Boselli: "Liturgia e trasmissione della fede nel mistero dell'eucaristia"


Perché, per ricevere l'eucaristia, la liturgia chiede di lasciare il posto nel quale ciascuno si trova dall'inizio della celebrazione, fare una breve processione insieme agli altri, aprire le mani per ricevere il pane eucaristico e rispondere: "Amen" al ministro che dice: "Corpo di Cristo"?
Anche attraverso questa sequenza sacramentale composta di gesti e di parole, la liturgia trasmette la fede della chiesa nell'eucaristia.

Il rito prevede che il fedele non riceva l'eucaristia al posto in cui si trova, ma egli è chiamato a lasciare il suo posto e camminare verso l'altare. In questo modo, la liturgia invita a compiere un movimento, a intraprendere un cammino che manifesta соme l'eucaristia sia il pane per l'homo viator, per l'"uomo in cammino". L'eucaristia è davvero il viatico, il pane per il viaggio come la manna per il popolo di Israele, come il pane per il profeta Elia. Questo cammino il credente non lo compie da solo ma con i fratelli e le sorelle nella fede, dando così forma a un popolo in cammino di cui quella processione è segno. Qui la liturgia mi rivela che questa non è solo la mia condizione ma è anche la condizione di tutti i cristiani che nella chiesa formano un popolo in cammino verso il Regno. Occorre ricordare che synodus ("cammino insieme") è uno dei nomi più antichi dell'assemblea liturgica cristiana, da cui deriva il modo in cui Tertulliano chiama il radunarsi dei cristiani per la liturgia: "procedere". 

La processione di comunione è dunque l'immagine dell'umanità che va a Dio, ciascuno nella propria condizione. Tutti vanno insieme verso l'altare, ognuno per quello che è, con il suo fardello di miseria e di peccato, le sue fatiche, mossi tutti dalla stessa fame di ricevere il pane del perdono, pane della misericordia, e per questo pane di vita eterna che solo Dio può dare. Così in Resuscitare lo scrittore francese Christian Bobin descrive in modo suggestivo l'andare dei fedeli in processione per la comunione nella messa del giorno di Pasqua, scorgendo in essa la visione di ciò che sarà la resurrezione: 

Al momento della comunione, durante la messa di Pasqua, la gente si alzava in silenzio, raggiungeva il fondo della chiesa attraverso la navata laterale, poi tornava a piccoli passi stretti nella navata centrale, avanzando fino al coro dove riceveva l'ostia da un prete barbuto con gli occhiali cerchiati d'argento, aiutato da due donne con il volto indurito dall'importanza del ruolo, quel genere di donne senza età che cambiano i gladioli sull'altare prima che marciscano e si prendono cura di Dio come di un vecchio marito stanco. Seduto in fondo alla chiesa, in attesa del mio turno per unirmi alla processione, guardavo le persone, i loro abiti, le loro schiene, le loro nuche, il profilo dei loro visi. Per un secondo mi si è aperta la vista ed è l'umanità intera, i suoi miliardi d'individui, che ho scоperto avvolta in questa colata lenta e silenziosa: vecchi e adolescenti, ricchi e poveri, donne adultere e ragazzine seriose, pazzi, assassini e geni, tutti che raschiavano con le scarpe le lastre fredde e gibbose della chiesa, come morti che uscivano senza impazienza dalla loro notte per andare a mangiare la luce. Allora ho capito che cosa sarebbe stata la resurrezione quale sbalorditiva calma l'avrebbe preceduta. (Ch. Bobin, Resuscitare, Gribaudi, Milano 2003, р. 9).

Giunto davanti al ministro, il fedele compie un gesto semplice ma intenso: tende le braccia e apre le mani per ricevere il pane eucaristico. Apre le mani colui che si appresta a ricevere un dono, e questo gesto rivela il suo atteggiamento interiore, è un atto del suo spirito. Aprire le mani è il gesto umano più alto per dire la disponibilità ad accogliere un dono. La postura di colui che sta in piedi, con le braccia tese e le mani aperte non è solo quella di chi è disposto a ricevere ma anche quella di chi è totalmente indifeso e incapace di nuocere. Le mani aperte sono mani fiduciose, chi invece vuole prendere da sé qualcosa, chi vuole impossessarsi non apre le mani ma afferra per stringere. Questo è il gesto della disobbedienza compiuto nel giardino dell'"in principio": "prese del frutto e ne mangiò", dice il racconto della Genesi (Gen 3,6). La mano tesa nel gesto di rapina di Adamo è un'immagine intensa riletta cristologicamente dallo Pseudo-Ippolito nell'Omelia sulla santa Pasqua: 

"Piantando il legno [della croce] a contrastare il legno e inchiodandovi piamente la sua mano incontaminata a causa di quella empiamente protesasi in origine, [Gesù] mostrò pienamente in se stesso la vera vita appesa" (Pseudo-Ippolito, Omelia sulla santa Pasqua 50, in Id., In sanctum Pascha. Vita e Pensiero, Milano 1988, p. 299).

Si comprende dunque la ragione per cui il pane eucaristico non lo si afferra, non lo si prende da sé ma lo si riceve da qualcuno che lo pone nelle nostre mani aperte, perché la salvezza in Cristo, di cui il pane eucaristico è sacramento, è dono gratuito del Padre. 

Le liturgie orientali hanno custodito l'uso della chiesa antica, nella quale neppure il vescovo o il presbitero che presiede la liturgia al momento della comunione prende da sé il pane e il calice ma li riceve sempre da un altro ministro. Nessun fedele può conferirsi da sé i sacramenti della chiesa. Non ci si battezza da sé, ma il battesimo lo si riceve da un altro, segno dell'Altro che mi battezza. Non ci si perdona da sé i peccati, non ci si impone da sé le mani per l'ordinazione. Allo stesso modo non si prende da sé il pane eucaristico, ma un altro in nome di Dio e per mandato della chiesa lo dona ponendolo tra le mani. 

Questo pane è il sacramento della salvezza che è dono di Dio in Cristo per la potenza dello Spirito santo. I gesti del dare e del ricevere sono accompagnati da una breve formula: "Corpo di Cristo", alla quale si risponde: "Amen", la parola più breve ma più intensa di tutta la liturgia. Agostino di Ippona, nella catechesi mistagogica sull'eucaristia già citata, spiega il senso dell'eucaristia partendo dal rito della comunione e dal breve dialogo: "Corpo di Cristo'. 'Amen":

Se voi siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è posto il vostro mistero: voi ricevete il vostro mistero. A ciò che siete voi rispondete: "Amen", e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: "Corpo di Cristo", e tu rispondi: "Amen”. Sii membro del corpo di Cristo, perché il tuo "Amen" sia vero... Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete. (Agostino di Ippona, Discorsi 272, PP. 1043-1045).

Questo breve testo insieme all'intera omelia da cui è tratto rappresenta una tra le maggiori testimonianze della teologia eucaristica occidentale. Esso dovrebbe plasmare la coscienza eucaristica di ogni credente, per questo non è mai inutile ritornarvi per commentarlo. Essere ciò che si riceve: il corpo di Cristo. Questa è la ragione per la quale l'espressione "comunione" non indica unicamente l'atto di nutrirsi del corpo del Signore, ma anche la ragione, il fine, lo scopo per cui i cristiani si nutrono dell'eucaristia: fare la comunione per essere chiesa comunione. Ogni volta che il ministro, mostrando il pane eucaristico, dice: "Corpo di Cristo", egli non pronuncia una definizione con la quale la liturgia gli fa dire semplicemente ciò che in quel momento egli dona. Certo, questa formula è la più alta confessione della fede eucaristica della chiesa. Essa confessa che quel pane è il corpo di Cristo, e il fedele rispondendo "Amen" conferma e fa sua questa fede eucaristica. Tuttavia è decisivo rilevare come la liturgia non faccia dire al ministro: "Questo è il corpo di Cristo", оppure: "Il corpo di Cristo", ma semplicemente: "Corpus Christi", "corpo di Cristo". In questo modo la liturgia dice che "corpo di Cristo" non è unicamente una formula affermativa, ma anche esortativa. Porre davanti agli occhi del fedele il pane eucaristico dicendo: "Corpo di Cristo", non significa solo confessare la fede che quel pane che sta per ricevere è il corpo del Signore, ma significa anche ricordare al fedele ciò che comporta ricevere nelle proprie mani e nutrirsi del pane eucaristico: diventare corpo di Cristo. Dicendo: "Corpo di Cristo", è come se il ministro dicesse: "Sii ciò che ricevi!". "Sii Corpo di Cristo!". "Vivi, agisci e opera nella chiesa affinché essa sia ciò che ricevi: il corpo di Cristo nella storia!". Anche a questa verità eucaristica il credente pronuncia il suo "Amen", dice il suo "sì". "Ti si dice infatti: 'Corpo di Cristo' - scrive Agostino -, e tu rispondi: 'Amen'. Sii membro del corpo di Cristo, perché il tuo 'Amen' sia vero" Questa è l'autentica fede eucaristica della chiesa: si riceve il corpo di Cristo per essere membro del corpo di Cristo. Ecco il fine dell'eucaristia. La liturgia educa e trasmette la sua fede eucaristica in questo modo, attraverso l'azione liturgica che abbiamo commentato. È un modo molto diverso ma complementare a quello concettuale della teologia e a quello didascalico della саtechesi. 

La filosofa ebrea Simone Weil nella celebre lettera indirizzata a padre Couturier nel 1956, con linguaggio provocаtorio e paradossale scrisse: 

"Quando leggo il catechismo del concilio di Trento, mi sembra di non aver nulla in comune con la religione che vi è esposta. Quando invece leggo il Nuovo Тestamento, i mistici, la liturgia, quando vedo celebrare la messa, sento come una specie di certezza che questa fede è la mia" (S. Weil, Lettera a un religioso, Adelphi, Milano 1996, p. II). 

Davvero, il Nuovo Testamento e la liturgia, ovvero la Scrittura e la tradizione di cui la liturgia è espressione più alta, l'una e l'altra trasmettono "come una specie di certezza che questa fede è la mia".

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