosto occorre aprirci a nuovi orizzonti, come costantemente ci ricorda Papa Francesco. Attingendo al magma incandescente delle origini, siamo chiamati a una rinnovata inculturazione del Vangelo, che faccia tesoro dell’esperienza del passato ma lo sappia riesprimere, con profezia, in questo nostro tempo.
È l’esperienza che ho potuto fare in prima persona quando, all’inizio degli anni ’60, come giovane studente di giurisprudenza all’università «La Sapienza» di Roma, partecipando alla messa nella cappella universitaria, ho incontrato un gruppo di giovani il cui rapporto mi ha attirato per un qualcosa che non mi sapevo spiegare. Ero cresciuta in una famiglia cristiana e mi impegnavo in parrocchia. Ma tra quei giovani c’era una presenza impalpabile che non conoscevo ancora. Dopo la mia insistenza perché mi dicessero cosa facevano e chi erano, ho avuto modo di sapere come era nato il Movimento dei Focolari e di imparare a mettere in pratica, come loro cercavano di fare, le parole del Vangelo, soprattutto l’amore a tutti, l’amore scambievole; quell’amore che attira Gesù tra coloro che sono pronti a dare la vita reciprocamente. Quanto è avvenuto per me, può avvenire e sta avvenendo per tanti. Se oggi in molte persone sembra essere svanita la capacità di scoprire il Dio trascendente, se non riescono a intuirlo dietro le meraviglie della creazione e se fanno fatica a cogliere il significato della vita sacramentale, esse sono però sensibili alla presenza di Dio in mezzo a noi e, quando lo incontrano in noi e attraverso di noi, riscoprono la verità del Vangelo, il dono della grazia, la vita della Chiesa e anche i sacramenti. Penso che questo sia veramente il tempo dei testimoni e delle comunità vive, il tempo — per dirlo nelle parole di Papa Francesco — della santità della porta accanto (Gaudete et exsultate, 6-9).
Parlando di dimensione carismatica della Chiesa non possiamo limitarci agli odierni movimenti e comunità. Come, infatti, non ricordare il ruolo fondamentale che, durante due millenni di storia, i più svariati carismi hanno svolto per l’Europa? Nel nostro tempo, del resto, assistiamo a nuovi fermenti nel mondo di questi carismi storici. Nati spesso come movimenti, ma poi concretizzatisi in ordini religiosi e congregazioni, oggi non pochi si stanno riconfigurando come famiglie carismatiche che coinvolgono le varie vocazioni del popolo di Dio. Sempre più, poi, si rendono conto di non poter esistere ciascuno in modo a sé stante, ma che è fondamentale la comunione tra i carismi. Ne abbiamo avuto un esempio vivo, quasi come un’icona, nel grande incontro «Svegliate il mondo» che ha portato a Roma nel settembre 2015 migliaia di giovani consacrate e consacrati. Ma, con tutto ciò, è stato già compreso il ruolo costitutivo dei carismi e hanno essi trovato, nei manuali di ecclesiologia, il posto che loro spetta? Oppure sono rimasti nella riflessione dottrinale realtà piuttosto marginali? Comprendiamo allora l’importanza non solo della Iuvenescit Ecclesia ma anche di un documento come Mutuae relationes sui rapporti fra i vescovi e i religiosi nella Chiesa-comunione. Ma il nostro sguardo si deve spingere ancora oltre. Pensando alla dimensione carismatica della Chiesa, non va dimenticato quel fiorire dei doni più vari nel popolo di Dio di cui parla il concilio (cfr. Lumen gentium, 12), così come va ricordato pure quel sensus fidei che il Vaticano II ha riconosciuto a tutti i battezzati (cfr. Lumen gentium, 10), tanto caro a Papa Francesco che ama parlare del «santo popolo fedele di Dio che è unto con la grazia dello Spirito santo». Ne dovrà seguire sempre più una visione della pastorale che considera tutti i battezzati — uomini e donne, giovani e famiglie — non tanto come oggetto dell’azione ecclesiale, ma come soggetti corresponsabili, e che va alla ricerca dei doni di ogni persona e comunità.
Tutto ciò rappresenta per l’Europa e per la Chiesa in Europa un’enorme risorsa che in gran parte attende ancora di essere scoperta e valorizzata. Come dopo il concilio di Trento è venuto dai carismi un apporto decisivo per la riforma della Chiesa e per una nuova spinta missionaria e incidenza nella società, così c’è da attendersi un contributo determinante dai carismi anche in quest’epoca che ci chiama ad attuare sempre più pienamente il concilio Vaticano II. Se allora hanno svolto un ruolo provvidenziale sia figure individuali, come un san Carlo Borromeo, che ordini religiosi come i gesuiti, anche in questo nostro tempo si stagliano carismi la cui portata, a mio avviso, va ben al di là delle comunità o dei movimenti che ne sono nati. Per ripartire, ad esempio, dalle periferie esistenziali e dall’opzione così urgente per i poveri in tutti i sensi, non abbiamo forse tutti da imparare qualcosa dalle suore della Carità di madre Teresa di Calcutta, ma anche da un movimento come «Nuovi orizzonti», fondato da Chiara Amirante, che si dedica a chi, per la droga o altro, vive agli “inferi”; o ancora dalla Comunità Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi? E il Rinnovamento carismatico non richiama in qualche modo tutto il popolo di Dio a porre tutta la sua fiducia in Dio e nei doni dello Spirito? Così come il movimento di Comunione e liberazione ci ricorda che il cristianesimo non è un insieme di norme etiche, ma ha il suo fulcro nell’incontro personale e comunitario con Cristo. Colta in questa prospettiva, l’esperienza del Cammino neocatecumenale non potrebbe attestare a tutti noi l’importanza dell’annuncio del kerygma e i frutti di una profonda iniziazione alla fede? E il carisma del Movimento dei Focolari offrirci un esempio di quella «spiritualità di comunione» che Giovanni Paolo II ha postulato per il terzo millennio, e aiutarci a progredire in quella «mistica di vivere insieme» che Papa Francesco ha sollecitato in più occasioni? Similmente, credo, un’esperienza come quella del Movimento di Schoenstatt potrebbe darci elementi importanti per una formazione integrale nonché esempi di un’evangelizzazione popolare. Mentre la Comunità di Sant’Egidio può dirci molto sull’impegno per i poveri, per la pace e per il dialogo. E potremmo continuare a parlare di altri carismi del nostro tempo.
Penso che concretizzare la co-essenzialità di dimensione gerarchica e carismatica della Chiesa debba essere in cima alle nostre agende. Ha scritto Chiara Lubich nel 1984: «Con un paragone molto approssimativo possiamo dire che concepire la Chiesa senza il carisma degli apostoli sarebbe come concepire un albero quasi esclusivamente con sole foglie, fiori e frutti, senza tronco e rami. Concepire la Chiesa con i soli apostoli sarebbe come pensare un albero quasi esclusivamente con tronco e rami». I movimenti e in genere le comunità che nascono da un carisma hanno bisogno di vivere ben innestati nell’insieme della compagine ecclesiale di cui fanno parte e di coltivare un fecondo interscambio con tutte le altre realtà. Ma anche la Chiesa locale, le diocesi e le parrocchie hanno bisogno di aprirsi alla ricchezza e varietà dei carismi che portano nel loro seno. Gli ostacoli possono essere molteplici ma vale la pena non lasciarsene fermare.
Un secondo spunto: per diventare concreta, la co-essenzialità deve tradursi in un’effettiva prassi sinodale. Ciò è presto detto, ma in realtà non è affatto semplice. Perché si tratta di passare sempre più da una visione che concepisce la Chiesa inconsciamente ancora a mo’ di “piramide” a una visione sul modello del Cenacolo dove, nel pieno rispetto della specifica grazia dell’autorità, vigono la reciprocità e la circolarità dei doni; e quindi occorre abbandonare una logica mono-polare, in cui è tutto sotto controllo, a favore di una concezione multi-polare, che ammette la libera interazione sotto la guida dello Spirito e ha quindi sempre dell’imprevedibile. Ma della co-essenzialità fa necessariamente parte anche l’uscire e il proiettarsi fuori. L’Europa, la Chiesa, i movimenti, tutti dobbiamo rinunciare alla tentazione dell’autoconservazione. L’ecclesialità dei carismi non dovrebbe significare relegarli all’interno della Chiesa ma piuttosto spingerli verso l’esterno, ciascuno secondo la propria specificità. Non si tratta di fare tutti insieme la stessa cosa, stando fermi “a casa”, ma di metterci in cammino nelle direzioni più diverse, animati dalla comune ansia di arrivare fino ai confini della terra. Un secondo aspetto che sta tanto a cuore a Papa Francesco. Nella misura in cui si scopriranno e si valorizzeranno i carismi nella loro genuina laicità e socialità, la Chiesa potrà vivere sempre più profondamente calata nelle diverse dimensioni della vita umana e civile, come anima mundi, come lievito evangelico nella quotidianità della vita e dei rapporti micro e macro. Se siamo chiamati a camminare insieme come dimensione istituzionale e dimensione carismatica della Chiesa, siamo anche chiamati a farci compagni di strada con tutti: con le altre Chiese, le altre religioni, tutte le persone di buona volontà e ancora oltre.
Ovunque si tratta di scoprire l’orma del Risorto. Sono non di rado proprio i carismi che ci aprono gli occhi per questa sua presenza e ci donano quel nuovo sguardo che il vescovo e teologo Klaus Hemmerle ha descritto in queste parole: «Auguro a noi occhi di Pasqua, che riescano a vedere nella morte fino alla vita, nella colpa fino al perdono, nella divisione fino all’unità, nelle piaghe fino alla gloria, nell’uomo fino a Dio, in Dio fino all’uomo, nell’io fino al tu».
Profilo petrino e profilo mariano della Chiesa: ambedue svolgono un ruolo decisivo per la comunione. Ponendo l’accento sulla santità personale e comunitaria e sulla dimensione carismatica, il profilo mariano favorisce una riforma della Chiesa non solo strutturale ma spirituale, vitale, esistenziale. «Maria — scrive Francesco nell’Evangelii gaudium — è colei che sa trasformare una grotta per animali nella casa di Gesù, con alcune povere fasce e una montagna di tenerezza» (n. 286). Promuovendo la reciproca accoglienza alla luce del comandamento nuovo di Gesù, il profilo mariano aiuta la Chiesa a presentarsi al mondo non tanto come un’istituzione ma come famiglia di fratelli e sorelle e ciò può diventare anche una risposta allo scandalo degli abusi. Portandoci a rivivere in noi la maternità di Maria, ci insegna come dar vita a una pastorale autenticamente generativa.
Sono convinta che oggi ci troviamo in un grande cantiere in cui lo Spirito santo sta riplasmando il volto della Chiesa in Europa e nel mondo. Si tratta di una vera gestazione di qualcosa di nuovo. Come duemila anni fa, in questo cantiere sia Pietro che Maria hanno il loro indispensabile ruolo. Quando essi sono al loro posto e fanno, ciascuno a suo modo, da perno attorno al quale si edifica il grande Cenacolo della Chiesa, mi sembra che possiamo sperare davvero in una nuova Pentecoste. Sarà allora una realtà visibile quanto ha preconizzato Chiara Lubich nel 2004 proprio qui in Inghilterra: «La Chiesa apparirà agli occhi di tutti più bella, più santa, più dinamica, più familiare. Sarà una Chiesa amante, accogliente, meglio orientata alle sue nuove frontiere: quelle dell’ecumenismo, del dialogo interreligioso e con chi non crede; con continue novità, con nuove vocazioni; una Chiesa carismatica, una Chiesa mariana, più missionaria, più evangelizzatrice».
di Maria Voce

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